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Caso “Anna Frank”, il verdetto: solo una multa alla Lazio e nessun turno a porte chiuse

Il verdetto è arrivato, ma l’offesa non corrisponde e non pareggia la pena afflitta.

Il povero Dante si starà rivoltando nella tomba, dato che già nel lontanissimo 1300 aveva reso chiaro, con la sua legge del contrappasso, che i peccatori devono scontare pene perfettamente uguali, per contrasto o analogia, ai peccati dei quali si erano macchiati in vita. Una regola che è rimasta custodita solo ed esclusivamente nella letteratura, quando e se applicata alla realtà contingente, sarebbe una perfetta modalità per far e ricevere un’equa giustizia. E invece, non è così.

Tutti ricordiamo quello che è passato come il caso di Anna Frank, quando il 22 Ottobre 2017, nel match casalingo della Lazio contro il Cagliari dei pseudo-tifosi tappezzarono la Curva Sud dello Stadio Olimpico con adesivi raffiguranti il mezzo busto della povera ragazzina ebrea, uccisa da fanatici tedeschi, con indosso una maglia giallorossa. Un atto spregevole che non solo ha messo in evidenza il razzismo e l’antisemitismo dei tifosi biancocelesti, mossi da una cattiveria e odio sportivo inaudito, ma hanno sporcato la memoria di una vittima innocente, considerata un esempio di coraggio per tutti.

Ebbene, il giudice sportivo ha emesso la sentenza: 50mila euro di multa alla Lazio. Ma è stata rigettata in toto la richiesta di Giuseppe Pecoraro, procuratore della Figc che aveva chiesto due turni a porte chiuse.

Se sulla multa c’è poco da dire, in quanto è abbastanza salata e quasi equa per l’assurdità e la bassezza del gesto compiuto dai tifosi laziali, c’è da aggiungere che sarebbe stato giusto chiudere le porte dello stadio, al fine di rendere più emblematica e punitiva la sentenza stessa.

Perchè, ormai è chiaro, quando bisogna giudicare episodi di razzismo e fanatismo nello sport, “le buone” non servono a niente. Quindi sarebbe arrivato, e urge metterlo in pratica, il momento di usare esclusivamente “le cattive”.