Camorra a Torre del Greco, raid con pistole e mitra

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Secondo il Metropolisweb è stato il primo pentito «eccellente» della camorra di Torre del Greco, una sorta di «apripista» della stagione dei collaboratori di giustizia: Filippo Cuomo – nipote del boss Gaetano Di Gioia, alias ‘o tappo, ucciso dagli scissionisti del rione Sangennariello il 31 maggio 2009 – passò dalla parte dello Stato il 31 agosto del 2010, cinquanta giorni dopo l’arresto per estorsione ai danni del titolare di uno stabilimento balneare della Litoranea.
In tre anni, le parole del quarantenne sfuggito a un raid a colpi di fucile sotto la sua abitazione sono state fondamentali per ricostruire la lotta intestina all’ombra del Vesuvio per il controllo del business-racket e dell’affare-droga: due settori che Filippo Cuomo – entrato nella «famiglia» del padrino di corso Garibaldi già nel 1991 e affiliato a partire dal 2007 – conosceva in tutti i dettagli, come dimostrano le motivazioni del gup Marina Cimma del tribunale di Napoli a sostegno della raffica di condanne distribuite per il blitz «Libera Navigazione».

Le rivelazioni del nipote del boss – rimasto l’unico «baluardo» del clan del tatuaggio, dopo la morte dello zio e l’arresto del cugino Isidoro Di Gioia – alla direzione distrettuale antimafia costituiscono il «cuore» delle accuse che hanno inchiodato colonnelli e soldati dell’esercito del pizzo nella città del corallo. A partire proprio dall’erede del padrino della cosca: «Durante la degenza in ospedale – la ricostruzione di Filippo Cuomo – Isidoro Di Gioia mi incaricò di andare al porto per convocare gli ormeggiatori: tutti coloro che avevano una banchina, dovevano dare 5.000 euro a titolo di tangente».
Una «regola» introdotta da ‘o tappo al momento della sua scarcerazione e ritorno a Torre del Greco: «C’erano almeno sei, sette ormeggiatori – racconta il quarantenne di via Martiri d’Africa – più il titolare del bar, il gestore della pompa di benzina e il capannone del cantiere navale. Ritengo che per ogni stagione ricavavamo circa 40.000/50.000 euro. Le vittime si recavano a casa di Gaetano Magliulo e portavano i soldi in contanti: ‘a mulignana era un uomo di fiducia di mio zio, ogni fine mese portava una carta con tutti i conti nonché il denaro che aveva raccolto per il clan».

Il massacro di piazza Santa Croce e la sete di vendetta di Isidoro Di Gioia, tuttavia, cambiarono lo scenario: a partire dal ritorno a casa del baby boss, gli ormeggiatori del porto – convocati nel bunker di corso Garibaldi – avrebbero dovuto portare i soldi delle tangenti direttamente all’erede di ‘o tappo, attraverso Vincenzo Avvoltoio. Ma gli scissionisti di Sangennariello non volevano mollare la presa: Gaetano Magliulo era passato con i rivali guidati dal ras Ciro Grieco e «si era recato al porto – ricorda Filippo Cuomo – dicendo che ora comandavano loro e dovevano pagare a loro». Una visita accompagnata da minacce esplicite, ribadite dall’ala separatista del clan sotto il balcone della casa di Isidoro Di Gioia.
Un episodio che portò, a partire dal maggio del 2010, alla «santa alleanza» con gli Ascione-Papale di Ercolano. Fu direttamente Pietro Papale – all’epoca detenuto – a mandare l’imbasciata dal carcere per il patto di ferro con il clan del tatuaggio: sarebbe stato proprio Filippo Cuomo – aiutato dai guaglioni della città degli Scavi – a gestire «tutto a Torre del Greco, le estorsioni e un po’ di fumo».

Un patto che innescò l’azione dimostrativa del nuovo corso della camorra sotto il Vesuvio: «A giugno – ricorda il nipote di Gaetano Di Gioia – proprio perché stavamo facendo le estorsioni su Torre del Greco, vennero vicino casa mia Michele Ciaravolo, Vannitiello, Giannino (Giovanni Oliviero, ndr) e il cugino. Quelli di Ercolano vennero a bordo di una Punto di colore grigio e in sella a due moto Sh 300: all’interno dell’auto, dietro al cofano, c’erano delle armi e cioè due pistole 9×21, una pistola calibro 38 e una mitraglietta Skorpio. Uscimmo tutti con i caschi integrali e quando arrivammo in mezzo alla Torre (piazza Luigi Palomba, ndr) abbiamo mostrato le armi proprio per fare vedere chi comandava e per dimostrare la nostra superiorità numerica e la nostra forza. Anzi, incontrammo anche Gerardo Accardo ‘a zenniata che spingemmo contro un muro e Michele Ciaravolo che minacciammo con le armi che avevamo in pugno dicendogli che non doveva prendere nessuna estorsione perché a Torre del Greco comandavamo noi».

Una lotta per il pizzo durata fino a maggio del 2012, quando scattò il blitz «Libera Navigazione» concluso in primo grado con una pioggia di condanne per complessivi 90 anni di carcere a boss e gregari delle due organizzazioni camorristiche in guerra per il racket al porto.

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