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“Ho denunciato la camorra, non lavoro più”

Quando va da un fornitore, gli chiudono le porte in faccia. Fisicamente. E neanche gli spiegano perché.

Si limitano a negargli anche lo sguardo, ad alzare le spalle, senza troppi convenevoli. Funziona più o meno così anche al di fuori della sfera lavorativa, anche quando prova ad entrare in un bar o in un esercizio commerciale, trova sempre lo stesso clima: gelo, indifferenza, odio, «come se fossi un appestato». Chi è che parla? Chi prova a raccontare la sua storia, chiedendo anonimato? A riportarlo é ILMattino.it. Un testimone di giustizia, merce rara a Napoli, un imprenditore che ha avuto il coraggio di denunciare estorsori, usurai, camorristi. Chiede attenzione sul suo caso, forte di una serie di riscontri processuali ritenuti preziosi dagli stessi inquirenti della Dda di Napoli. Grazie alle sue accuse, sono arrivate decine di arresti a carico di esponenti della camorra di Barra, quelli del clan Guarino, Cuccaro, Celeste, da tempo protagonisti di una sanguinaria faida per il controllo della periferia orientale.

Vive da tempo sotto scorta, alcuni componenti della sua famiglia hanno accettato di lasciare Napoli e di vivere in località protetta, dopo una clamorosa serie di intimidazioni: pochi mesi fa, una bomba fece saltare in aria un’auto usata da una parente, mentre la sorella è stata aggredita e malmenata da donne ritenute riconducibili a boss della camorra colpiti da denunce mirate.

Omertà, indifferenza attorno al testimone di giustizia, che – dal canto suo – non ha rinunciato a vivere nella sua terra, né ha intenzione ad abbandonare il suo lavoro: «Ho chiesto di vivere dove sono nato – ha spiegato al Mattino -, di poter continuare a lavorare. Ho denunciato estorsori e usurai, ho puntato l’indice contro camorristi che sono stati arrestati e condannati in primo grado. Tutte le mie dichiarazioni sono state passate al vaglio degli inquirenti e dei giudici, che le hanno sempre ritenute attendibili alla luce di accertamenti di polizia giudiziaria».