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Il Governo vuole una tassa sulle ripetizioni private: mercato che coinvolge solo l’Italia

 

Nuova iniziativa da parte del governo di introdurre un’imposta sulle ripetizioni private, un mercato in nero che coinvolge solo l’Italia.

Lo studio di Giacomo Bandini e Lorenzo Castellani citato nel documento di Bilancio, stima che il 90% delle lezioni private non sono dichiarate al fisco, dunque l’intervento da parte del governo risulterebbe necessario poiché porterebbe risorse nelle casse dello Stato e incentiverebbe l’emersione riducendo l’evasione.

Tali ripetizioni private però non dovrebbero neppure esistere dato che sono una delle tante conseguenze del cattivo funzionamento del sistema scolastico.

Dunque vi è una contraddizione da parte del governo che vuole tassare un mercato che dovrebbe cessare ma che, al contempo, porterebbe nuovi incassi allo Stato e inoltre converrebbe agli insegnanti che arrotonderebbero i bassi salari percepiti.

L’introduzione di suddetta imposta potrebbe essere utile per un periodo breve, quello necessario per riformare la scuola, adoperando una didattica e un’organizzazione che non includa le ripetizioni private.

Per le famiglie invece questa iniziativa è vista come un ricatto morale e finanziario. Vi è la convinzione che si debba ricorrere alle ripetizioni perché i propri figli hanno delle lacune nell’apprendimento degli argomenti trattati a scuola, ma in realtà la responsabilità è delle scuole e degli insegnanti, probabilmente a causa di una scorretta organizzazione all’interno del sistema scolastico.

La tradizione delle ripetizioni coinvolge solo l’Italia. In Finlandia ad esempio, non vengono neppure assegnati i compiti a casa. Le ricerche Pisa più recenti collocano gli studenti italiani dietro solo ai russi per il tempo impiegato alle attività extrascolastiche tra compiti e ripetizioni private. Circa 12 ore alla settimana oltre l’orario scolastico.