Quando si parla di “malasanità”, l’immaginario collettivo corre subito al caso eclatante: una diagnosi mancata, un intervento eseguito male, una terapia sbagliata. Episodi reali, dolorosi, che meritano verità e giustizia. Ma fermarsi lì rischia di nascondere il problema più grande: oggi una parte crescente della sfiducia dei cittadini verso il Servizio sanitario nazionale nasce da una crisi strutturale fatta di organizzazione fragile, disuguaglianze sociali, carenze territoriali e tempi d’attesa che trasformano il diritto alla cura in una lotteria.
La “malasanità” che non fa rumore: sotto pressione economica e scelte di sistema
Un primo dato aiuta a inquadrare il contesto europeo. Nel 2023 la spesa sanitaria corrente dell’Unione Europea è stata pari a circa 1.720 miliardi di euro, cioè il 10% del PIL dell’UE. Nello stesso anno, l’Italia ha destinato alla sanità l’8,41% del proprio PIL, meno di Germania (11,7%), Francia (11,5%) e anche della Spagna (9,22%). In valori assoluti l’Italia è comunque tra i Paesi che spendono di più (179 miliardi), ma il punto politico e sociale è la quota: quanto “peso” reale la sanità ha dentro la ricchezza nazionale.
Questa differenza non spiega da sola ogni criticità, ma contribuisce a descrivere un sistema che lavora spesso in modalità emergenza: personale insufficiente, reparti saturi, pronto soccorso congestionati, tecnologie non sempre aggiornate, e soprattutto un territorio che fatica a reggere l’urto dell’invecchiamento e della cronicità. È qui che la malasanità smette di essere solo “errore” e diventa “ambiente”: anche un’équipe competente può sbagliare più facilmente se opera in condizioni di stress cronico, con turni massacranti, percorsi confusi, comunicazioni spezzate, mancanza di continuità tra ospedale e servizi sul territorio.
Organizzazione e fiducia
Nell’intervista ad AgenSIR, l’economista sanitario Gilberto Turati mette il dito nella piaga: chiedere soltanto “più risorse” non basta se non si discute anche di come impiegarle e delle riforme necessarie per la sostenibilità. La domanda che pone è volutamente provocatoria: perché spendiamo circa 140 miliardi? Ce lo siamo mai chiesti davvero, partendo dai bisogni e dai Livelli essenziali di assistenza (LEA), invece che con un approccio dall’alto che prima fissa il budget e poi prova a farci stare tutto dentro?
La sfiducia, infatti, spesso nasce da esperienze ripetute e “normali”: visite rinviate di mesi, esami che arrivano tardi, dimissioni senza presa in carico, rimbalzi tra Cup, ambulatori e pronto soccorso, differenze enormi tra regioni e perfino tra quartieri. E quando la risposta pubblica è lenta, chi può permetterselo scivola nel privato. Turati avverte anche di un rischio sistemico: se la sanità territoriale non la fa il pubblico, il privato risponde più rapidamente e finisce per “spiazzare” il pubblico, erodendo universalismo ed equità.
Questo è un punto chiave: il cittadino non valuta la qualità solo dall’esito clinico, ma dall’intero percorso. Un ospedale può essere eccellente, ma se il territorio non funziona, si intasano i pronto soccorso e si creano dimissioni “vuote”, senza continuità assistenziale. Non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra cura e abbandono.
Liste d’attesa: medicina difensiva e fratture sociali
Dopo la pandemia, le agende si sono ulteriormente congestionate: un “tappo” di prestazioni rinviate ha aggravato le liste d’attesa e reso più evidente la doppia corsia tra chi aspetta e chi paga. In questo contesto cresce anche la medicina difensiva: più prescrizioni, più esami, non sempre appropriati, nel tentativo di ridurre il rischio legale e reputazionale. Ma l’effetto paradossale è che l’inappropriatezza consuma risorse, allunga le code e alimenta altra sfiducia.
La malasanità, allora, diventa anche un fatto sociale: riguarda l’accesso, il tempo, la capacità di orientarsi, il reddito, la possibilità di avere qualcuno che aiuti con prenotazioni e spostamenti. E quando la cura dipende da questi fattori, il SSN perde la sua promessa più forte: essere uguale per tutti.
Tutele e responsabilità
Quando il danno si verifica, è giusto che esistano strumenti di tutela e che le responsabilità vengano accertate. In Italia, la cornice più nota è la Legge 24/2017 (cosiddetta Gelli-Bianco), che collega la sicurezza delle cure alla gestione del rischio clinico e disciplina responsabilità e assicurazioni. La norma distingue, in linea generale, tra responsabilità della struttura (di natura contrattuale) e quella del singolo professionista (spesso ricondotta all’extracontrattuale, salvo specifiche situazioni), con ricadute su onere della prova e prescrizione.
Detto con chiarezza: il risarcimento danni in ambito sanitario è una tutela fondamentale quando ci sono errori o omissioni, ma non può essere l’unica lente con cui leggere la crisi. Se il sistema resta disorganizzato, sotto stress e socialmente iniquo, i contenziosi aumentano, la medicina difensiva si rafforza e la fiducia continua a scendere.
Ricostruire fiducia significa quindi lavorare su ciò che il cittadino vive ogni giorno: percorsi semplici, territorio forte, integrazione ospedale-territorio, personale valorizzato, appropriatezza, trasparenza sui tempi, e riforme capaci di rendere sostenibile il SSN. Perché la vera malasanità, oggi, è quando la cura non arriva in tempo.
