Il Santuario di San Gennaro alla Solfatara e il mistero delle sue reliquie

Nel 305 San Gennaro, Santo Patrono della città di Napoli, venne decapitato alla Solfatara di Pozzuoli dai romani a causa della sua fede Cristiana. Leggende sulla sua morte ed i presunti miracoli vengono tramandati dalla Chiesa e raccontati da tutti i napoletani, ma l’evento in sè è storicamente attendibile sia nelle modalità che nei luoghi. Sul punto esatto in cui il Santo venne decapitato sorse, nel VIII secolo, una piccola chiesetta commemorativa, molto modesta rispetto al Duomo di Napoli, ma decisamente più simbolica. Nel 1574 i napoletani decisero di trasformarla in un vero e proprio santuario degno del nome del Patrono.

I lavori terminarono nel 1580 e la nuova chiesa, nonostante fosse sul suolo puteolano, divenne proprietà della città di Napoli, situazione legale in vigore ancora oggi. Nel 1860 la vecchia struttura venne quasi completamente distrutta da un violento incendio durato due notti, ma, in soli sei anni e grazie all’aiuto volontario di tutti i puteolani, i lavori di restauro terminarono dando alla chiesa la struttura attuale. Nel 1926 fu ulteriormente abbellita con l’aggiunta di dipinti e decorazioni e nel 1945 il vescovo Alfonso Castaldo la elevò a a parrocchia e la dedicò ai Santi Festo e Desiderio.

Il Santuario custodisce due importantissime reliquie. La prima è la pietra sulla quale, secondo la tradizione, fu decapitato San Gennaro. I fedeli sono convinti che in concomitanza con l’anniversario della morte del martire le antiche tracce di sangue presenti sul ceppo inizino ad accendersi di rosso vivo. In realtà, la reliquia stessa sarebbe fasulla: recenti studi hanno dimostrato che la pietra è un altare paleocristiano risalente a circa due secoli dopo la morte del Santo e che le macchie rosse non sono altro che vecchi residui di vernice rossa e cera.

La seconda è un busto del Santo realizzato nel XII secolo al quale vengono attribuiti moltissimi avvenimenti miracolosi. Il più importante è senza ombra di dubbio quello che si verificò nel 1656: durante un’epidemia di peste che stava decimando i puteolani il busto fu portato in processione dal Santuario all’anfiteatro Flavio. Si racconta che durante il tragitto apparve una macchia giallastra sul collo della statua che si espanse fino a diventare un vero e proprio bubbone pestilenziale che prese fuoco. San Gennaro aveva assorbito la peste togliendola di colpo ai suoi fedeli. Molto probabilmente è solo una leggenda, ma il busto mostra ancora una macchiolina giallastra lì dove era nato ed esploso il bubbone. Si racconta anche che quando dei pirati saraceni saccheggiarono la città tagliarono per sfregio il naso del Santo. Subito dopo gli scultori della città si adoperarono strenuamente per costruire un nuovo naso, ma nessuno riusciva ad attaccarsi alla statua. Poco tempo dopo un pescatore trovò nella sua rete un pezzettino di marmo che somigliava ad un naso e gli venne la strana idea che potesse essere il pezzo mancante del sacro busto. Non appena entrò in chiesa il pezzettino schizzò via da solo dalle mani dell’uomo e si ricollocò miracolosamente al suo posto, sul viso di San Gennaro.