Architettura

Ville Vesuviane, la Villa Bruno

Oggi “Palazzo della Cultura Vesuviana” e seconda tra le ville, di proprietà comunale, della cittadina di San Giorgio a Cremano, opera a confine tra archeologia industriale e civile, restituita alla comunità dopo un lungo periodo di sfacelo e restauro, la Villa Bruno, insieme alla Villa Vannucchi e alla Villa Leone, è un’altro punto di vista privilegiato per scorgere le innumerevoli potenzialità che le Ville Vesuviane possiedono al di là del degrado.

Originariamente appartenente alla famiglia Monteleone, essa ha subito molteplici alienazioni, tra cui spiccano quella dei Lieto (i cui ospitarono tra gli altri Luigi Ruffo Scilla – arcivescovo di Napoli -, parente dell’eroe rivoluzionario della Repubblica napoletana – 1799 – il Cardinale Fabrizio Ruffo), dei Righetti (i quali nel 1816, grazie alle agevolazioni dovute alla fama di fonditori del Canova, vi impiantarono una fonderia, celebre per aver fuso, con il metodo omonimo o dei vasi comunicanti, le due statue equestri di Carlo III di Spagna e di Ferdinando I delle Due Sicilie, oggi collocate a piazza Plebiscito a Napoli), dei Bruno (i quali convertirono la fonderia in vetreria), e infine del Comune di San Giorgio a Cremano (che nel 2002 ne ha fatto un opificio di cinema e teatro).

La Villa si presenta come un concerto di stili architettonici e artistici stratificati, di tufo giallo napoletano e materiali vulcanici più vari, i quali normati soavemente a volte testimoniano reminiscenze barocche e rococò, a volte si richiamano al neoclassicismo, altre volte ancora al gusto vedutista settecentesco per i giardini botanici e le scenografie virgiliniane. Attualmente circondata, e delimitata, in un unico blocco, per il tramite di una imponente recinzione in tufo e ferro battuto, nel corso della sua storia ha conosciuto diversi rimaneggiamenti.

Ai cardini dei due lati del cancello della facciata principale, spiccano due medaglioni, incornicianti due bassorilievi, due teste di cavallo in finto bronzo, che, per associazione, rimandano alla fusione delle statue equestri dei re che, successivamente al vicereame spagnolo, fondarono la maestà duo-siciliana; mentre sulla sinistra si erge l’ex opificio Righetti. Benché la pianta, generalmente, mantenga il disegno settecentesco, il gusto neoclassico dialoga con alcune sopravvivenze barocche, come l’arco ribassato del prospetto posteriore e le sinuosità dei terrazzi panoramici. Con un interesse tipicamente barocco per le scenografie, gli stucchi e i drappi teatrali, si sviluppa un incrocio tra l’asse del piano architettonico e di quello prospettico, coincidenti con il portale d’ingresso all’ampio atrio della fabbrica principale e dello scalone monumentale d’accesso al piano nobile. La facciata, in stile barocco, ha due finestre con balconi in ferro battuto.

Quest’ultimo, attualmente, è arredato per oltre duecento metri da panchine in pietra, statue, vasi di coccio, una fontana, è una orribile struttura prefabbricata in acciaio che funge da teatro, ma in passato era il luogo di una magnifica esedra ottocentesca, un emiciclo dotato di sedili, statue, una serra in ferro e vetro, essenze arboree, grandi alberi da frutto. Sono ancora presenti, inserite nel verde, alcune statue greco-romane, mentre la più antica di queste, il “Busto di Giove”, è posto su un piedistallo nel vestibolo. Simmetriche a queste articolazioni vegetali e scultoree, sono i cicli di affreschi ottocenteschi a tema paesaggistico.

Ciò che colpisce di Villa Bruno, rispetto a tutte le altre Ville, è il volume della fonderia Righetti, che come si nota rileggendo tutta la storia della monarchia duo-siciliana, integra industria e natura, artificio e spontaneità, modernità e tradizione.

Bucando l’immagine risorgimentale e savoiarda di un regno retrogrado e arretrato, Villa Bruno si scopre come la riuscita neoterica di un equilibrio rimasto ineguagliato, come ad esempio tra tecnologia e ambiente.