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Frana di Niscemi, sopralluogo della Meloni: il paese rischia di crollare, danni per 2 miliardi

Una collina che si stacca e frana a Niscemi, in Sicilia, case sospese sulla voragine e più di 1.500 persone evacuate: la frana è più di una emergenza geologica.

Frana di Niscemi, 2 miliardi di danni e 1500 sfollati

È un caso simbolo di un Paese che arriva sempre tardi alle proprie emergenze, incapace di tradurre la gravità delle avvisaglie in decisioni tempestive.

Ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sorvolato in elicottero le aree colpite dal maltempo causato dal ciclone Harry, accompagnata dal capo della Protezione civile nazionale, Fabio Ciciliano, e ha poi fatto tappa in Municipio a Niscemi insieme al sindaco Massimiliano Conti e a esponenti regionali.

Il presidente della Regione siciliana, Renato Schifani, ha parlato di danni stimati in circa due miliardi di euro, un numero impressionante che però rischia di rimanere sulla carta se non accompagnato da azioni concrete.

La frana — che già si estende per oltre quattro chilometri e continua a muoversi ogni giorno — ha trasformato il quartiere di Sante Croci in un paese “in bilico”, con edifici che sembrano pendere sul nulla e strade interrotte. Per garantire la sicurezza, le scuole sono rimaste chiuse e la Protezione civile ha delimitato una zona rossa di 150 metri dal fronte della frana.

Cosa si poteva fare prima

Eppure, mentre tutto questo accade, la percezione che ha preso piede tra gli sfollati è una sola: Niscemi non è stata messa in sicurezza prima che fosse troppo tardi. Le frane spesso non sono fenomeni improvvisi.

La politica lo sa bene, così come sa bene che il riscaldamento globale sta portando ad una “tropicalizzazione” del clima del Mediterraneo ormai da decenni.

Non è un caso se proprio questo governo si è “lavato le mani” del sostegno alle attività produttive colpite da eventi catastrofali, imponendo ad ampie categorie di cittadini di assicurarsi privatamente. Ciò significa una sola cosa: tali eventi esistono, ci sono e saranno sempre più frequenti in un mondo che non accenna ad invertire la propria tendenza all’autoconsumo.

C’era il tempo per intervenire? Forse. Ma 160 anni di colonizzazione interna rendono più “poetico” parlare di Sicilia bedda, di vita lenta ed altre maschere che oggi cadono insieme alle tonnellate di terra e alle case.

Ora, con case che pendono letteralmente sul baratro, il sopralluogo della premier serve a fotografare un disastro già avvenuto. Ripetere che “i danni sono ingenti” non basta quando si tratta di salvare vite e comunità. Dalle parole alle azioni — dalla ricostruzione alla prevenzione — passa la credibilità delle istituzioni. E questa, nel Sud, è una partita che si gioca da troppo tempo in ritardo.

Sono nato mentre il Napoli vinceva il suo primo scudetto. Un "odi et amo" con questa terra, lungo una vita intera. Foto, videomaker, scrittura: do ossigeno a tutti i mezzi che mi consentono di raccontare la realtà, la mia realtà. Per i social sono #ilmennyquoditiano