Qualità della vita: perché la classifica de “Il Sole 24 Ore” è presuntuosa e fuorviante
Dic 01, 2025 - Francesco Pipitone
Il Balcone di Napoli - foto di Dean Ayres su Flickr
Ogni anno la classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita diventa oggetto di discussione pubblica. Ed è ogni anno che, puntualmente, emerge un punto fondamentale: quella graduatoria non misura la qualità della vita, ma qualcos’altro. A nostro avviso, come ripetiamo da tempo, la lista del quotidiano presenta un livello di presunzione difficilmente pareggiabile, perché pretende di trasformare in matematica qualcosa che matematica non è.
La qualità della vita è un concetto complesso, sfaccettato, soggettivo. Non può essere ridotta a un insieme di parametri che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono direttamente o indirettamente economici. Quando si scelgono quasi solo indicatori misurabili, inevitabilmente si misura ciò che è misurabile — non ciò che conta davvero.
La formula che favorisce il Nord e penalizza il Sud
I parametri utilizzati dal Sole 24 Ore sono: ricchezza e consumi; affari e lavoro; ambiente e servizi; demografia, società e salute; giustizia e sicurezza; cultura e tempo libero. Una fotografia che sembra neutra, ma non lo è.
In queste categorie, infatti, emergono in modo quasi automatico le aree più ricche e strutturate del Paese: Milano vince in “Ricchezza e consumi” e in “Affari e lavoro”, Brescia domina in “Ambiente e servizi”, Bologna in “Demografia, salute e società”, Oristano in “Giustizia e sicurezza”, Trieste in “Cultura e tempo libero”.
È dunque prevedibile che il Nord occupi la parte alta della classifica, mentre le province meridionali scivolano in coda. Ma questo non significa affatto che un cittadino viva meglio o peggio in modo assoluto: significa semplicemente che certi territori sono più performanti secondo criteri economico-amministrativi.
L’efficienza non è la felicità
Il ragionamento del Sole 24 Ore parte da un presupposto sbagliato: che benessere e ricchezza coincidano. Che la felicità sia un prodotto diretto dell’efficienza. Ma chiunque viva una vita reale — al Nord, al Centro, al Sud — sa che non è così.
È vero che la mancanza di mezzi porta difficoltà e preoccupazioni. Ma è altrettanto vero che avere più soldi, più servizi e più opportunità non equivale automaticamente a vivere meglio. Non tiene conto delle relazioni umane, del clima sociale, del senso di comunità, del rapporto con il territorio, della qualità delle reti familiari e amicali, della serenità quotidiana.
Ecco perché quella del Sole 24 Ore non è una classifica della qualità della vita, ma una classifica dell’efficienza economica e amministrativa dei territori. È legittima, persino utile per chi studia il Paese; ma è fuorviante quando viene presentata come misura del “vivere bene”.
La presunzione dei numeri: ridurre la felicità a una formula
L’errore di fondo è la pretesa di ridurre tutto — anche la felicità, la soddisfazione, la serenità — a una tabella Excel. È questo che rende presuntuosa la classifica del quotidiano di Confindustria: voler tradurre la vita, con la sua complessità e le sue sfumature, nella volgarità di freddi numeri.
Non si tratta di elogiare questa o quella provincia, né di affermare che in certi luoghi si vive meglio “per forza”. Semplicemente, si tratta di riconoscere che nessuna formula può misurare l’essenza del vivere umano. E che confondere efficienza con qualità della vita è un errore concettuale prima ancora che statistico.
Un territorio può essere ricco e infelice, o povero e resiliente. Può essere efficiente e alienante, o fragile ma accogliente. La vita non si lascia incasellare così facilmente. E forse dovremmo ricordarlo più spesso.
