Altro che ‘Generazione smartphone’, oggi gli studenti torresi hanno insegnato ai loro concittadini a “campare”


Le scuole di Torre del Greco in corteo per rivendicare il diritto al futuro dei giovani in un paese a pezzi tra caro vita, tagli all’istruzione e fondi ad armi e guerre: uno scatto di orgoglio della Gen Z in una città sostanzialmente apatica.

Nemmeno l’Apocalisse smuoverebbe i torresi

“Dovremmo scendere tutti in piazza per le cose importanti” è forse uno degli intercalari più frequenti che si possa sentire se si resta a sorseggiare un caffè in uno dei tanti ed affollati bar della città del corallo. A pronunciarla, di solito, ignavi rappresentanti di una generazione che oggi è sotto attacco e, forse, nemmeno lo ha capito.

Eppure, quali siano queste cose importanti, ancora non è chiaro. Forse gli stipendi fermi al palo da 30 anni. Forse un mondo sull’orlo perenne della Terza Guerra Mondiale che i governi europei continuano a fomentare. Forse i tagli a sanità e scuola mentre miliardi di euro se ne vanno in armi contro paesi che non ci hanno fatto nulla di male. Oppure la crisi climatica che fino ad un mese fa ci ha fatto toccare temperature inaudite per settimane.

Magari la più grave crisi nei rifornimenti che la Campania abbia mai vissuto dai tempi dell’austerity degli anni ’70, con file di ore per fare rifornimento. O i supermercati con gli scaffali vuoti per i costi insostenibili dei trasportatori. O un governo che, a fronte di queste proteste, non ha messo un euro per risolvere i problemi ma ha fatto un decreto per reprimere ed arrestare i dissidenti.

Oppure, giochiamo di fantasia: tutte queste cose messe insieme. No, nemmeno tutte queste cose messe insieme, che non sono fantasia ma la realtà distopica che ci è toccato vivere in questi giorni, hanno smosso di un millimetro i suddetti dalle loro faccende.

Sciopero dei “lavoratori torresi”: una sigaretta tra amici alla rotonda dell’autostrada

Va certamente salvata la faccia di una sparuta minoranza, di poche noci che nel sacco non fanno mai rumore. Mi è parsa, invece, assordante la frase di un papà fuori al solito centro scommesse cittadino, che si preoccupava di non poter arrivare in centro: “Devo ritirare il monopattino per il compleanno di mio figlio”. Era questa la priorità. Non il mondo alla deriva che gli si sta lasciando, ma l’oggetto da scartare.

Come assordante era il rumore delle auto in coda a via Cavallo questa mattina. Non per l’annunciato sciopero dei “lavoratori torresi” con concentrazione alla rotonda autostradale, dove si guardavano in faccia 15, forse 20 encomiabili temerari, ma per l’arrivo del gasolio nella vicina stazione di servizio. Sia chiaro, il rifornimento delle auto è una necessità sacrosanta ed un elemento della solita “guerra dei poveri” di chi è costretto, al di là di ogni ragionevole causa, a recarsi a lavoro, a mettere il piatto a tavola in un sistema che non ammette altri scopi nella vita. Ma ci torneremo tra poco.

Corteo delle scuole a Torre del Greco, gli studenti tolgono “i paccheri da faccia” alla città intera

Poi ci sono loro. I ragazzi, il futuro. Quelli che stanno “sempre con il cellulare in mano”, “sempre a fare i TikTok”. Quei ragazzi e quelle ragazze che vedono davanti un mondo sempre più cupo. Quei ragazzi che hanno passato i primi anni di adolescenza in lockdown e che nemmeno erano nati quando, nei primi anni 2000, si è spento il movimento studentesco in Italia.

Però il loro grido si sentiva da lontano. Un grido di speranza. Le loro voci incazzate e, comunque, allegre di vita, hanno rimbombato nelle vie di una città assopita. Quei ragazzi e quelle ragazze che si sono scoperti, qualche giorno fa, smarriti, senza le basi di educazione civica necessarie per districarsi nella burocrazia che serve per organizzare una manifestazione (a proposito di tagli all’istruzione) o un’occupazione, persi nelle probabili lacune nella conoscenza dei loro diritti. Molti nemmeno maggiorenni.

Oggi, 23 ottobre 2026, segnatevi ‘sta data perché dovrà essere da monito: questa generazione ha tolto “i paccheri dalla faccia” all’intera città. Mentre il corteo studentesco era aperto a commercianti e semplici cittadini, gli studenti di Torre del Greco e dei comuni viciniori non hanno aspettato “i grandi” che dicessero loro cosa fare, che gli dessero ordini o direttive: hanno preso pennarelli e bombolette e scritto su striscioni e cartelli improvvisati tutta la loro rabbia. Poi l’hanno portata in strada e l’hanno urlata.

I commercianti torresi? Non pervenuti, salvo poche sparute anime che in piena coscienza hanno scelto di rappresentare sé stesse. Ciascuno avrà la sua giustificazione: costi di gestione insostenibili, l’impossibilità economica di fermarsi per un giorno – che dico, per tre ore – difficoltà logistiche, le consegne che proprio stamattina sono riprese, mille altri motivi. Noi non condanniamo: raccontiamo.

I fatti dicono questo: le botteghe sulle vie del centro hanno, a macchia di leopardo, dimostrato una vaga partecipazione e vicinanza. Quasi tutti hanno abbassato le serrande sul percorso del corteo: vai a capire se per solidarietà o per paura delle vetrine rotte. Il resto dei negozi era in pieno fermento lavorativo.

Pacifici, inesperti, social: gli studenti e lo sciopero “a modo loro”

Invece il corteo è stato assolutamente pacifico. La cosa più trasgressiva che la stampa possa registrare è il coro “Meloni vaffa…”. La stampa, ovviamente, quella che c’era. Di certo non le emittenti nazionali che sarebbero comparse come funghi in caso di disordini.

Una gestione pacifica e cosciente da parte degli organizzatori e delle forze dell’ordine. Una confusione bella, sana, a tratti ingenua e bisognosa di guida. Perché forse è questa la mancanza che i ragazzi sentono più forte, quella di punti di riferimento ideologici nelle generazioni che li hanno preceduti. Forse vorrebbero, in qualche modo, essere rappresentati o ascoltati. Anche guidati, chissà.

Invece hanno a che fare con un mondo di burocrazia e pregiudizi, di registri elettronici e decreti legge nel quale chi è in alto massacra popoli e impone una realtà mediatica e chi è in basso è abbandonato e loro, i figli del Sud, lo percepiscono già alle scuole superiori della sofferenza di genitori e nonni che attendono mesi per una radiografia nelle strutture pubbliche e vedono fratelli maggiori e cugini andare al nord, all’estero, e tornare solo per Natale e Ferragosto. Ed in quel futuro ingiusto si riflettono.

Un corteo fatto “a modo loro”: con i loro riferimenti culturali e linguistici, con i loro simboli e bandiere, i cori della Turris, la loro autoironia e l’autodeterminazione dei loro corpi. Con tanti selfie, reel e storie sui social e quei simboli del secolo scorso, che, a quanto pare, non sono morti: la falce ed il martello. Le bandiere, quelle palestinesi e quelle italiane. Sventolate in faccia a chi ha avuto da ridire che, in queste manifestazioni, il tricolore non c’è mai. Quel tricolore che rappresenta una nazione dalla quale si sentono abbandonati. Che campeggia, insieme alla bandiera europea, agli ingressi delle loro scuole: ma per loro quelle stelle sono spesso soltanto i paesi nei quali potranno sperare di trovare un futuro migliore dopo gli studi.

I nuovi “pastori” fanno ben sperare, mentre il presepe resta a guardare

Intanto, altre generazioni, complici se non colpevoli del presente sotto accusa, guardavano stranite. In tanti si chiedevano “Ma per cosa stanno protestando?”, come vivessero in una bolla. Per tanti, ancora, i ragazzi avevano solo trovato un modo per fare “filone”. Senza mai staccare le mani dal cellulare, loro, gli “over”, e degnarsi di scendere in piazza a parlare, a cercare di capire. Come se vivessero in un altro mondo.

Però sono loro, eh, quelli attaccati ai cellulari. La generazione di TikTok. Che stamattina, 23 ottobre 2026, ha “insegnato a campare” alla propria città. A quella Torre del Greco assopita. Bella e così imperfetta. A quel presepe di cui, si dice spesso, i pastori non sono buoni. Mai paragone fu più azzeccato: essi, immobili come pastorelli attaccati col Vinavil alle scale delle loro casette di cartone, dall’8 dicembre al 3 febbraio. Piccoli “Benino” che dormono e sognano un mondo migliore, purché sia migliore soprattutto per loro e senza camminare troppo a piedi.

Chissà che questa nuova serie di pastori non sia migliore della precedente: certo, qualcuno avrà la pittura non perfetta, ma magari nel complesso potrà regalarci un futuro in cui sarà impossibile ignorare la nostra spesso rauca voce.


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