‘Yorkshire napoletano’, Andrea Genovese racconta la diaspora napoletana nel cuore d’Inghilterra


Immaginare Napoli da Sheffield può sembrare un esercizio di fantasia, ma per Andrea Genovese è stato un modo per raccontare la realtà.

Dopo quindici anni vissuti nel cuore industriale dell’Inghilterra, il professore universitario napoletano ha deciso di dare voce ai tanti conterranei che, come lui, hanno cercato fortuna lontano da casa.

Il risultato è “Yorkshire napoletano”, un libro di racconti che intreccia vite, speranze e disillusioni di una comunità di emigrati che si riconosce nel tifo per il Napoli e in un’identità condivisa che resiste anche oltre la Manica.

Sheffield, l’altra città dell’acciaio

Sheffield è stata per me una seconda casa,” racconta Genovese. “Un’ex città industriale che, proprio come Napoli, ha vissuto una profonda crisi dopo la chiusura delle grandi fabbriche dell’acciaio. Due città diverse ma unite da una simile ferita: la deindustrializzazione.”

In questo scenario di mattoni rossi e cieli grigi, si muovono i protagonisti del libro: napoletani che fanno i camerieri, i lavapiatti, i piccoli imprenditori, ma anche i truffatori, i professori, gli avvocati improvvisati.

Tutti accomunati da una passione incrollabile per la squadra azzurra, il Napoli, che diventa il filo emotivo capace di tenere insieme una comunità dispersa.

Nel libro la passione per il Napoli è un collante,” spiega l’autore. “È uno dei modi in cui persone molto diverse tra loro riescono a incontrarsi e riconoscersi in una terra straniera.”

Le storie vere dietro la finzione

Genovese racconta che i personaggi di Yorkshire napoletano sono ispirati a persone reali conosciute nei suoi anni inglesi: “I nomi sono di fantasia, ma le storie sono vere. Ho voluto raccontare un tipo di emigrazione che raramente si legge: non solo quella dei successi, ma anche quella dei fallimenti, delle speranze infrante.”

Nel libro, infatti, non tutti “ce la fanno”: c’è chi resta, ma anche chi torna in Italia con meno speranza di quando era partito. “Sono storie che altrimenti andrebbero perdute,” dice. “E invece raccontano molto di noi e di come ci confrontiamo con l’altrove.”

Dalla Federico II a Sheffield

La storia personale di Genovese si intreccia inevitabilmente con quella dei suoi personaggi. Laureato e dottorato all’Università Federico II di Napoli, è arrivato in Inghilterra nel 2010 con una borsa da post-doc da 900 sterline mensili. “Era un periodo in cui la ricerca in Italia era al collasso,” ricorda. “La mia prima posizione era part-time, ma da lì è iniziato tutto. Sono rimasto e oggi sono professore ordinario all’Università di Sheffield. Sono sedici anni di vita, un pezzo di me.”

Il suo alter ego letterario, una sorta di “filo rosso” tra i vari protagonisti, è proprio un personaggio che li tiene insieme: “È un po’ sindacalista, un po’ confidente, una figura che aiuta e ascolta. È ispirato alle esperienze che ho vissuto io.”

L’emigrazione prima e dopo la Brexit

Un tema centrale del libro è anche la trasformazione del Regno Unito e del fenomeno migratorio nel corso degli anni. “Quando sono arrivato, nel 2010, ogni settimana vedevi arrivare nuovi napoletani. C’era libertà di movimento, si veniva qui con uno zaino e la speranza di un lavoro. Oggi non è più possibile. Con la Brexit serve un’offerta di lavoro per entrare nel Paese, e quella spontaneità si è persa.”

Secondo Genovese, il clima sociale si è profondamente modificato: “L’Inghilterra di allora era curiosa e aperta, quella di oggi è più chiusa, più impaurita. La Brexit ha generato una società che tende a guardare all’immigrato come un capro espiatorio. È un cambiamento che si sente nella quotidianità.

Napoli nel cuore, sempre

Nonostante i chilometri di distanza, Genovese non ha mai smesso di sentirsi parte della sua città. “A Sheffield avevamo fondato una sorta di Napoli Club. Guardavamo le partite in 20 o 25 persone. Oggi non più, perché molti sono andati via, la comunità si è dispersa. Ma quella passione resta.”
E quando il Napoli ha vinto gli scudetti? “Li ho festeggiati entrambi a Napoli, era impensabile non esserci. L’ultimo, poi, è stato il più bello: inatteso, sorprendente, un’esplosione di gioia che porterò sempre con me.”

Un racconto di identità e appartenenza

Yorkshire napoletano è molto più di un libro sull’emigrazione. È un mosaico di vite che parla di identità, appartenenza, nostalgia e resistenza culturale. Attraverso una scrittura che mescola ironia, malinconia e realismo, Genovese costruisce un ponte tra Napoli e Sheffield, due città lontane ma unite da un destino comune.

In fondo,” conclude, “siamo tutti un po’ ‘yorkshire napoletani: sospesi tra ciò che siamo e ciò che cerchiamo di diventare.”


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