Il papà di Domenico: “Il cuore di mio figlio è stato trasportato in un frigo da pic-nic”
Feb 26, 2026 - Michele Massa
Papà del bambino ricoverato al Monaldi. Foto: Dentro La Notizia
Per settimane è rimasto in silenzio. Ha lasciato che fosse la moglie a parlare, a esporsi, a reggere l’urto mediatico e umano di una tragedia che ha scosso un’intera città. Ora Antonio Caliendo, 39 anni, papà del piccolo Domenico, rompe il silenzio in un’intervista al Corriere della Sera e racconta il dolore, la rabbia e i dubbi che accompagnano la morte del figlio, avvenuta dopo un trapianto di cuore fallito all’Ospedale Monaldi.
«Preferisce che io stia fuori, per evitare che possa esplodere. Il gigante è lei. Senza di lei oggi sarei già morto. Non riesco più neppure a fare il muratore, il mio mestiere». Parole che restituiscono la fragilità di un padre distrutto, che prova a reggersi in piedi mentre tutto intorno sembra crollato.
Domenico soffriva di una forma di cardiomiopatia dilatativa. Una malattia che aveva trasformato l’infanzia in una corsa contro il tempo. «Domenico era un bambino sveglissimo, molto vivace, intelligente. Speravo che lui avesse una vita serena, in salute, senza problemi e invece…».
La famiglia si era affidata completamente ai medici del Monaldi. Antonio ci tiene a precisarlo: «Attenzione, però: non sono tutti cattivi, in quell’ospedale c’è anche tanta gente brava, tanti dottori in gamba che sono venuti poi ad abbracciarci. Anche le infermiere sono state sempre vicine a Domenico, non l’hanno mai abbandonato».
Ma accanto ai ringraziamenti emergono accuse pesantissime. Il padre punta il dito contro la gestione del trasporto del cuore destinato al figlio, parlando di un frigorifero non idoneo. «Il cuore per mio figlio era in un frigo da pic-nic. Erano fuori di testa quelli che partirono da Napoli per andare a Bolzano a prendere il cuore con quel frigo».
Non solo. Antonio denuncia anche un vuoto di comunicazione nei giorni più drammatici: «Dopo Capodanno i medici sparirono tutti, nessuno ci venne a dire più niente. Era finita ma noi ancora non lo sapevamo». Un silenzio che, secondo il suo racconto, ha amplificato l’angoscia e la confusione. «Ero molto nervoso e tre giorni prima che Domenico morisse ebbi un brutto litigio con le guardie giurate. Le stesse che poi mi sono venute ad abbracciare con sincerità sabato scorso, in ospedale, quando è morto».
Un dolore che si mescola alla rabbia, ma anche alla consapevolezza che non tutto può essere ridotto a una contrapposizione netta tra buoni e cattivi. Resta però una domanda che pesa come un macigno: cosa è andato storto?
Antonio Caliendo oggi non ha più la forza di lavorare, dice di non riuscire nemmeno a tornare al suo mestiere di muratore. Gli resta la voce, rotta ma determinata, di un padre che chiede chiarezza su quanto accaduto al suo bambino. E che, nel mezzo di una tragedia personale devastante, continua a cercare verità e giustizia per Domenico.
