Cazzullo: prima la camorra, poi “Amo Napoli”. Ma dare patenti di napoletanità non è suo diritto

Sal Da Vinci e Aldo Cazzullo


Cazzullo continua ad alimentare la polemica su Sal Da Vinci, rispondendo ai lettori dopo aver etichettato la canzone che ha vinto Sanremo come degna di un matrimonio della camorra. Un commento che, così com’è stato espresso, evidenzia pregiudizi offensivi, probabilmente inconsci. Il giornalista avrebbe potuto legittimamente affermare che la canzone, a suo avviso, sia brutta. Perfino la più brutta della storia della musica italiana, sono gusti. È intollerabile però l’associazione alla camorra che ricorre ogni qual volta si metta in discussione un elemento che abbia a che fare con Napoli (città di Sal Da Vinci in questo caso).

Dicevamo che il vicedirettore del Corriere della Sera è tornato sull’argomento con una replica che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto spegnere le polemiche. Nella sostanza, le ha riaccese. Aldo Cazzullo ha risposto alle critiche ricevute ribaltando la prospettiva: non è lui a non amare Napoli, anzi. È proprio perché ama Napoli — la sua grande tradizione musicale, i suoi artisti immensi, la sua cultura popolare autentica — che non può apprezzare Sal Da Vinci. Il ragionamento, in apparenza elegante, nasconde una contraddizione profonda che vale la pena esaminare con attenzione.

Quando l’amore (presunto) per una città diventa un’arma retorica

Il giornalista piemontese schiera un pantheon impressionante: Pino Daniele, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Eugenio Bennato, James Senese, Alan Sorrenti, persino Geolier e Nino D’Angelo vengono citati come esempi di autentica creatività napoletana. Un elenco che serve a costruire una distinzione netta: da una parte la Napoli “vera”, profonda, universale; dall’altra quella di Sal Da Vinci, definita “stereotipo” e “attitudine strappacore, enfatica, consolatoria”.

Il problema di questo ragionamento è strutturale. Stabilire quale Napoli sia “autentica” e quale non lo sia è esattamente il tipo di operazione culturale che tradisce il pregiudizio che si vorrebbe negare. Chi ha il diritto di tracciare questo confine? In base a quale criterio un critico del Nord Italia (ma potrebbe essere originario di qualsiasi parte del mondo) decide cosa rappresenta genuinamente la cultura partenopea e cosa invece ne è una degenerazione?

Cazzullo Sal Da Vinci: il confronto con Modugno e la questione del gusto

Cazzullo paragona “Per sempre sì” a “Nel blu dipinto di blu” di Modugno, sostenendo che quest’ultima fosse “molto popolare e molto moderna” mentre la canzone di Sal Da Vinci rappresenterebbe un passo indietro. È un confronto legittimo sul piano estetico, ma che tradisce ancora una volta la tendenza a costruire gerarchie culturali dall’esterno, senza interrogarsi su chi le definisce e perché.

Va ribadito: il giudizio estetico è personale e insindacabile. Nessuno è obbligato ad amare “Per sempre sì”. Ciò che resta problematico, e che la replica di Cazzullo non chiarisce affatto, è il salto compiuto nell’articolo precedente: dall’opinione musicale all’evocazione della camorra. Quella frase non è stata ritirata, non è stata spiegata, non è stata contestualizzata. È rimasta lì, come se fosse normale.

La Napoli “vera” secondo chi?

Il meccanismo che emerge dalla replica di Cazzullo è sottile ma riconoscibile. Si tratta di quella forma di paternalismo culturale che non nega il valore del Sud, anzi lo esalta — ma lo esalta a condizione che corrisponda a un’immagine predefinita, colta, certificata dal gusto dominante. Pino Daniele va bene. Sal Da Vinci no. Mario Merola no. La musica neomelodica no. E chi decide? Non i napoletani, evidentemente, che continuano ad amare e a produrre quella musica. Decide chi scrive sui grandi quotidiani nazionali.

Questo è il punto che la polemica su Cazzullo e Sal Da Vinci mette a nudo, al di là delle simpatie musicali di chiunque. Non si tratta di difendere a tutti i costi una canzone o un artista. Si tratta di riconoscere che esiste una lunga tradizione di giudizi calati dall’alto sulla cultura meridionale, giudizi che separano il “folklore autentico” dalla “paccottiglia”, decidendo arbitrariamente dove passa il confine. E quella tradizione, piaccia o no, ha un nome: è subalternità culturale.

Una polemica che rivela più di quanto non risolva

La replica di Cazzullo, anziché chiudere la questione, la approfondisce. Dimostra che il problema non era la singola battuta sulla camorra — per quanto grave — ma un modo di pensare al Sud che permea il ragionamento dall’inizio alla fine. Un modo in cui il Mezzogiorno può essere amato, celebrato, persino difeso, ma sempre a partire da categorie che non sono sue.

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