Giulia Cecchettin
Sono trascorsi esattamente due anni dal brutale femminicidio di Giulia Cecchettin, la ragazza di soli 22 anni, uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta. Un caso di cronaca ora che ancora oggi continua a suscitare l’indignazione generale.
Una dinamica che, negli ultimi tempi, si ripete fin troppo spesso: quella di una giovane donna che decide di porre fine ad una relazione ma che, improvvisamente, si ritrova vittima di quel carnefice che diceva di amarla. Giulia voleva solo interrompere quella storia e intendeva farlo con delicatezza proprio per non ferire i sentimenti del ragazzo, temendo addirittura che la sua decisione potesse spingerlo a farsi del male.
Quel giorno aveva deciso di incontrarlo, per soddisfare ancora una volta il suo bisogno di parlarle. Avevano trascorso il pomeriggio presso un centro commerciale della zona: Giulia presto si sarebbe laureata e aveva fatto un giro tra i negozi per scegliere l’abbigliamento adatto all’occasione.
Subito dopo, però, si sarebbe consumata la tragedia: Turetta avrebbe ammazzato la ragazza, accoltellandola per ben 75 volte. Giulia avrebbe tentato di scappare, riuscendo ad uscire dall’auto, ma sarebbe stata raggiunta dal ragazzo che avrebbe continuato a colpirla fino alla morte.
“Non sono un politico, non sono un esperto. Sono semplicemente un padre che ha visto la propria vita cambiare per sempre due anni fa. Ho perso mia figlia, una ragazza piena di vita, curiosa, generosa, capace di vedere il bene anche dove non c’era” – queste le parole di Gino Cecchettin, papà di Giulia, in un’audizione in Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio.
“Da quel giorno il mio mondo si è fermato, ma non potevo restare fermo anche io. Gli eventi come questi ti cambiano per sempre, non c’è futuro, ti viene tolto anche il futuro. Un futuro fatto di abbracci, di ricordi e di giornate che non ci saranno più. Che in qualche modo dovevo riempire e quindi ho scelto di reagire di dare un senso a quel dolore che rischiava di distruggermi. Così è nata la Fondazione Giulia Cecchettin: non per coltivare la memoria del dolore, ma per trasformarla in impegno, perché se non cambiamo la cultura che genera la violenza, continueremo a piangere altre Giulie, altre famiglie, altre vite spezzate”.