Striscia di Gaza
Due adolescenti palestinesi di 13 e 14 anni sono stati uccisi nel nord della Striscia di Gaza mentre raccoglievano legna per cucinare e scaldarsi. Vivevano con le loro famiglie in un’area devastata, dove l’inverno rende la sopravvivenza quotidiana una lotta costante.
Secondo i familiari, i ragazzi erano inseparabili e non rappresentavano alcuna minaccia. Un video diffuso nelle ore successive mostra un padre che stringe il corpo senza vita del figlio in un ospedale, sotto gli sguardi attoniti di medici e presenti.
Le forze israeliane hanno affermato che le truppe avrebbero aperto il fuoco contro persone ritenute una minaccia dopo l’attraversamento di una linea di demarcazione, sostenendo che non si trattasse di minori. Non sono state però fornite prove a sostegno di questa ricostruzione.
I parenti respingono con decisione tale versione, spiegando che i ragazzi si trovavano lontano dalla linea indicata, in una zona prossima a strutture sanitarie. In diverse aree della Striscia, inoltre, questa linea non è chiaramente segnalata sul terreno, aumentando il rischio per chi si muove per necessità vitali.
La morte dei due adolescenti non è un episodio isolato. Negli ultimi mesi altri bambini sono stati colpiti mentre cercavano legna da ardere, diventata una risorsa essenziale in un territorio privo di servizi di base e con forniture energetiche quasi inesistenti. In casi analoghi, anche in passato, le vittime sono state inizialmente descritte come “sospetti” nonostante l’assenza di armi e il contesto di estrema necessità. Per molte famiglie, uscire a raccogliere legna è una scelta obbligata per sopravvivere al freddo.
Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, il numero delle vittime continua a crescere. Ad oggi almeno 484 palestinesi sono stati uccisi e oltre un migliaio feriti a causa di attacchi che si sono susseguiti quasi quotidianamente.
Le autorità locali riferiscono di un numero elevatissimo di violazioni dell’accordo: colpi contro civili, incursioni oltre le linee di separazione, bombardamenti, demolizioni di abitazioni e arresti. A ciò si aggiunge il blocco prolungato degli aiuti umanitari e la distruzione di infrastrutture essenziali, fattori che aggravano una crisi già catastrofica.
Alla violenza militare si affianca quella dei coloni nei territori occupati. In un video circolato recentemente, bambini palestinesi piangono terrorizzati mentre lo scuolabus su cui viaggiano viene inseguito da un veicolo fuoristrada guidato da coloni israeliani.
Attacchi a civili, intimidazioni, danneggiamenti di proprietà e aggressioni sono segnalati con regolarità in Cisgiordania. Queste azioni, spesso impunite, contribuiscono a un clima di terrore che colpisce soprattutto i più piccoli e le comunità più vulnerabili.
Le Nazioni Unite e diverse organizzazioni umanitarie descrivono un quadro in cui la violenza prosegue anche in presenza di una tregua formale. Le persone continuano a morire non solo per i bombardamenti, ma anche per il freddo, la mancanza di cure, il crollo degli edifici e le restrizioni all’ingresso degli aiuti.