I segreti della faida di camorra a Torre del Greco

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Come di evince dal Metropolisweb servirono diecimila euro per vendicare la morte del padre, ucciso dagli scissionisti del rione Sangennariello. È appunto la somma che Isidoro Di Gioia – scampato miracolosamente all’agguato che il 31 maggio 2009 costò la vita al boss Gaetano Di Gioia, alias ‘o tappo – mise a disposizione del clan Ascione-Papale per «rispondere» all’attentato organizzato da Ciro Grieco, il ras della «piazzetta» noto come ‘a marchesa. È il retroscena che – a 50 giorni dalla stangata ai danni degli imputati che scelsero di essere giudicati con la formula del rito abbreviato – emerge dalle motivazioni del gup Marina Cimma del tribunale di Napoli a supporto della sentenza per il blitz «Libera Navigazione» a carico dei 23 capi e gregari delle due organizzazioni camorristiche che si contendono la gestione del business racket a Torre del Greco: un verdetto su cui pesano, in particolare, le rivelazioni dei collaboratori di giustizia a supporto delle indagini condotte dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli.

In primis, le parole di Biagio Munizzi, il pregiudicato con la fama da killer al soldo degli «amici di Ercolano». Già a partire dal 4 ottobre del 2010, il soldato degli Ascione-Papale aveva raccontato agli investigatori il piano di Isidoro Di Gioia: l’erede di ‘o tappo era sfuggito per miracolo al raid portato a termine a due passi da piazza Santa Croce e, lottando con i sicari inviati a eseguire la sentenza di morte, era riuscito a guardare in faccia i killer del padre. Uscito dall’ospedale Maresca – il trentunenne fu operato d’urgenza per estrarre i proiettili che l’avevano centrato in varie parti del corpo – il figlio del padrino di corso Garibaldi aveva un chiodo fisso: saziare la sua sete di vendetta con il sangue degli scissionisti. «Durante una riunione – la ricostruzione di Biagio Munizzi – si parlò dell’omicidio di Gaetano Di Gioia e capii che c’era un gruppo di persone che aveva dichiarato guerra agli amici di Torre del Greco tra cui un latitante che si faceva chiamare Simone ma che poi ho saputo si chiama Vastiano (com’è noto Sebastiano Tutti), Cirotto ‘a marchesa (Ciro Grieco), Francuccio ‘a zinniata (Francesco Accardo) e tale picciuotto (Antonio Mennella). Dopo pochi giorni, io e Antonio culo rotto fummo incaricati di andare a casa di Isidoro Di Gioia perché ci doveva mettere a disposizione armi e soldi per affittare un appartamento».

Immediatamente, il killer raggiunse l’abitazione dell’erede del boss per incamerare i dettagli del piano criminale e i soldi necessari per l’organizzazione dell’agguato: «Ricordo che sono entrato in un palazzo – racconta Biagio Munizzi – e dopo una prima scala c’era casa sua. C’era un terrazzo grande e lì ci siamo seduti per parlare: era circa mezzogiorno e Isidoro Di Gioia, alla presenza della madre e di un ragazzo che non avevo mai visto, mi disse che di lì a pochi giorni avrebbe dovuto prendere 40/50.000 euro dai pescatori del porto». Una conferma del castello accusatorio costruito dalla Dda per dimostrare gli assalti del clan agli operatori del porto della città del corallo: soldi che servivano per le casse della cosca, ma non solo. Parte del denaro sarebbe stata utilizzata per «finanziare» il commando che dalla città degli Scavi avrebbe dovuto regolare i conti con gli scissionisti del rione Sangennariello. «Poiché Isidoro Di Gioia insisteva affinché il clan Ascione-Papale supportasse con i propri uomini il suo progetto di vendetta – si legge in un secondo verbale sottoscritto da Biagio Munizzi – io di lì a qualche settimana fui inviato nuovamente a Torre del Greco proprio per parlare con lui. Nel corso della riunione, feci sapere a Isidoro Di Gioia che eravamo disposti a soddisfare la sua sete di vendetta, ma che occorreva che mettesse a disposizione del commando una nuova abitazione a Torre del Greco come base logistica per eseguire l’omicidio nonché armi e denaro per ricompensare i killers: il figlio di Gaetano Di Gioia mi rispose che avrebbe pensato a tutto lui, mettendo a disposizione diecimila euro che nel giro di pochi giorni avrebbe ottenuto da alcuni pescatori sottoposti a estorsione».

Una versione confermata da una delle vittime del racket, pronta a denunciare agli investigatori come venne «invitato» a pagare da Isidoro Di Gioia perché dopo l’uccisione del padre «dovevano aiutare un po’ la loro economia perché avevano avuto diverse perdite». Perdite in termini di denaro e di uomini che l’erede del padrino di corso Garibaldi avrebbe voluto lavare con il sangue. Invece, Isidoro Di Gioia – insieme a soci e rivali del clan avversario – finì in manette e, a maggio del 2013, condannato alla pena di cinque anni di reclusione e al pagamento di 40.000 di multa.

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