Architettura

Ville Vesuviane, la Villa Aprile

Attualmente la Villa Aprile, di definitiva proprietà Arrighi, rispetto alla stragrande quantità delle Ville Vesuviane o del Miglio d’oro, gode di condizioni di restauro e conservazione del tutto eccezionali, ma non è stato sempre così per la villa di Ercolano e ciò sia per quanto riguarda le questioni di proprietà sia per ciò che concerne il suo status architettonico e statico. In origine, si ipotizza senza aver ancora rintracciato sufficienti riscontri, essa fu innalzata a partire da seicenteschi progetti, risalenti al  marchese Mazzaccara di Castel Gragnone – Presidente del “Collaterale” -, e solo nella seconda metà del XVIII secolo da contributi originali e propri del conte di Imola e Forlì, Contestabile Gerolamo Riario Sforza. Nel 1864 fu venduta ai Galante e nel 1879 agli Aprile.

Con un blocco di fabbrica principale sviluppato linearmente alla strada Regia delle Calabrie, e con due corpi laterali che si prolungano in profondità fino alle mura di cinta del giardino, la planimetria del complesso so dispiega come un’enorme “C”. Sin dall’antico impianto planimetrico il complesso è provvisto di tre entrate, con rispettivi cortili (comunicanti). Oltre il livello rialzato rispetto alla strada, la Villa si eleva su due livelli ulteriori, al cui primo (nobile) si fermano le articolazioni laterali della fabbrica, e che corrono, virtualmente, fino alla fine del giardino, mentre sino al terzo livello la facciata raggiunge la sua completa e piena statura. Tutti e tre i piani sono collegati verticalmente da due scale a pianta rettangolare, delimitanti l’atrio. La facciata rivolta verso il Vesuvio e la visuale aggettante verso il mare, e la copertura a falde a coppi, rendono in sintesi l’impegno da parte degli artefici (anonimi) di costruire una resa panoramica assoluta, e a tutto tondo, del complesso.

Giardini di Villa Aprile

In asse con la facciata principale, e frontalmente con l’accesso interessato, si ergeva una esedra con archi e colonne, abbellita con alberi ad alto fusto. Quest’ultima dialogava con gli orti e le serre del giardino rivolto verso il mare (attualmente ancora esistente). Le modifiche ottocentesche poco lasciano trapelare del gioco di simmetrie originario, ma sicuramente tra il 1832 e il 1860 il gusto per gli stucchi ridondanti e la piega barocca della scala a lumaca, con finestroni, viene surclassato da una ispirazione neoclassica montata a marmi francesi e citazioni greco-romane. Di questi precedenti barocchi rimangono solo testimonianze d’archivio, come del resto degli affreschi interni, di una facciata a stucchi lavorati, di pilastri con capitello, mostre e cimase nelle aperture delle finestre e dei balconi, terrazze con parapetti di fabbriche, e il teatro.

Il giardino verso il mare mantiene ancora oggi l’impostazione primordiale, con un viale centrale e principale legato a due laterali e minori. Già all’epoca del Celano i rifacimenti neoclassici arricchivano il primordiale disegno con un piccolo lago artificiale e una peschiera contornato di grotte e sentieri, una torre medievale e un finto rudere alpino. Al centro della peschiera soggiornava un Prometeo in bianco di Carrara, mentre ai quattro angoli altre deità. Ai fianchi della peschiera due tempietti dedicati alla Felicità e all’Amicizia.

Nel primo tempietto risiedeva la statua de la Virtù, coronata di fiori, seduta su una base con l’iscrizione “Sophia” e impugnante uno scudo. Ricordati nel tempietto sono quattro imperatori, il felice Augusto, il clemente Tito, il pietoso Antonino, il virtuoso Marco Aurelio. Nel tempietto dedicato all’Amicizia giace una statua di donna, coronata del frutto dell’amicizia (la melagrana), poggiata su un olmo serpeggiato da una vite, simbolo della costanza e del legame disinteressato. Statue, urne, vasi funerari sono disseminate nel boschetto, mentre un enorme ercole di stucco e un affresco tra colonne doriche completano il fondo del viale centrale.

Ercole