Francesca Albanese
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha presentato alla Camera dei deputati il rapporto “Genocidio di Gaza: un crimine collettivo”. Accanto a lei, parlamentari di M5S, Pd e Avs che hanno ospitato la conferenza stampa nella sala stampa di Montecitorio.
Il documento, già illustrato all’Assemblea generale dell’Onu, viene così portato nel cuore delle istituzioni italiane con un messaggio preciso: chiamare in causa le responsabilità politiche, economiche e militari di governi, imprese e alleati che, secondo la relatrice, avrebbero reso possibile quanto sta accadendo nella Striscia.
Uno dei passaggi centrali dell’intervento riguarda il coinvolgimento italiano nelle forniture a Israele. Albanese ha affermato che tra il 2020 e il 2024 l’Italia sarebbe stato il terzo fornitore di armi dopo Germania e Stati Uniti, ricordando anche il ruolo del nostro Paese nel programma F-35 e la partecipazione di Leonardo Spa alla filiera.
Secondo la relatrice, l’Italia continuerebbe inoltre a consentire il transito di carichi militari, contribuendo indirettamente a un sistema di cooperazione che comprenderebbe armi, intelligence e addestramento congiunto.
Albanese ha inserito il conflitto in una cornice più ampia, parlando di un “ordine mondiale coloniale” nel quale i diritti non sarebbero universali ma riservati a pochi. Nel rapporto vengono analizzate le condotte di oltre 60 Paesi che, con azioni o omissioni, avrebbero fornito sostegno diplomatico, politico e militare.
La denuncia non si limita agli Stati ma si estende a istituzioni finanziarie, aziende del comparto militare, fondi pensione e soggetti economici che, secondo la relatrice, avrebbero contribuito a mantenere operativa la macchina bellica.
Un altro punto toccato riguarda i rapporti commerciali. Albanese ha ricordato che l’Unione europea è il primo partner commerciale di Israele e che, nonostante il conflitto, le esportazioni israeliane sarebbero cresciute.
In questo quadro ha citato l’Italia, sostenendo che tra il 2023 e il 2025 gli scambi economici con Israele sarebbero aumentati di circa 100 milioni di euro, elemento che a suo dire ostacolerebbe qualsiasi discussione sulla sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele.
Nel suo intervento, Albanese ha espresso preoccupazione per il clima interno italiano, parlando di una repressione dei movimenti di solidarietà con la Palestina. Ha inoltre criticato l’uso delle leggi contro l’antisemitismo quando, a suo giudizio, verrebbero impiegate per limitare la libertà di espressione.
Secondo la relatrice, questo approccio rischierebbe di minare i fondamenti dell’ordine democratico, proteggendo politicamente uno Stato accusato di gravi crimini internazionali.
Albanese ha descritto una popolazione costretta a vivere senza elettricità, cure mediche, acqua e cibo adeguati. Ha citato il dato di 70mila vittime, a cui si aggiungerebbero migliaia di dispersi, e ha parlato di bambini morti per ipotermia nelle ultime settimane.
Ha poi richiamato l’attenzione sulla Cisgiordania, dove ha denunciato espropri, sfollamenti e violenze dei coloni, definendo la situazione come un clima di “vero e proprio terrore”.
La parte conclusiva dell’intervento è stata di natura giuridica. Albanese ha ricordato che, secondo il diritto internazionale, nessuno Stato può aiutare o assistere un altro nella commissione di crimini internazionali.
Da qui l’appello: sospendere i legami militari, economici e diplomatici con Israele, garantire il ritiro dai territori palestinesi occupati e accertare le responsabilità individuali e aziendali. “Non farlo significa essere complici”, ha affermato.
Albanese ha infine fatto riferimento alle sanzioni statunitensi nei suoi confronti e alla difficoltà di interlocuzione con il governo italiano. Ha dichiarato di aver richiesto incontri istituzionali senza ottenerli, evidenziando una situazione che ha definito anomala rispetto ad altri Paesi.
Secondo la relatrice, il clima politico negli Stati Uniti non favorirebbe una revoca rapida delle misure adottate nei suoi confronti, elemento che, a suo dire, rifletterebbe le tensioni legate al tentativo di applicare il diritto internazionale al caso palestinese.