Cultura

Non solo nazisti: Napoli ribelle fu l’unica a cacciare via anche l’Inquisizione

A partire dal XVI secolo l’Europa fu attraversata da un nuovo movimento religioso capeggiato dal monaco agostiniano Martin Lutero. La Riforma Protestante ebbe inizio nel 1517 quando Lutero affisse un documento, contenente 95 tesi, sul portone della Cattedrale di Wittenberg. Il religioso condannava, in particolare, la compravendita delle indulgenze e affermava che ciascun individuo dovesse avere la possibilità e la libertà di interpretare liberamente la Bibbia.

La reazione cattolica alla Riforma fu immediata e radicale. Nel 1542 papa Paolo III emanò la bolla Licet ab initio con la quale istituì la Congregazione della sacra romana e universale inquisizione conosciuta come Sant’Uffizio. Obiettivo di questa istituzione era tutelare l’integrità della fede cattolica punendo coloro che la Chiesa accusava di eresia, blasfemia e stregoneria. Alla bolla papale seguì, nel 1559, la pubblicazione dell’Index librorum prohibitorum, cioè l’elenco dei libri proibiti, che condannava tutti i volumi contrari al pensiero cristiano, alla morale e ai buoni costumi. Furono incluse nell’Index anche opere di Dante Alighieri, Niccolò Machiavelli e Giovanni Boccaccio. Inoltre furono accusati di eresia intellettuali del calibro di Giordano Bruno e Galileo Galilei.

“Il Tribunale dell’Inquisizione” di Francisco Goya

Il Sant’Uffizio, composto da cardinali e prelati che facevano capo direttamente al Papa, fu però ostacolato in alcuni regni dalle autorità locali che non accettarono di veder usurpato il proprio potere. Per esempio Venezia e Lucca acconsentirono all’instaurazione di un tribunale governato da Roma riservandosi però un certo controllo sul territorio tramite la costituzione, rispettivamente, dei ‘Savi all’eresia’ e dell’ ‘Offizio sopra la religione’. In particolare la Congregazione incontrò una forte resistenza nel Regno di Napoli governato dal viceré spagnolo.

Le rivolte cittadine, del 1509 e del 1547, contro l’introduzione del Sant’Uffizio dimostrarono quanto i napoletani fossero contrari alla sua instaurazione. Si cercò, così, di raggiungere un compromesso affiancando a un commissario del Sant’Uffizio, che aveva solo il compito di inviare a Roma le denunzie ricevute, alcuni vicari dell’arcivescovo e, in seguito, dei veri e propri tribunali delegati. Di fatto erano i vescovi locali a controllare la situazione e non gli inquisitori.

Il primo commissario dell’Inquisizione napoletana, Scipione Rebiba, fu nominato nel 1553. Già vicario generale di Gian Pietro Carafa, Rebiba intensificò in particolar modo le persecuzioni contro i seguaci di Juan de Valdés. Nella seconda metà del Seicento il Sant’Uffizio napoletano pose, invece, la sua attenzione sulle nascenti teorie cartesiane che potevano mettere in dubbio la teologia cristiana. Ma, nonostante il tentativo di imporre un regime repressivo più rigido, grazie alla fermezza del popolo napoletano, a metà Settecento, il vescovo Anzani di Campagna, in una sua relazione scriveva che “persino il nome del tribunale della Santa Inquisizione è molto odiato nel Regno”.

Fonti:  Pietro Ebner, “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1982

Adriano Prosperi, “L’Inquisizione romana: letture e ricerche”, , Edizioni di Storia e Letteratura, 1982, 2003

John A. Tedeschi, “Il giudice e l’eretico”, Milano, Vita&Pensiero, 1997