Scampia e Secondigliano: voglia di rinascere

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Come li definireste voi? Malfamati? Poveri? Disastrati? Spesso questi aggettivi accompagnano quartieri come Scampia, Secondigliano, Poggioreale, Quartieri Spagnoli e via dicendo. Nessuno — più di chi ci vive — può dirci effettivamente come stanno le cose, per questo ho deciso di passare la parola alla gente del posto. Quello che ho ascoltato non vi nego che è stato commovente quanto doloroso. In questo breve articolo ci concentreremo su Secondigliano e Scampia grazie alle voci di persone comuni che in silenzio fanno la storia.

“Io abitavo a Scampia, dal balcone di casa vedevo la gente spacciare, ma i miei genitori hanno sempre cercato di non farci frequentare cattive compagnie che potessero portarci sulla cattiva strada.. È vero, ci sono cose positive e negative, ma ora che sono lontana capisco e noto le cose belle che prima non vedevo o davo per scontato, tipo la voce degli ambulanti la mattina, quello che ti porta il cornetto caldo a casa, i panieri che salgono e scendono, il mercato e la sua vivacità.. Ricordo ancora il parco di Scampia dove ho dato il mio primo bacio. Mi manca e mi mancano anche i napoletani.. Qui al nord dove mi sono dovuta trasferire litigo e difendo a spada tratta la mia città, ma ogni volta che scendo il degrado lo vedo e percepisco anche di più. E il cuore credimi che sanguina. Ogni volta che torno al nord piango per due motivi: Primo perché vado via, secondo perché so che è meglio andare via. Capisci che intendo?”. Simona

“Io ci ho vissuto bene, è vero, giravano persone non tranquille, droga e delinquenza, ma non si stava così male come descrivono gli altri. Comunque sono dovuta partire, avevo già un bambino e mio marito non riusciva a trovare lavoro, quindi avevo paura che si potesse immischiare in un brutto giro.. Però sai, mi manca tanto Scampia e non vedo l’ora di tornare, anche solo per qualche giorno…. Ho bisogno di rivedere il posto in cui sono cresciuta”. Giovanna

“Secondigliano è un quartiere dimenticato da tutti, un quartiere composto da ragazzini che crescono con l’idea che è più importante comprare le Adidas che conservare i soldi per le cose importanti, anche chi le Adidas non può comprarle pensa così, pensa che sono meglio le Adidas che il piatto a tavola. Secondigliano è una terra bruciata, calpestata da tutti, anche da chi, come me, ci vive e si distingue dalle persone che la rovinano comportandosi in un certo modo. La calpestiamo tutti e sbagliamo, dovremmo aiutarla, dovremmo fare qualcosa. Io ci vivo e penso costantemente che sarebbe meglio vivere altrove che qui”. Sabrina

“Quando mi sono trasferito a Scampia avevo 5 anni. Il 90% degli abitanti è fatto di brave persone. Anche nelle vele, di cui si parla tanto, c’erano e ci sono famiglie che lavorano onestamente e che non fanno male a nessuno, quindi non credo sia giusto denigrare questo posto e fare di tutta l’erba un fascio. Sono davvero arrabbiato con lo Stato, perché è colpa di quest’ultimo se Scampia è diventata quello che è, se ne frega di noi come se non valessimo nulla. Quel poco che c’è adesso è solo grazie alla gente del posto. Scampia è viva e la gente che ci abita vuole vivere, amare, essere felice ed avere la possibilità di dare un futuro ai propri figli senza bisogno di dover lasciare la propria città che tanto ama”. Francesco

Tra le tante problematiche di un quartiere abbandonato a se stesso, risplendono spiragli di luce. Riuscite a percepire l’amarezza di chi ha dovuto trasferirsi altrove per avere un lavoro dignitoso? Riuscite a immaginare la frustrazione di chi nasce credendo di non avere una speranza, di non aver diritto a realizzare i propri sogni e dare forma alle proprie passioni? Riuscite a capire la gente che lotta giorno dopo giorno con onestà ed è spinta — da una società perversa — a convincersi di essere il marcio della popolazione? Vivere in contesti del genere non è sicuramente facile, e determinate situazioni incidono profondamente sulla psiche. Può essere deprimente, è vero, ma dalla voce dei napoletani traspare la voglia di riscattarsi e far rinascere la loro terra. In effetti molti di loro si trovano davanti a un bivio: lasciarsi trascinare da un’ambiente frustrante e corrotto o cercare a tutti costi di vincerla questa battaglia, sì, perché è possibile vincerla, ed è quello che  hanno fatto tre ragazzi, che vi presento attraverso delle mini interviste.

Il primo, Salvatore Dima, è un giovane ragazzo di 24 anni. Oltre ad essere una persona semplice e buona, è un vero e proprio talento della breakdance.

Salvatore, tu sei di Secondigliano, mi vuoi dire com’è vivere lì?

“Secondigliano non è un quartiere facile, qui veramente si vive con poco nel senso che c’è molto l’arte dell’arrangiarsi”.

Molti dicono che lì i ragazzi sono persi, è vero?

“Molti vivono situazioni davvero brutte e si ritrovano a crescere per strada con amici buoni o sbagliati, ed è davvero facile farsi trascinare da quelli sbagliati nel fare cose come rubare. Sei un ragazzo, non capisci, vuoi le scarpe belle, i soldi in tasca..”

Secondo te cosa potrebbe aiutare questi giovani?

“Credo che l’arte possa salvarli. Io fortunatamente ho preso la strada della danza e questa mia passione mi ha distratto dalle cose “sporche” di questo quartiere”.

Centro direzionale Mammut

C’è un posto in particolare, un “rifugio” dove vi ritrovate voi ragazzi?

“Beh sì, il Centro Territoriale Mammut che si trova a Scampia, dove si svolgono tante attività. I ragazzi che vengono ci vedono ballare, è bello potergli insegnare qualcosa. Vedo molti ragazzi più piccoli di me che abitano proprio nelle vele di Scampia dove c’è molto spaccio, eppure loro sono lì che vogliono fare qualcosa di buono”.

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Salvatore ama davvero la sua terra, non solo a parole. Queste foto sono cariche di sogni, voglia di vivere, determinazione. Per fortuna c’è chi – come Salvatore – cerca di sfondare il vetro sotto il quale si sente rinchiuso, a costo i farsi male, aiutando anche gli altri senza rinunciare ad un sorriso.

 

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Ed è qui che entra in gioco il prossimo ragazzo, Enzo, che si racconta a noi senza veli.

Enzo dove sei nato e quali difficoltà hai incontrato?

Io sono nato nel Rione Don Guanella che è situato proprio nel bel mezzo di Scampia, Secondigliano e Piscinola e cioè nell’ “Hinterland” di Napoli. Difficoltà ce ne sono state, ricordo che una volta all’asilo un amico ci portò dei passamontagna, un altro i coltelli per dei giochi che in realtà non lo erano affatto. Conoscevo tanti ragazzini già amanti del crimine, bulli e futuri guappi del mio quartiere, e per un periodo diciamo che ho frequentato le amicizie sbagliate. A 16 anni ho perso uno dei miei migliori amici, morto per overdose, in un’età in cui si dovrebbe giocare alla play station o pensare ai primi appuntamenti con una ragazza”.

È vero che chi nasce in determinati quartieri napoletani è “marchiato”?

“Sì, le persone ci giudicano per la nostra provenienza, per esempio — sempre da bambino — andavo a casa di un amico che abitava al Vomero, succedeva che la madre di questo ragazzo mi lasciava per ore ad aspettarlo sotto la palazzina solo perchè non voleva che il figlio frequentasse me o altri amici che venivano da secondigliano, e questa cosa infatti mi ha segnato molto. Non capiscono che non c’è solo del marcio nelle mie zone.. Innanzi tutto ci sono persone che lottano costantemente ogni giorno per migliorare quello che ormai tutto il resto della società si rifiuta di fare”.

Tu fai rap giusto? Come hai iniziato?

“Ho iniziato a scrivere i primi testi credo a 13 anni, sentivo il bisogno di farlo. Dai tetti dei nostri palazzi si può vedere tutta la periferia, mi piaceva (e mi piace) andarci per pensare e concentrarmi sulla musica. Ognuno di noi ha una guerra dentro e quindi ho iniziato con l’esporre la mia rabbia e le mie frustrazioni attraverso la il rap. Finalmente proprio un anno fa, sono entrato a far parte della “RC Music”, etichetta di Rosario D-Ross Castagnola e diciamo che con loro ho trovato una seconda famiglia. Ho avuto il piacere e l’onore di collaborare con Franco Ricciardi che è uno dei punti di riferimento per i ragazzi del mio rione, lui cantava ” Un, Sei ,Sette chest è a 167, Sei, Sett e Ott po succerer o 48″ che divenne proprio l’inno dei miei quartieri, e con lui abbiamo messo su il remake di “Prumesse Mancate“. Ora sono al lavoro per il mio progetto d’esordio e presto uscirà il nuovo singolo ufficiale sul mio canale YouTube intitolato “Che Guard A Fà” (Che guardi a fare?) non vedo l’ora. Senza il mio quartiere non so se avrei mai scritto una canzone, quindi posso dire che in parte è stato positivo crescere e vivere da queste parti, e proprio da questo nasce l’ispirazione per il mio nome d’ arte “EnzoDong”, dove “Dong”sta sia per Don Guanella e nell’acronimo D.O.N.G. Dove Ognuno Nasce Giudicato”.

Molti ragazzi al giorno d’oggi hanno smesso di sognare. Tu ce l’hai un sogno?

“Il mio sogno è quello di fare della mia musica la mia salvezza, e magari anche quella degli altri. Non tutti hanno dei punti di riferimento nella propria vita e spero che io possa esserlo per qualche giovane del mio quartiere”.

 

Passiamo a Davide Buongiovanni 20 anni, nato e cresciuto a Scampia ma trasferitosi fuori da poco per lavoro.

Davide, cosa significa appartenere a  Scampia?

“Essere di Scampia significa essere vittima di luoghi comuni e stereotipi derivanti dall’ignoranza, dalla mancanza d’informazione e dai media che mettono in risalto solo la parte negativa di un quartiere difficile come il mio. Tutti mi chiedono ‘Ma non hai paura quando esci di casa?‘..  Mi rendo conto che le persone hanno una visione distorta di Scampia, non è invivibile come pensano. Per esempio qui non esistono rapine o estorsioni perché questo disturberebbe le attività illecite della camorra, che non vuole impicci tra i piedi. Un’altra cosa che molti non sanno è che Scampia è il quartiere con il maggior percentuale di verde, cosa bellissima”.

Se potessi rinascere e scegliere dove crescere, che posto sceglieresti? 

“Senza ombra di dubbio sceglierei di rinascere a Scampia. Avere a che fare con realtà ben diverse da quelle comuni mi ha reso più sveglio e più maturo, poi crescere lì è stata anche una soddisfazione in quanto non ho avuto gli strumenti e i mezzi che hanno avuto altri, cresciuti in altre zone, quindi venire dal basso e poi arrivare in alto (formarmi, intraprendere una carriera scolastica, avere soddisfazione lavorative)  mi appaga totalmente. In tutto ciò devo ringraziare la mia famiglia per i valori che hanno trasmesso a me e ai miei fratelli, tra cui uno ingegnere e l’altro poliziotto. Noi, come tanti altri ragazzi di lì, siamo la dimostrazione che c’è del buono a Scampia, anche se non se ne parla”.

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Queste zone sono ormai diventate sinonimo di camorra, degrado e droga. Spesso si discute se sia giusto o meno sottolineare queste caratteristiche attraverso film, libri e così via. Io credo che parlarne sia giusto, perché per curare una malattia bisogna effettivamente riconoscerne l’esistenza. Ma chiediamoci: mostrare sempre e solo il marcio di queste zone, non demoralizza e debilita psicologicamente chi ci vive? Non porta inconsciamente i suoi abitanti a cedere alla disperazione per una situazione che sembra non risolversi mai?  È un po’ come ricordare ogni giorno ad un malato la sua patologia. Così lo ammazziamo prima del tempo. Sarebbe diverso invece credere in lui, dirgli che, cavolo, ce la può fare con le cure adeguate! Forse questo non lo guarirebbe, è vero, ma l’aiuterebbe a non darsi per vinto. Beh, i quartieri napoletani hanno bisogno di questo, di un sostegno morale, di esser visti non più come un covo di delinquenza ma come dei posti che vogliono risplendere e necessitano dei mezzi necessari per farlo. I talenti, come abbiamo visto, ci sono. Ora più che mai c’è urgente bisogno di una cura concreta da parte di chi ha il potere e il dovere di prendere provvedimenti  

 

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Tra lacrime e sospiri, la rabbia.

L’urlo stanco del quartiere risuona:

c’hanno abbandonato per soldi e disumanità

Scampia trasuda dolore

e dove c’è dolore

c’è poesia.

(Federica Maneli)

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