Spettacoli

Gli spettacoli di Napoli e provincia

classico contemporaneo

classico contemporaneoRitorna l’appuntamento estivo con “Classico Contemporaneo 2019”, la rassegna annuale di teatro e musica nella cornice del Chiostro del Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore che ripropone grandi classici in chiave contemporanea.

Gli spettacoli, serali e all’aperto, avranno luogo a partire dal 9 agosto fino al 1 settembre 2019. I tanti classici riproposti in chiave contemporanea saranno diretti da molti registi napoletani con la direzione artistica di Gianmarco Cesario e Mirko Di Martino.

Quest’anno, tendenzialmente, ogni spettacolo sarà in scena per almeno due sere e sarà quasi sempre una prima rappresentazione. Il programma degli spettacoli propone sia testi di teatro antico (ad esempio, Sofocle e Plauto) che lavori di grandi autori moderni come Shakespeare, Goldoni, Wilde e Viviani. Tanto spazio sarà dedicato anche alla canzone d’autore e alla musica napoletana.

Per quanto riguarda i biglietti, ci sono più formule: biglietto intero 13 euro (10 euro se acquistato online); abbonamento da tre spettacoli 27 euro, da sette spettacoli 49 euro.

classico contemporaneoPer ulteriori informazioni è possibile consultare l’evento Facebook ufficiale dell’iniziativa o contattare via Whatsapp il numero 342 1785930. Sull’evento è possibile consultare anche l’intero calendario degli spettacoli della rassegna.

A dare il via alla rassegna “Classico Contemporaneo 2019” sarà il concerto di musica napoletana con Francesca Curti Giardina (TempodiMusica), Dario Di Pietro alla chitarra e Andrea Bonetti alla fisarmonica di venerdì 9 agosto 2019 alle ore 21:30″Napulitanata”.

La conclusione della rassegna, invece, sarà responsabilità dell’ “Edipo Re(o)” tratto da Sofocle con la drammaturgia e la regia di Gianmarco Cesario e con Danilo Rovani, Daniela Cenciotti, Antonio De Rosa, Salvatore Sannino, Antonio Gargiulo, Gianluca Masone, Denise Capuano e Luca Lombardi che si terrà domenica 1 settembre alle ore 21:30.

Da settimane, i fan della soap opera partenopea Un posto al sole (che ricordiamo va in onda su Rai 3, dal lunedì al venerdì) si stanno chiedendo: che fine ha fatto Teresa? Il personaggio interpretato dall’attrice Carmen Scivittaro, il quale è ormai uno dei volti storici della serie.

Secondo moltissimi fan infatti, prima di questa prolungata assenza, l’attrice sembrava esser dimagrita e non proprio in forma. Come anticipato dalla produzione, l’attrice non comparirà nemmeno nelle puntate previste dal 22 al 26 luglio. Ciò ha fatto preoccupare gli spettatori ancor di più, i quali hanno ipotizzato non solo che l’attrice avesse problemi di salute, ma hanno anche parlato della possibile morte di un familiare o altro.

Al di là di tutto, prossimamente anche i personaggi della saop opera sofriranno la mancanza di Tersa. In primis il marito Otello, al quale peserà sempre più la distanza della moglie che (secondo la finzione della narrazione) si trova lontano da Napoli, per assistere la madre anziana. 

castel dell'Ovo

castel dell'OvoTutto è pronto per il grande evento che si terrà sul Lungomare di Napoli, durante la serata di venerdì 12 luglio 2019. La notte magica di Napoli in onore della chiusura delle Universiadi e non solo cercherà di affascinare le tante persone che vi accorreranno, per passare una serata all’insegna della buona musica.

La serata sarà riempita da un concerto speciale con 15 mandolini, i più classici degli strumenti napoletani, e lo spettacolo pirotecnico sul mare da Castel dell’Ovo e si terrà dalle 21.00 fino a mezzanotte. Si inizierà infatti con Mandolini sotto le stelle, un concerto dedicato alla canzone popolare napoletana presso il Teatro Viviani, per poi proseguire coi restanti eventi. Realizzata dalla Regione Campania su proposta del Comune di Napoli, l’iniziativa è organizzata dalla Scabec in collaborazione con X Eventi & Comunication e con Lieto Fireworks.

Da anni lavoriamo alla valorizzazione del patrimonio classico musicale partenopeo – ha detto l’Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli Nino Daniele – che nel rispetto della tradizione riesce ancora a rinnovarsi e a offrirci emozioni indimenticabili.  Per gli ospiti internazionali che sono in città e per i nostri concittadini non abbiamo avuto dubbi e abbiamo scelto di offrire il migliore spettacolo musicale della tradizione con il concerto Mandolini sotto le stelle”

Abbiamo voluto offrire agli ospiti delle Universiadi e ai turisti che affollano la città le note più caratteristiche della tradizione musicale napoletana e italiana – ha dichiarato la vicepresidente di Scabec Teresa Armato – nel cuore del centro antico di Napoli, in questo ritrovato teatro Trianon che nasce come luogo di aggregazione e di memoria culturale”.

Invitiamo chi ne ha la possibilità di partecipare, dato che si prevedono cose in grande.

Andrea Bocelli canterà alla cerimonia d’apertura delle Universiadi Summer Game di Napoli. Il grande annuncio è stato fatto poco fa dal Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, al termine di una conferenza stampa alla Rai per la presentazione del palinsesto ufficiale.

Questa è un’ottima notizia. E’ importante sapere che ad aprire le danze vi sarà uno dei cantanti italiani più amati, soprattutto all’estero, come Bocelli. Ciò dà lustro alla manifestazione e permette ancor di più di entrare nel clima di festa, il quale poi investirà in pieno Napoli dal 3 al 14 luglio. Una grande festa dello sport che permetterà a Napoli di farsi conoscere nel mondo, al di là delle maldicenza e dei luoghi comuni.

Tutta la Campania si sta infatti preparando al grande evento sportivo. Sono stati ristrutturati stadi, riprese piscine e rivitalizzata la zona intorno allo Stadio San Paolo, cioè il luogo che ospiterà la cerimonia. Quest’ultima sarà infatti condotta da Marco Balich e sarà trasmessa in diretta su Rai 2, la sera di mercoledì 3 luglio 2019.

Nei mesi di giugno e luglio durante i week end, l’ex base NATO  di Bagnoli ospiterà un vero e proprio cinema all’aperto. L’ingresso è previsto per le ore 21.00 e il costo del biglietto è di 4 euro. La proiezione dei film avverrà su due schermi in aree diverse, in alcuni casi per lo schermo due, sarà possibile la visione a soli 2 euro con ingresso Arena Club.

Sotto le stelle saranno proiettati numerosi film, alcuni di ultimissima visione, altri meno recenti.

Quella che era la più grande base militare del sud Italia farà da sfondo ad una serata  estiva un po’ alternativa, diversa dal solito.

Oltre alla novità del cinema, l’intero spazio sarà teatro anche di un’area food e di un’area relax, sarà poi possibile ascoltare musica e sarà allestita anche una zona per i più piccoli.

L’iniziativa avrà inizio sabato 1 giugno, per questa prima giornata sarà possibile ritirare un invito gratuito, salvo esaurimento scorte, presso il botteghino del cinema La Perla di Agnano, poco distante da lì.

Sulla pagina Facebook Exbase Napoli è possibile consultare l’elenco dei film, gli orari corrispondenti ed eventuali cambi di programma.

RIEPILOGO INFO
DOVE: ex base Nato di Bagnoli
QUANDO: mesi di giugno e luglio 2019 dalle ore 21.00
PREZZO: 4 euro
Evento Facebook

Durante la prossima settimana, Napoli mostrerà tutta la bellezza della sua Canzone. Quest’ultima è ancora oggi una delle forme d’arti partenopee più apprezzate nel Mondo intero. Da lunedì 20 maggio, inizia l’iniziativa “Le metamorfosi della tradizione. Attorno alla canzone napoletana.”

La manifestazione durerà per 4 giorni consecutivi e avrà come location il Palazzo Reale e la Biblioteca Nazionale. Tra gli ospiti presenti ai vari concerti, mostre ecc., vi saranno personalità del calibro di:  Peppe Vessicchio, Daniele Sepe, Peppe Servillo & Solis String Quartet, Ebbanesis, Flo, Canio Loguercio & Alessandro D’Alessandro e Maria Pia De Vito. 

“Fondata su una ricerca pluriennale, svolta da Raffaele Di Mauro in numerose biblioteche partenopee e nazionali, la Nazionale tra studi e animazione, ricerca e spettacolo, intende chiarire la fase di passaggio, posta agli albori della canzone napoletana, quando personalità eminenti , autori, editori e compositori, si incontrarono con le suggestioni ma anche i suoni e le musiche provenienti da un mondo popolare che, a inizio Ottocento, nella città di Napoli gravitava soprattutto attorno al Molo”. Queste sono state le parole del Direttore Mercurio, come riportate da Repubblica.

Nello specifico, gli eventi in programma sono:

21 maggio, alle 17, nella Sala dell’Accoglienza di Palazzo Reale: “Dialogo concertante” di Raffaele Di Mauro con Peppe Vessicchio, esecuzioni esemplificative dell’ampio repertorio di canzoni “napolitane”, pubblicate nella città partenopea da diversi editori e stampatori dagli inizi dell’Ottocento fino a poco dopo l’Unità d’Italia:

22 maggio, alle 17, nella Sala dell’Accoglienza di Palazzo Reale: “Paese mio bello”, con un concerto nel cuore della canzone napoletana classica e brani di straordinaria forza armonica affidati a quattro voci (Lello Giulivo, Gianni Lamagna, Anna Spagnuolo e Patrizia Spinosi), formatesi alla scuola di Roberto De Simone

23 maggio, alle 17, nella Sala dell’Accoglienza di Palazzo Reale: Concerto di Canio Loguercio & Alessandro D’Alessandro che, accompagnato dai suoni orchestrali di un organetto,

24 maggio, alle 18, nel Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale: Gran concerto finale con Florin Barbu, Roberto Colella, Maria Pia De Vito, Ebbanesis, Flo, Daniele Sepe e Peppe Servillo & Solis String Quartet con un tripudio di suoni ed emozioni, armonie e colori ,sostenuti da un ensemble musicale di notevole rilievo (Cristiano Califano, chitarra classica, Antonio Aragosta, chitarra elettrica, Mario Mazzenga, basso, e Raffaele Di Fenza, batteria e percussioni) con la direzione musicale di Alessandro D’Alessandro (organetto e live electronics) per una grande festa collettiva dove non mancheranno ospiti a sorpresa.

NAPOLI – Un Maggio dei Monumenti all’insegna del grande teatro di Shakespeare. Ieri, venerdì 10 maggio, a Palazzo San Giacomo, è stata presentata la rassegna teatrale “Tutto il mondo è palcoscenico” che si svolgerà dal 14 al 24 maggio nel Succorpo della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore.

A due anni dall’ultima edizione, dunque, torna la celebre rassegna dedicata all’opera di William Shakespeare,  inserita per l’occasione nell’ambito del Maggio dei Monumenti. Questa IV edizione, la cui direzione artistica è di Gianmarco Cesario, ha come tema principale l’amore, analizzato nelle varie sfaccettature presenti nelle opere del drammaturgo inglese.

Il programma de “Tutto il mondo è palcoscenico” prevede sei spettacoli teatrali e un workshop dedicato allo studio dell’”Amleto” a cura del drammaturgo e regista Mirko Di Martino. Inoltre, al termine di ogni pièce, il pubblico potrà confrontarsi e interloquire con gli artisti presenti. Ogni confronto sarà moderato da uno studioso dell’opera del drammaturgo inglese.

Soddisfazione per Gianmarco Cesario: «Otto spettacoli in cartellone, un workshop e incontri con gli esperti di teatro che al termine di ogni spettacolo incontreranno il pubblico e racconteranno il loro punto di vista su Shakespeare. Il workshop è sull’”Amleto”, mentre gli spettacoli sono quasi tutti spettacoli originali e si rifanno a Shakespeare, ad eccezione di una mia versione personale di “Sogno di una notte di mezza estate” e de “La tempesta”».

L’assessore alla cultura Nino Daniele ha dichiarato: «Sono molto contento per questa bella iniziativa che dobbiamo a Gianmarco Cesario. In particolare, la rassegna avrà come luogo lo splendido gioiello vanvitelliano che è il Succorpo del’Annunziata, spazio che ha una funzione molto rilevante nell’identità e nella storia di Napoli. E’ un luogo dedicato ai bambini e all’infanzia e credo che, rivitalizzarlo in questo momento, dandogli vitalità culturale, significa dare una grande forza alla nostra città».

Il programma

Martedì 14 maggio: “L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare)”, diretto da Emanuele Tirelli. Lo spettacolo indaga il significato della coppia, mediante un confronto con il pensiero di Deleuze, Lacan, Schopenhauer.

Mercoledì 15 maggio: “Woman Drama” regia e coreografia di Enzo Padulano. La pièce è dedicata ad alcune delle principali figure femminili della drammaturgia shakespeariana, quali Cleopatra, Ofelia, Giulietta e Lady Macbeth.

Giovedì 16 maggio: ““Les chanson médiévales” a cura di Patrizia Di Martino. Lo spettacolo offre un confronto tra il tema dell’amore dei “Sonetti” di Shakespeare e l’amore del Medioevo cortese.

Venerdì 17 maggio: “Love in Shakespeare” di Sarah Falanga (il 17 maggio). La pièce analizza i momenti, sia moderni che antichi, del sentimento amoroso presenti nelle drammaturgie di Shakespeare.

Sabato 18 e martedì 21 maggio (con repliche il giorno dopo): “Sogno di una notte di mezza estate” di Gianmarco Cesario e “La tempesta” di Salvatore Sannino.

Venerdì 24 maggio: “Shakespeare, amore mio” di Maximilian Nisi. Spettacolo di chiusura della rassegna teatrale, autentico atto d’amore del regista per l’opera di Shakespeare.

 

Francesco MalapenaTorre Annunziata – Metti una sera sul palco: un tenore straordinario, Francesco Malapena, una cantante con la voce alla Edith Piaf, Francesca Marini , e uno chef che oltre a fare delle ottime pizze canta divinamente Gianfranco Iervolino. Aggiungi sei grandi musicisti, (Luca Mennella al pianoforte, Pasquale de Angelis al basso, Claudio Romano alla chitarra e al mandolino, Sasà Piedepalumbo alla fisarmonica, Domenico Guastafierro al flauto e Antonio Mambelli alla batteria e percussioni) e due ballerini dal movimento scenico perfetto come Lucia Cimmino e Armando Segreto. Unisci l’ironia e la bravura di Lino D’Angiò, artista poliedrico dalle mille sfaccettature, il tutto magistralmente diretto dalla sapiente regia di Luca Cirillo, ed il successo è assicurato. 

Uno spettacolo degno di Broadway in chiave partenopea, questo è stato “E fuori… Musica, onde radio in FM”, messo in scena ieri sera al Teatro Politeama di Torre Annunziata. Uno sguardo al passato, al grande patrimonio artistico musicale che ci hanno lasciato in eredità i grandi artisti del novecento. Brani storici proposti in una versione moderna. 

Testi piacevoli e mai banali di: Antonella Esposito, Sabrina Gargiulo e Lino D’Angiò, una scaletta che cambia per forza di cose, visto il tragico incendio alla cattedrale di Notre-Dame. Ed è proprio a questo spiacevole fatto di cronaca che la voce sublime di Francesca Marini rende omaggio con brano “La vie en rose” di Edith Piaf. La voce del tenore Francesco Malapena protagonista della serata rende omaggio a grandi artisti con brani che ancora oggi regalano emozioni, come l’intramontabile “Parlami d’amore Mariù”

Non mancano i duetti, richiesti in una maniera originale e simpatica, grazie alla voce (imitata) di Maurizio Costanzo che attraverso una delle quattro radio d’epoca presenti in scena, chiede “Non ti scordar di me” da dedicare alla sua Maria. Ad eseguire il celebre brano, inno all’amore, sono stati Francesco Malapena e Francesca Marini accompagnati dalla performance dei due ballerini: Lucia Cimmino e Armando Segreto. 

Esilarante e divertente la versione di “Vita spericolata” di Vasco Rossi, proposta da Lino D’Angiò imitando: Vasco, Enrico Ruggeri, Julio Iglesias, Claudio Baglioni, Ornella Vanoni, Beppe Grillo Renato Zero, Adriano Celentano, Riccardo Cocciante, Diego Armando Maradona, Gianni Minà Bruno Vespa, Johnny Dorelli e i mitici Corrado e Mike Bongiorno. 

Bravissimo Gianfranco Iervolino, prima nel siparietto divertente con “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, che scherza con i musicisti che lasciano il palco appena pronuncia la strofa: “E adesso andate via” e poi con l’esibizione di “Erba di casa mia”.

L’emozione che ci hanno regalato i sei musicisti sul palco è stata unica. Uno straordinario Sasà Piedepalumbo (che conosco da oltre un ventennio) accompagnato dagli altri musicisti, ha regalato grandi emozioni con la sua fisarmonica esibendosi in un classico come “Libertango” di Astor Piazzolla. Entusiasta il pubblico in sala. Tra i tanti annoveriamo la presenza di un grande della musica partenopea: Antonello Rondi. 

Teatro San CarloDal 16 al 20 Aprile, il Teatro San Carlo tornerà a vestire panni orientali. Tutto è pronto per la Madama Butterly, la famosa opera di Puccini che, oltre a portare l’aria del Sol Levante, avrà con sé un po’ di Turchia. La regia è infatti di Ferzan Ozpetek.

Il regista di Napoli Velata e delle Fate Ignoranti non è nuovo al mondo della Lirica. Egli si era già preso gli applausi del Real Teatro poco tempo fa, con la Traviata di Giuseppe Verdi. Ora si ritrova a dover fare i conti con un altro culto dell’Opera italiana.

La Madama Butterfly è stata composta da Giacomo Puccini nel 1903, su un libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. L’opera narra della breve e fatale storia d’amore tra un soldato americano di stanza a Nagasaki, Tenente Pinkerton, e la geisha quindicenne Cio Cio-san. Così tra arie entrate nella storia della cultura europea (come “Un bel dì vedremo”, “Addio fiorito asil” e “Dolce notte, quante stelle”) e ciliegi in fiore, sembra di vivere uno spaccato sul Giappone di inizio ‘900.

Anche il cast è di prim’ordine. Parliamo di attori come Evgenia Muraveva e Rebeka Lokar, che interpreteranno Cio-san, e poi Saimir Pirgu e Angelo Villari nel ruolo di Pinkerton. Da segnalare anche Raffaella Lupinacci e Chiara Tirotta nel ruolo di Suzuki, l’ancella della protagonista, e Giovanni Meoni e Filippo Polinelli nel ruolo del console degli Stati Uniti a Nagasaki.

Ancora una volta il San Carlo si fa palcoscenico della grande musica classica, questa volta con un regista particolare.

Per maggiori info: https://www.teatrosancarlo.it/it/spettacoli/madama-butterfly-2019.html?fbclid=IwAR2ozp0H9btc4on2BCY7J-7Ff_CF0-XJQzOaKBUruPnekNwGY7fM9d1hMLw

 

Una delle tragedie shakespeariane più conosciute al mondo si fonde con la tradizione napoletana e burlesque. “Hamlet Travestie” è il titolo dell’innovativo spettacolo, portato in scena dalla giovane compagnia “Ladri di Copione”, che debutterà il 12 maggio alle ore 17.30 e alle ore 20.30, presso il Teatro Corallo, nel cuore del centro storico di Torre del Greco.

L’idea di mettere in scena l’innovativa rivisitazione della famosa opera, scritta in chiave burlesque da Joon Poole nel 1700, è di Emanuele Valenti e Gianni Vastarella, che hanno realizzato il sogno della giovane compagnia debuttante, attraverso quest’ulteriore riscrittura dell’opera in chiave napoletana. Le storie della famiglia protagonista saranno vincolate l’uno all’altra in un quadro di sopravvivenza quotidiana della nostra epoca: lavoro, casa e debiti. Altresì, c’è Amleto che, come il protagonista shakespeariano, alimenterà un conflitto, attraverso dubbi e paure.

La giovane compagnia “Ladri di Copione” nasce attraverso l’amore per l’antica arte della recitazione di due giovanni attori, entrambi originari della cittadina di Torre del Greco: Flavio Speranza, regista di “Hamlet Travestie”, e Nicola Gallo. Entrambi desiderano avvicinare i giovani al teatro, un’ambito artistico che ha dato prova di rinnovarsi continuamente. “La compagnia ha l’intento di promuovere il teatro, quale vincolo di emozioni basato sulla lealtà, l’amicizia, il rispetto, il sacrificio e il coraggio”, spiega il regista Flavio Speranza, di soli 29 anni. Per di più, gran parte del ricavato dello spettacolo verrà devoluto a Gocce d’Amore Onlus, famosa associazione che opera a Zanzibar da dieci anni.

Il pubblico potrà assistere ad uno spettacolo, non solo fresco e innovativo, che, nel contempo, non trascura la tradizione napoletana. Il costo del biglietto è di 10 euro. Per maggiori informazioni e prenotazioni è possibile telefonare ai numeri 3663821692, 3342463622 e 3456178220.

sansevero

cappella sansevero

Napoli -All’insegna dell’esoterismo il concerto in programma venerdì 15 marzo, alle ore 18:00 al Teatro Salvo D’Acquisto, in via Morghen, a Napoli, nell’ambito della rassegna Passione Musica, promossa dall’Unione Musicisti e Artisti Italiani.

“Serenata alchemica”, questo il titolo, nasce per onorare due uomini legati alla Cappella Sansevero in modo diverso ma convergente: l’uno perché, nel XVIII secolo, ne fu l’artefice più importante; l’altro perché, a distanza di tre secoli, ne ha studiato le complesse simbologie con amore e passione. Entrambi spiriti elevati. Entrambi iniziati.

Nel 248° anniversario della morte di Raimondo de Sangro e nel ricordo dell’artista e studioso di esoterismo Mario Buonoconto, scomparso nel 2003, lo spettacolo consisterà nella lettura di passi significativi del libro “Viaggio fantastico” di quest’ultimo, interpretati da Martin Rua. Le parti recitate si alterneranno all’esecuzione al pianoforte di Maria Grazia Ritrovato, per fondere musica e parole.

Un concerto che ha il sapore degli alchemici misteri nascosti dal Sansevero nella sua cappella gentilizia e indagati, tra gli altri, proprio dal compianto professore Buonoconto. Un’occasione imperdibile per gli amanti della buona musica e per i tanti curiosi appassionati di esoterismo e misteri.

Reggia Quisisana C/mare

Lo spettacolo “Vesuvius 79 d.C.” organizzato e prodototto dal MAV (Museo Archeologico Virtuale) di Ercolano e dallo  Scabec, verrà allestito presso la splendida cornice della reggia di Quisisana di Castellammare di Stabia.

La rappresentazione verrà allestita presso la reggia stabiese dalla quale si può godere della vista del golfo di Napoli, un panorama mozzafiato tra i più belli del mondo.

L’evento sarà completamente gratuito, ma con prenotazione obbligatoria, e avrà una durata di 20 minuti circa. Dalle 19,30 sarà possibile visitare le bellezze della reggia stabiese e dalle 20,30 inizierà lo spettacolo vero e proprio, durante la quale verranno fatte delle letture di Plinio il Giovane e Tacito, ad opera dell’archeologo Gianmatteo Matullo.

Reggia Quisisana C/mare– Sabato 9 marzo un nuovo appuntamento con “Vesuvius 79 d.C”., lo spettacolo con la ricostruzione in 3d e reading per rivivere la drammatica eruzione che seppellì Pompei ed Ercolano, ospitato in una location d’eccezione: la Reggia di Quisisana a Castellammare di Stabia. Un’iniziativa di OPENartCampania, realizzata dalla Scabec/Regione Campania in co-produzione con il MAV (Museo Archeologico Virtuale di Ercolano) e in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei (MIBAC), il Comune di Castellammare di Stabia e il Parco regionale Monti Lattari.

Costruita nel XIII secolo dagli Angioini, la Reggia di Quisisana divenne presto famosa tra i regnanti per il clima salubre e per lo straordinario panorama sul golfo di Napoli. Si narra che il suo nome viene proprio dall’espressione “Qui si sana” dopo che Carlo D’Angiò qui guarì da una brutta malattia. La Reggia di Quisisana raggiunse il suo splendore in età borbonica.

Il rifacimento del parco all’inglese con grandi viali, scale, fontane e giochi d’acqua che sfruttavano scenograficamente sia la ricca vegetazione delle pendici del Faito che le sorgenti. Era qui che i sovrani trascorrevano le vacanze tra la caccia e il mare.

A partire dalle 19,30 sarà possibile scoprire le bellezze del Palazzo reale di Castellammare e dei suoi reperti storici con la visita guidata a gruppi, di una durata di circa 20 minutiA seguire, alle 20,30 inizierà “VESUVIUS – 79 d.C., l’eruzione raccontata da Plinio”: ricostruzioni digitali e letture dell’archeologo Gianmatteo Matullo delle celebri lettere di Plinio il Giovane a Tacito. Uno spettacolo che trasporterà gli spettatori in una atmosfera emozionante, con suoni e immagini di quel tragico evento del 79 d. C.

L’evento è gratuito, fino ad esaurimento posti.
La prenotazione è obbligatoria via Whatsapp al numero 3511197798 o attraverso la piattaforma di prenotazione online “Eventbrite”. L’iniziativa fa parte di OPENart Campania, il programma contenitore della Scabec, promosso dalla Regione Campania. Tale programma ospita eventi e manifestazioni, dai concerti al teatro, dalle visite guidate alle degustazioni, in musei e luoghi culturali campani. L’intento è quello di valorizzare i siti minori o di far emergere artisti giovani utilizzando sedi prestigiose che facciano da richiamo e da scenografia.

Ufficio Stampa

Raffaella Leveque- Capo Ufficio Stampa

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Assai spesso l’espressione “provocazione” è utilizzata da chi, per nascondere la carenza di strumenti atti a decifrare il contenuto di un’opera, ricorre al più facile degli escamotages: celarsi dietro una parola dall’altisonante impatto morale, dando così l’impressione di avere realmente qualcosa da dire. Ad onor del vero, non sono poche le opere che meriterebbero, oggi, l’utilizzo di tale espressione, visto il numero sempre crescente di realtà che null’altro hanno da offrire al di fuori di una scialba provocazione fine a stessa. Ma non è questo il caso di “Bestie di scene” di Emma Dante, in replica al Teatro Bellini fino al 10 febbraio, per il quale l’espressione “provocatorio” non può che essere sospetta.

Un gruppo di quindici attori si muove compatto, seguendo uno specifico quanto recondito ritmo interiore, diffondendo nella sala un rimbombante trambusto di passi. Questa è la scena che lo spettatore si trova dinanzi agli occhi, a sipario aperto, non appena accede in platea. Sono i primi atti di un cerimoniale che, di li a poco, trasformerà i quindici interpreti in autentiche “bestie di scena”.

Il gruppo si scioglie improvvisamente e gli attori, distaccandosi l’un l’altro, iniziano a correre, entrando ed uscendo sulla scena dalle quinte. Alla fine della corsa, uno ad uno raggiungono la linea di ribalta e si svestono, rimanendo completamente nudi sul ciglio del palcoscenico. Eccole qui, le “bestie di scena”: quindici bipedi inermi e impacciati che furiosamente cercano di nascondere vulve, seni e peni coprendoli con braccia e mani. Con loro, affiora sulla scena la tonalità emotiva fondamentale della pièce: il terror panico dell’attore, costretto a stare in scena senza scena alcuna. Affiora, lo sgomento, nella terribile consapevolezza di non poter elemosinare un applauso interpretando un “ruolo”. Sprovvisto di rappresentazione, il palcoscenico diviene luogo di tremendi conflitti.

Tutto quello che avviene in “Bestie di scena” è custodito, oltreché riscattato, in una palpabile aurea mistica. Basta tale constatazione per risparmiare alla pièce qualsiasi stucchevole rimprovero di “volgarità”, perché l’esposta nudità delle bestie non strizza affatto l’occhio a chissà quale meschina perversione dello spettatore. Al contrario, la nudità si mostra immediatamente nella sua essenzialità, come un principio di purificazione, necessaria per far vivere all’attore la sua iniziazione più radicale: superare gli escamotages dell’attorialità in vista di qualcosa in grado di eccedere il margine rappresentativo. E’ in tale ottica che “Bestie di scena” si mostra tutta la sua innegabile sacralità: provocare la dissacrazione del linguaggio scenico comune, in vista di un linguaggio più puro, fondato al di sopra di qualsiasi dissacrazione.

Ed è proprio in vista di tale dislocazione linguistica che dalle quinte vengono scaraventati sulla scena oggetti disparati, tasselli visibili di uno scacchiere disposto da un impercettibile deus ex machina, che dal buio delle quinte impone agli attori il loro destino. Così, compaiono una tanica di plastica contenente dell’acqua, degli esplosivi, due aste di legno con dei carillon, delle palle, una bambola parlante, una spada, delle noccioline americane e alcune scope. Seguendo le tracce degli oggetti lanciati sulla scena è possibile ricostruire la genesi, il compimento e la conseguente dissoluzione di un mondo, che dai suoi istinti arcaici e primordiali – la necessità del bene primigenio indicato dalla tanica d’acqua, la necessità della protezione dalle insidie del mondo esterno simboleggiata dal fuoco, fin poi alla ineluttabile inclinazione alla guerra rappresentata dalla spada – si sviluppa a scapito di una comunità di bestie il cui vero fine, in realtà, è il superamento di ognuna delle fasi di tale manifestazione.

Tra le varie insidie che provengono dalle quinte, spiccano, per intensità, due momenti specifici. La prima ha luogo quando sulla scena vengono scagliate delle noccioline. Le bestie iniziano a cibarsene, finché uno di loro sembra regredire, nei gesti e nei movimenti, a livello della scimmia. L’animale si muove rozzamente sul palco, emette striduli incomprensibili, si masturba, guarda il pubblico con sfida e gli sputa addosso la poltiglia di noccioline che sta masticando. Poco dopo, anche un’altra bestia sembra impazzire, questa volta donna. Incapace di trovare un equilibrio, diviene improvvisamente rigida e cade da tutte le parti. Una bestia cerca di soccorrerla, impedendo agli altri di sostenere la compagna malata, senza, però, riuscire ad aiutarla. Nell’epopea della microcosmo sociale inscenato, le noccioline e il consequenziale impazzimento delle bestie sembrano una chiara metafora del deserto consumistico, con l’inequivocabile devastazione umana che ne consegue.

Tale metafora sembra essere supportata dalla scena immediatamente successiva, quando sul palco cadono delle scope: con le quali le bestie iniziano a spazzare i gusci delle noccioline accumulati sul palcoscenico. “Spazzare”, nel tentativo di ripulire la comunità dal caos poc’anzi vissuto. Ma lo sforzo è vano, nulla può più redimere l’ordine precedente e allora dalle quinte ricadono violentemente tutti gli elementi comparsi fino a quel momento sulla scena: la tanica d’acqua, il fuoco, la spada, i carillon, le palle, la bambola e tutto il resto. Le bestie impazzano, ognuno con il proprio oggetto. Allegoria del dilagante nichilismo attuale: la comunità rinnega ogni vincolo di omogeneità e si concede alla barbarie.

Nel miasma generale, ecco che dalle quinte sopraggiungono gli ultimi oggetti: un gran numero di vestiti cade a frotte, come pioggia. Le bestie, immobili, guardano gli indumenti che si ammassano sul palco. Non li indossano: voltano le spalle ai vestiti e raggiungono, come all’inizio, il ciglio della scena. Sono davvero nudi, adesso. Nessun gesto convulso cerca di nascondere vulve, seni e peni dietro braccia e mani. La comica epopea della comunità di “bestie di scena” termina con il compimento dell’iniziazione: l’oltrepassamento della rappresentazione mediante l’accettazione della propria essenziale nudità.

Sulla scena, ora, non vi sono né più bestie, né più attori, né più interpreti. Alla nudità essenziale segue la dissoluzione del principio di individuazione: smembrato il soggetto, ciò che resta è qualcosa che è già al di là delle macerie, qualcosa per il quale – probabilmente – non s’intravvede ancora un pubblico al quale mostrarsi.

Piazza San Domenico

Piazza San DomenicoNAPOLI – Dopo gli appuntamenti di gennaio, la rassegna “Napoli città della conversazione” continua nel mese di febbraio con gli ultimi 10 incontri.

Gli appuntamenti avranno sede in alcuni dei luoghi più suggestivi della città partenopea, al fine di instaurare un confronto attivo su temi quali l’architettura napoletana, la storia di Neapolis, il pensiero di Giordano Bruno, l’arte di Giorgio Vasari e l’editoria.

IL PROGRAMMA DALL’8 AL 17 FEBBRAIO

Venerdì 8 febbraio ore 18.30

Gran caffè Gambrinus

La conversazione necessaria

Conversazione ispirata al libro “La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale” di Sherry Turkle.

Intervengono la scrittrice Antonella Cilento, il prof. Pino Ferraro e Nino Daniele Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli

Info: asessorato.cultura@comune.napoli.it

 

Venerdì 8 febbraio ore 18.00 – 20.00

Fondazione Museo Plart, via G. Martucci, 48

L’origine di Neapolis: Conversazione sulla forma della Città e sulle sue trasformazioni

Illustrazioni e brani dalle pagine del libro “Alle Origini dell’Urbanistica di Napoli”.

Per molto tempo si è pensato che Neapolis fosse nata in modo spontaneo adattandosi al pianoro su cui sorse. Nuovissimi studi urbanistici e storici hanno invece appurato che fu edificata su un preciso disegno di matrice Pitagorica all’interno di un circolo di fondazione con un grande quadrato centrale e con il Tempio dei Dioscuri al centro di questo quadrato e della Città.

Ingresso libero

Info: 338 4029604 | teresatauro10@gmail.com | www.napolipitagorica.it

 

Sabato 9 febbraio ore 10.00 – 12.30

Istituto Diaz, Piazza Bellini

Cortili e portoni

Una rilassante passeggiata tra palazzi civici e aneddoti da raccontare al centro storico di Napoli. Vietato isolarsi con lo smartphone, facciamo amicizia davanti ad un caffè.

Costo: quota associativa 8 euro (gratis sotto i 14 anni) , caffè incluso

Info e prenotazione obbligatoria: info@econote.it (attendere mail di conferma della prenotazione) | www.econote.it

 

Sabato 9 febbraio ore 10.30

Complesso monumentale Sant’Anna dei Lombardi, piazza Monteoliveto n.4

I ricordi di Vasari

Visita guidata al percorso museale della Chiesa di Sant’Anna Dei Lombardi nel ricordo dell’antico Complesso di Monteoliveto e delle sue straordinarie opere, raro esempio di Rinascimento toscano a Napoli. Un focus su Vasari rievocherà, attraverso la lettura dei suoi testi, la storia della realizzazione degli affreschi della Sagrestia Vecchia.

Costo: 7,00 € a persona comprensivo di biglietto d’ingresso al percorso museale, alla Cripta degli Abati e visita guidata – E’ gradita la prenotazione

Info e prenotazione: 0814420039 – 3203512220 | info@santannadeilombardi.it

 

Sabato 9 febbraio ore 11.00 – 13.00

Libreria Vitanova, viale Gramsci 19

I lettori incontrano l’editore e i suoi autori

I lettori incontreranno l’editore Diego Guida della casa editrice Guida e lo scrittore Pier Antonio Toma.

Ingresso libero

Info: salvatore.landolfi39@gmail.com | www.vitanova.bio

 

Sabato 9 febbraio ore 17.30

Spazio Comunale Piazza Forcella

Viene a parlà cu’ ‘a gente ‘e Furcella: e t’accuorge ca Napule è ancora cchiù bella!

“PAESE MIO”. C’era una volta… Napoli a New York

Conversazione-Spettacolo sulle canzoni degli emigranti a New York, a cura di Yvonne Carbonaro. Con la partecipazione dei Fisarmà. Dibattito finale in sala con alcune associazioni operanti a Forcella.

Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Info: 339.1533960 (solo whatsapp) | info@annalisadurante.it

 

Domenica 10 febbraio ore 11.30

Liutarte, Piazza San Domenico Maggiore

For’ o vascio. Conversazione da basso

Condotto in un “basso” napoletano da Pino Ferraro con la partecipazione del Maestro Gianni Stocco, bassista dell’orchestra del San Carlo.

 

Giovedì 14 febbraio ore 10.30 – 12.30

Sala del Capitolo del Convento di San Domenico Maggiore, vico San Domenico Maggiore 18

Dialoghi filosofici a San Domenico Maggiore – Conversare, Dialogare, Filosofare. Tommaso, Bruno e Campanella tre domenicani a confronto: l’Amore per la conoscenza

A partire dalla lettura di alcune pagine delle opere dei tre grandi filosofi, in uno dei luoghi fondativi della filosofia partenopea, San Domenico Maggiore, saremo guidati tra i sentieri della riflessione filosofica sulla città ideale, oltre il tempo e lo spazio e soprattutto oltre il frastuono assordante della connessione virtuale, per accedere alle profondità dell’anima di Napoli.

A cura dell’Associazione Festival della Filosofia in Magna Grecia in collaborazione con Casa Del Contemporaneo

Costo: quota associativa di € 10.00

Info: 3662750703 | info@filosofiafestival.it | www.filosofiafestival.it

 

Sabato 16 febbraio ore 19.00 (secondo turno ore 20.30)

Convento di San Domenico Maggiore, vico San Domenico Maggiore 18

Fiamme e Ragione

Visita guidata teatralizzata dedicata al filosofo Giordano Bruno, che è stato frate proprio nel Convento di San Domenico Maggiore, in occasione dell’anniversario della sua morte sul rogo di piazza Campo de’ Fiori a Roma avvenuta il 17 febbraio 1600. La visita guidata è articolata su due turni il primo inizia alle ore 19.00, il secondo alle ore 20.30.

Costo: € 15.00

Info e prenotazioni: 3397020849 – 3809049909 | info@nartea.com | www.nartea.com

 

Domenica 17 febbraio ore 17.00

Cortile e Basilica di San Domenico Maggiore

Fuochi di filosofia

Iniziativa organizzata nell’anniversario della morte di Giordano Bruno nel complesso monumentale nel quale il filoso aveva studiato.

ore 17.00 Concerto in Basilica in memoria di Giordano Bruno

ore 18.00 “Non esistono guerre di religione ma solo guerre di interesse” Accensione del Fuoco e parole con Nino Daniele Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e il prof. Pino Ferraro.

NAPOLI – Uno degli spettacoli più attesi della stagione. Dopo il successo de “La scortecata”, martedì 5 febbraio ore 21.00 al Teatro Bellini, va in scena il secondo appuntamento con il teatro di Emma Dante con “Bestie di scena”, in replica fino al 10 febbraio.

La pièce, coprodotta da Piccolo Teatro di Milano, Atto Unico, Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo e Festival d’Avignon, ha suscitato, sin dal suo esordio, stupore e scandalo nella critica internazionale grazie al suo intenso impatto fisico ed emotivo.

Sulla scena quindici attori, senza voce e senza vestiti, che tentano disperatamente di rintracciare e impersonare il proprio personaggio, come delle vere e proprie “bestie di scena”. Il risultato è un’opera complessa, che affonda la propria ragion d’essere in un profondo studio del lavoro dell’attore, dando vita ad uno degli spettacoli più intimi ed importanti della teatrografia della regista siciliana.

«“Bestie di scena” – spiega la Dante – ha assunto il suo vero significato nel momento in cui ho rinunciato al tema che avrei voluto trattare. Volevo raccontare il lavoro dell’attore, la sua fatica, la sua necessità, il suo abbandono totale fino alla perdita della vergogna e alla fine mi sono ritrovata di fronte a una piccola comunità di esseri primitivi, spaesati, fragili, un gruppo di imbecilli che come gesto estremo consegnano agli spettatori i loro vestiti sudati, rinunciando a tutto. Da questa rinuncia è cominciato tutto, si è creata una strana atmosfera che non ci ha più lasciati e lo spettacolo si è generato da solo. Per un tempo lungo delle prove ci siamo concentrati sullo sguardo, siamo stati ore a guardarci io e gli attori, loro guardavano me e io li guardavo, senza parlare, senza giudicare. All’inizio erano vestiti, poi in mutande e alla fine nudi. Si sono spogliati piano piano, ognuno col tempo che serviva. Poi, ottenuto ciò che volevo, io spettatrice, colei che se ne sta seduta sulla sedia e guarda, ho cominciato a sentire la pena del mio sguardo, provando uno strano senso di colpa di fronte alla scena nuda e ai corpi nudi. Allora ho chiesto loro di coprirsi occhi, seni e genitali per liberarmi da questo peso. E ho capito che il peccato stava nel mio sguardo, nel mio fissare quei corpi quelle facce, che faceva del male soprattutto a me.»

Lo spettacolo ha una durata di 70 minuti.
Per i prezzi consultare il sito del Teatro Bellini.

La prima cosa che salta all’occhio de “La scortecata” di Emma Dante, in replica al Teatro Bellini fino al 3 febbraio, è la corposità dello spazio scenico, la cui densità sembra esigere dallo spettatore, più che suggerire, un’immediata complicità fisica. Strana constatazione, data l’estrema nudità del palco, costituito da un semplice fondale nero e da poco più di sei oggetti scenici: un castello in miniatura poggiato su un piccolo sgabello, due seggiole di legno, un baule e una porta. Essenzialità smunta, che si rivela allo sguardo del pubblico ancor prima dell’inizio della pièce, a sipario aperto, mentre gli spettatori raggiungono le poltrone.

Una delicata quanto improvvisa oscurità dà inizio ad una violenta dislocazione scenica. Le luci si riaccendono subito dopo, illuminando i due protagonisti: gli incappucciati Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola, seduti sulle piccole seggiole intenti nell’atto furioso di succhiarsi i rispettivi mignoli. Basta l’inaudita semplicità di un gesto così “infantile” (osceno, dunque, come tutto ciò che richiama all’infanzia), a trasfigurare l’anonima scena fin lì contemplata in una esplosione di viscerale fisicità, concedendo al palco, poc’anzi smunto, una densità del tutto diversa.

Presentato per la prima volta nel 2017 in occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, la pièce è ispirata alla fiaba seicentesca “La vecchia scorticata” di Giambattista Basile, il decimo racconto della prima giornata de “Lo cunto de li cunti”. Della miracolosa sintesi di commedia e tragedia concepita dal letterato napoletano, Emma Dante ne intensifica la drammaticità, disfacendosi della cornice narrativa dell’opera di Basile e riscrivendone, in parte, il contenuto. L’opera originaria narra la storia di due anziane sorelle, «reassunto de le disgrazie», talmente brutte e sgraziate da vivere isolate in un basso nel giardino del re di Roccaforte. Un giorno, udendo il canto di una delle due sorelle, il regnante si convince che quella voce appartenga ad una vergine bellissima. Desideroso di conoscerla, le dedica dei versi amorosi, senza ricevere risposta.

Adirato, il re sancisce un ultimatum: se entro otto giorni la giovane non si fosse rivelata, egli stesso si sarebbe presentato al suo basso per conoscerla. Udito il progetto del regnante, le due sorelle escogitano un piano: chi delle due, all’alba dell’ottavo giorno, avrebbe presentato il mignolo più liscio, si sarebbe mostrata al re. Giunto il giorno stabilito, la più vecchia, mostrando il dito più bello attraverso il buco della serratura, suscita l’interesse del re, che la implora di lasciarsi ammirare nella sua interezza. Ella, consapevole di non potersi mostrare, lo convince ad accoglierlo di notte: «senza cannela, perché non me sopporta lo core d’essere vista nuda». Il re acconsente, trascorrendo con lei una notte di passione.

Ma subito dopo l’amplesso, accendendo un lumino, il regnante si accorge dell’incedibile bruttezza della donna e, furibondo, scaraventa la vecchia dalla finestra, che resta impigliata nei rami di un albero. Passano lì sette fate, che vedendo un essere così brutto scoppiano a ridere e in segno di compenso per il divertimento suscitato, trasfigurano la vecchia nella giovane più bella del regno. Trasformatasi, la donna si ripresenta al re, il quale, folgorato dalla sua bellezza, la prende in sposa. Al matrimonio è invitata la sorella minore della vecchia che, invidiosa della sua trasformazione, le chiede com’è riuscita a diventare così bella. «Me so’ scortecata, sore mia», risponde lei, convincendola a fare lo stesso, in modo da far uscire la pelle nuova dalla pelle vecchia. La sorella accondiscende: raggiunge un barbiere, gli offre 50 ducati per farsi scorticare e muore dissanguata.

“La scortecata” di Emma Dante s’innesta nell’attesa del fatidico ottavo giorno, in una sospensione estenuante, metafora di un indugio ben più angosciante: quella della morte, della quale l’incontro con il re altro non è che un pretesto atto a stimare l’inconsistenza di giornate tutte uguali. Ore monotone, in cui «’o tiempo nun passà pìù», e sembra aver indossato «’e stanfelle, ‘e scarpe e chiummo per ritardare lo momento che aspetto per mostrale allo re lo dito mio!». La drammaturgia conserva il registro linguistico di Basile e dà un nome alle due vecchie, Rusinella (la maggiore) e Carolina (la minore), affidando i due ruoli femminili ad attori di sesso maschile, rispettivamente, D’Onofrio e Maringola. Tale scelta, prezioso eco alla commedia dell’arte, funge anzitutto da felice espediente per consolidare la narrazione della grottesca esistenza delle due vecchie, la cui regressione ai capricci dell’infantilità, tipica della vecchiaia, viene esasperata nella sua tragicomicità proprio perché affidata, nell’interpretazione, a due maschi.

La pièce s’insinua efficacemente nella favola di Basile, individuandone un’ottima cornice per esibire l’orrore della vecchiaia. Difatti, è la pesantezza della vita giunta al tramonto ciò che Emma Dante porta in scena: l’arrogante e codarda ricerca di una illusione, seppur grottesca, che dia sostegno alla senilità. Ed è proprio in tale necessità che va rintracciata la ragione della densa “fisicità” della rappresentazione, in cui i corpi dei due protagonisti diventano i veicoli essenziali di un dramma preciso: la collisione funesta tra la crudeltà del reale (la vecchiaia) e il conforto dell’illusione (l’attesa del re). I mignoli costantemente succhiati, i movimenti sgraziati delle due sorelle, la mimesi dell’amplesso con il re e l’incontro soave con la fata: sono i corpi gli autentici protagonisti della pièce. La scena deve essere scarna, perché a riempirla è la drammatica intensità fisica di D’Onofrio e Maringola, in grado di rappresentare, simultaneamente, due realtà distinte: quella reale (la vecchiaia delle due sorelle) e quella onirica (l’amplesso con il re e l’incontro con la fata), che condividono il medesimo epilogo: la morte.

Ed è proprio nel compiersi nella morte che si comprende la profonda poesia della scena in cui Carolina, appena trasformata dalla fata, si sveste del suo abito bianco e, rivolgendosi alla sorella, dà sfogo alla propria straziante rivelazione: «io non ci credo più alle favole, Rusinella, mi sono stancata di essere vecchia, non sento più, mi piscio sotto». Ecco il cortocircuito: l’illusione si rivela a se stessa, senza filtri, in tutta la sua drammaticità. Deposto l’abito (o meglio, la maschera) della giovane bella, Carolina comprende l’inevitabile tragedia che si cela dietro il manto dell’illusione. E così il re, il castello, l’amplesso, la fata, la giovinezza, si mostrano per ciò che sono: una bugia, nient’altro che una frivola bugia.

Giunta a tale consapevolezza, Carolina non può che inscenare l’ultimo atto della propria esistenza. Prende per mano Rusinella, si avvicinano al baule e, una volta apertolo, ne cacciano un coltello. «Scorticami da capo a piedi» implora dolcemente Carolina a Rusinella: «così sotto la pelle vecchia esce la pelle nuova». Ecco le ultime parole dell’illusione: la morte, per compiersi, necessita di un’ultima bugia; scorticarsi per far uscire dal corpo vecchio quello nuovo. L’implorazione di Carolina non può non ricordare il celebre monito di Nietzsche: «Dammi una maschera, ti prego, una maschera ancora», a testimonianza dell’impossibilità, per l’uomo, di tollerare la verità.

Rusinella impugna il coltello, lentamente lo innalza al cielo come un prezioso strumento sacrificale e scortica Carolina. Finale di rara ed intensa emotività, suggellato dalle fatidiche note di “Cammina cammina” di Pino Daniele, amarissima poesia sulla vecchiaia, nei cui versi si rivela il dramma essenziale de “La scortecata”: «e cammina, cammina vicino ‘o puorto /e rirenno pensa a’ morte / se venisse mò fosse cchiù cuntento / tanto io parlo e nisciuno me sente». Il pubblico applaude commosso, non potendo fare altro per via della compiuta complicità con la scena.

Visto in superficie, “Elvira (Elvire Jouvet 40)” diretto e interpretato da Toni Servillo, tornato al Teatro Bellini e in replica fino al 20 gennaio, sembrerebbe il compimento di un’esigenza (e di un’urgenza) drammaturgica ben precisa: raccontare il lavoro attoriale, rappresentando l’intimo groviglio di aneliti che scandiscono la vita degli attori e il loro intricato ginepraio di sensazioni che si consuma silenziosamente, nell’atmosfera segreta ed estenuante di un teatro fruito come palco di prova. “Elvira”, dunque, porta in scena ciò che resta costantemente fuori la scena, a luci spente, in una sala priva di pubblico e che, per questo, non lascia alcuna testimonianza di sé al di fuori di quanto custodito dalla memoria degli attori.

L’osservazione non potrebbe essere delle più puntuali, dato che “Elvira” sorge in seno ad una serie di prove teatrali reali, con precisione, quelle che Louis Jouvet tenne a Parigi, all’indomani dello scoppio della seconda guerra mondiale, presso il Conservatorio Nazionale Superiore d’Arte Drammatica. Dalla stenografia di tali lezioni, il drammaturgo francese ha poi sviluppato l’opera “Moliere e la commedia classica” dal quale nel 1986 l’attrice e regista teatrale Brigitte Jaques ha forgiato la drammaturgia di “Elvire Jouvet 40”. Nello stesso anno, Strehler ha inaugurato il neonato Piccolo Teatro Studio di Milano proprio con “Elvira, o la passione teatrale”.

Dal 2016, Toni Servillo porta in scena con successo nei teatri internazionali, la propria interpretazione di tale spettacolo, accompagnato da Petra Valentini, Francesco Marino e Davide Cirri. L’azione scenica si muove in un ampio spazio che coinvolge, oltre al palcoscenico, anche la prima fila di poltrone e i corridoi laterali e centrali della platea, al fine da ricreare la percezione spaziale di un teatro adibito a spazio di prova. Con fedele andamento cronologico, i quattro attori riproducono le sette lezioni di Jouvet (interpretato da Servillo) sul “Don Giovanni” di Molière. Nello specifico, le prove affrontano lo studio della scena in cui Elvira tenta di dissuadere Don Giovanni dalla propria esistenza licenziosa, scandita da azioni di sfrenato edonismo.

“Elvira” si presenta, pertanto, come un autentico studio di filologia del sentimento teatrale, in cui il maestro Servillo, nei panni di Jouvet, cerca di istruire l’allieva Claudia (Petra Valentini) che interpreta Elvira, spronandola ad esprimere nella propria recitazione la medesima purezza e intensità della passione d’amore del suo personaggio nei riguardi di Don Giovanni. Il mentore lavora costantemente a tirar fuori in lei un’emotività che, a suo dire, l’attore deve essere in grado di vivere sulla scena piuttosto che, meramente, interpretare: «Io non chiedo niente a questo pezzo, io chiedo che l’attrice che me lo reciti, me lo reciti all’altezza del testo, ma con tenerezza, radiosamente». Ciò è possibile, spiega sempre Servillo, solo imparando a sentire, piuttosto che a leggere, la pagina di Molière, cercando di assorbirne la vibrante corda emotiva sottesa al testo.

La pièce, dunque, si presenta come l’atto di iniziazione di Claudia, al fine di far rivivere nella sua voce e nei suoi gesti la medesima grammatica di tenerezza e radiosità del personaggio di Molière. Iniziazione che si consuma nell’incontro tra i due protagonisti, un dialogo a due tra maestro e allieva scandito in un confronto denso e formativo. Uno scambio sì profondo, ma che in più momenti sembra dar vita ad una interpretazione priva dell’essenziale erotismo pedagogico indispensabile per infondere quel realismo emotivo che la drammaturgia stessa pretende di mostrare. Ciò che risulta stridente rispetto alle ambizioni dello spettacolo, è proprio l’interpretazione di Servillo: nelle vesti di un maestro che, cercando di spiegare il modo in cui Claudia debba sentire l’emozione vissuta di Elvira al cospetto di Don Giovanni, svolge invece la sua prova in modo didascalico, dottrinale. La sua interpretazione sembra infondere la pedanteria di un maestro qualunque, piuttosto che l’intima sensibilità psicologica di un mentore di teatro. Alla pièce, pertanto, sembra mancare la necessaria sospensione erotica (da intendersi esclusivamente in senso greco), ovvero l’urgenza di “scrivere nell’anima di una persona” per parafrasare le eterne riflessioni dei dialoghi erotici di Platone. La suddetta mancanza potrebbe correre il rischio di rendere meno plausibile del dovuto la recitazione di Servillo, nei cui gesti sembra non avere l’esigenza di “scrivere autenticamente” nell’animo dell’allieva Claudia e, anzitutto, degli spettatori.

Il pubblico, però, sembra non accorgersi della lacuna erotica e acclama i protagonisti con soddisfazione, a giudicare dagli applausi fragorosi alla fine dell’esibizione. Tale effetto, potrebbe fungere da ottimo spunto per una indagine sociologica sulla tipologia di pubblico che, ai nostri giorni, è solito frequentare il teatro. Una sala affollata, probabilmente perché il nome della celebre attore offre alla pièce la sua garanzia di “prodotto culturale d’alto livello”, risultato garantito grazie al quale il pubblico potrà compiacersi abbastanza del suo interesse nei riguardi dei nuovi prodotti culturali del momento. E’ legittimo indagare, però, l’eventuale consistenza di tale impressione, domandando quanto è responsabile, l’eccesiva fiducia riposta nel gran nome dell’attore, dall’esimersi da una considerazione più profonda (e probabilmente anche più sincera) in merito non solo alla prova di Servillo ma anche, e soprattutto, in merito al modo in cui oggi il “pubblico” è solito rapportarsi nei riguardi della cultura. C’è il rischio, per uno spettatore forse fin troppo abituato (e limitato) alla celebrazione del grande nome, che un’osservazione di tal fatta possa essere del tutto elusa, tacciando di insensibilità artistica chiunque ponga una critica del genere. Eppure, l’impressione qui posta, sembra essere giustificata da una riflessione che lo stesso Jouvet esprime nel corso della rappresentazione: «Ci sono quegli attori che si fanno precedere dal personaggio, loro arrivano dopo un po’, quelli che arrivano prima loro e poi il personaggio se arriva, arriva».

NAPOLIToni Servillo torna al Teatro Bellini con “Elvira (Elvire Jouvet 40)”, in scena dall’8 al 20 gennaio. L’attore napoletano, accompagnato da Petra Valentini, Francesco Marino e Davide Cirri, interpreta la celebre drammaturgia “Elvire Jouvet 40” di Brigitte Jaques,  ispirata all’opera “Moliere e la commedia classica” di Louis Jouvet.

La pièce, che torna a Napoli dopo un’acclamata tournée sui palcoscenici di tutto il mondo,  porta sulla scena il ciclo di sette lezioni teatrali che Louis Jouvet tenne nel 1939, agli albori della seconda guerra mondiale, sul “Don Giovanni” di Molière presso il Conservatorio Nazionale Superiore d’Arte Drammatica di Parigi. Con precisione, lo spettacolo analizza la costruzione attoriale di una delle pagine più memorabili del testo molieriano, quella in cui Elvira tenta di dissuadere Don Giovanni dalla propria vita dissoluta.

«Elvira – spiega Toni Servillo – porta il pubblico all’interno di un teatro chiuso, quasi a spiare tra platea e proscenio con un maestro e un’allieva davanti a un sipario tagliafuoco che non si alzerà mai, un particolare momento di una vera e propria fenomenologia della creazione del personaggio. Un’altra occasione felice, offerta dalle prove quotidiane del monologo di Donna Elvira nel quarto atto del Don Giovanni di Molière, consiste nell’opportunità di assistere ad una relazione maieutica che si trasforma in scambio dialettico, perché il personaggio è per entrambi un territorio sconosciuto nel quale si avventurano spinti dalla necessità ossessiva della scoperta. Louis Jouvet formula a proposito dell’attore la famosa distinzione comédien/acteur e dice precisamente: “il comédien è per così dire il mandatario del personaggio, mentre l’acteur delega sé stesso personalmente. Il comédien esiste grazie allo sforzo, alla disciplina interiore, a una regola di vita dei suoi pensieri, del suo corpo. Il suo lavoro si basa su una modestia particolare, un annullarsi di cui l’acteur non ha bisogno”. Trovo il complesso delle riflessioni di Jouvet particolarmente valido oggi per significare soprattutto ai giovani la nobiltà del mestiere di recitare, che rischia di essere svilito in questi tempi confusi».

Lo spettacolo ha una durata di 1h e 20m.

Per i prezzi consultare il sito del Teatro Bellini.

 

X Factor, il talent musicale più famoso d’Italia, è arrivato anche quest’anno alla sua serata conclusiva. Questa sera andrà in onda su Sky Uno la finale dove si decreterà il vincitore fra i quattro concorrenti in gara. Due di questi talenti sono di origine napoletana. Il primo è Marco Anastasio, originario di Meta di Sorrento, che partecipa nella categoria Under Uomini, capitanata da Mara Maionchi, la seconda è Naomi Rivieccio, soprano napoletana, nella scuderia Over di Fedez.

In un precedente articolo abbiamo raccontato la storia e le aspirazioni di entrambi i concorrenti nostrani. Gli altri due finalisti sono Luna Melis, per gli Under Donne, ed i Bowland per i Gruppi.

La finale sarà composta da varie manche a eliminazione. Durante la prima tutti i finalisti si esibiranno insieme a Marco Mengoni. Dopo queste prime quattro esibizioni un concorrente verrà eliminato. Nella seconda manche, invece, i tre talenti rimasti presenteranno un medley, un best of, di tutte le canzoni che hanno cantato nel corso del programma: se dovesse passare Anastasio porterà  “Se piovesse il tuo nome”, “Generale” e “The Wall”; Naomi invece “Bang Bang”, “Look at me now” e “Never enough”. Anche dopo questa fase ci sarà un’eliminazione.

L’ultima manche vedrà i due finalisti scontrarsi cantando l’inedito, ovvero la canzone scritta da loro o per loro e mostrata per la prima volta nel corso del programma: le canzoni sono già trasmesse in radio e disponibili su Spotify, dove, quest’anno, stanno registrando numeri record. L’inedito di Anastasio è “La fine del mondo”, quello di Naomi “Like The Rain (Unpredictable)”.

La finale verrà trasmessa in diretta stasera, 13 dicembre, a partire dalle 21:15 su Sky Uno, canale 108. Sarà possibile vederla anche senza disporre della TV a pagamento su TV8, canale 8, o su Cielo, canale 26. Sarà inoltre disponibile in streaming su Now TV.

“Secondo me la luna è la spiaggia dell’universo e in spiaggia si possono fare tante cose: l’avventura, la vacanza, l’incontro, la festa, farsi seppellire fino al collo, fare l’amore, trovare o cercare perlomeno un tesoro, scrivere delle cose che si cancellano e si possono leggere da molto lontano – ha dichiarato il rapper – Si può giocare con gli aquiloni, prendere il sole e si può soprattutto ballare”.

Sono queste le prime dichiarazioni, via Facebook, rilanciate da quel grande comunicatore che è Lorenzo “Jovanotti” Cherubini, al ricordo delle immagini dello sbarco lunare, per presentare quello che sarà il suo prossimo, innovativo e suggestivo progetto.

A poco più di un anno dall’uscita di “Oh, vita!”, album di successo prodotto da Rick Rubin, una turnèe di oltre cinquanta date e mezzo milione di spettatori in giro per la penisola e dopo lo straordinario abbraccio del San Paolo per il caloroso ricordo- omaggio a Pino Daniele, l’artista tornerà a calcare i palchi, però stavolta di sabbia .

Parliamo dell’annuncio del “Jova Beach Party” dove, il rapper e cantautore, si cimenterà nella rivalutazione festosa delle coste italiane, con un tour estivo che toccherà le spiagge, il grande patrimonio forse troppo sottovalutato del nostro paese, e non poteva mancare certo la Campania tra le tappe rappresentata da Castel Volturno.

“Siamo fieri e orgogliosissimi di questo grande risultato: Castel Volturno – ha dichiarato la Consigliera comunale Stefania Sangermano, delegata per l’evento – è stata scelta da un artista internazionale, un grande italiano, che ha voluto omaggiare questa terra con un grande evento, unico nel suo genere, una rivisitazione dell’idea di concerto e spettacolo: la spiaggia si trasformerà infatti in un grande villaggio, ricco di momenti e magia, dando agli spettatori l’idea di partecipare a una giornata di intrattenimento senza fine”.

“Si tratta di un format completatemene nuovo – ha dichiarato Anastasia Petrella, Assessore all’Ambiente– “che avrà, in primis, un forte segnale ambientalista: come lo stesso Jovanotti ha dichiarato la spiaggia sarà più pulita di come l’avranno trovata. E questo per noi è un messaggio di straordinaria portata: il tesoro è sotto i piedi”.

“L’attrattività del nostro territorio è nota – ha dichiarato invece il Sindaco, Dimitri Russo con Jovanotti abbiamo fatto un salto, che riconosce il buon lavoro fatto da questa Amministrazione, e la percezione che la Città ha oggi negli occhi di grandi artisti del nostro tempo”.

Il tour vedrà il via da 6 Luglio da Lignano Sabbiadoro con tredici concerti, la data casertana è prevista per il 13 Luglio, con il lavoro alla mediazione di Veragency, la location scelta è quella Flava Beach (Lido Fiore). Il costo del ticket, già disponibile su Ticketone è di 59,80 euro, gratis invece per i bambini fino ad 8 anni.

Uno degli intenti, sottolineato dallo stesso protagonista nonché fervente ambientalista, lasciare le spiagge ancora più pulite di come sono state trovate. Quindi una vera missione, non solo festaiola, ma anche di vera e propria riqualificazione di certi territori forse un po’ troppo spesso lasciati al loro destino e non è detto, quindi, che il futuro, non solo musicale, possa ripartire dal mare.

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