Non è questo Governo, è l’Italia che odia il Sud: colonia interna e cittadini di Serie B dal 1861

Dal 1861 al 2026 - L'Italia è un Paese fondato sul razzismo contro il Sud


C’è un’Italia che può protestare per difendere il proprio lavoro e un’Italia che, quando scende in strada, deve prima dimostrare di non avere nulla a che fare con la criminalità. C’è un’Italia le cui ragioni vengono considerate espressione di una crisi economica e un’altra le cui rivendicazioni finiscono troppo spesso sotto il sospetto, il pregiudizio e la diffidenza. È questa la frattura che le proteste degli autotrasportatori nel Mezzogiorno hanno riportato al centro del dibattito nazionale. Una frattura che non nasce oggi e che non può essere liquidata come una semplice responsabilità dell’attuale Governo.

Il problema è più profondo: riguarda il modo in cui l’Italia guarda al Sud, il posto che gli assegna nella propria idea di Paese e la disponibilità a riconoscere ai meridionali la stessa dignità politica, economica e sociale riservata agli altri cittadini.

Autotrasportatori in protesta: prima il silenzio, poi il sospetto

Per giorni, la mobilitazione degli autotrasportatori contro il caro carburanti ha attraversato Puglia, Calabria, Sicilia, Basilicata e Campania, coinvolgendo progressivamente anche altri territori e categorie produttive. Una protesta nata dalle difficoltà economiche di imprese e lavoratori, stretti tra il costo del gasolio e quello crescente della gestione quotidiana dell’attività. Le conseguenze sono diventate evidenti quando i blocchi hanno cominciato a incidere sulle forniture, sui distributori e sulla distribuzione delle merci.

Eppure, nella percezione di molti cittadini meridionali, lo spazio riservato inizialmente alle ragioni della mobilitazione è apparso sproporzionato rispetto all’attenzione dedicata ai disagi e agli allarmi. Quando la protesta è diventata impossibile da ignorare, una parte rilevante del racconto pubblico si è concentrata sulle possibili infiltrazioni criminali. Il 21 ottobre l’ANSA riferiva dei timori del Governo; nei giorni successivi sono arrivate dichiarazioni di esponenti dell’esecutivo e notizie sugli accertamenti avviati dalle procure.

Il punto non è negare che eventuali intimidazioni debbano essere accertate, né sostenere che ogni modalità di protesta sia legittima a prescindere dalle conseguenze sui cittadini. Se qualcuno ha minacciato autotrasportatori, danneggiato mezzi o impedito con la forza ad altri lavoratori di proseguire le consegne, deve risponderne sulla base delle prove e delle leggi. Ma un conto è indagare su fatti specifici, un altro è lasciare che il sospetto diventi la lente attraverso cui interpretare un’intera mobilitazione.

È proprio qui che si misura la qualità dell’informazione: nel distinguere le responsabilità individuali dalle ragioni collettive, i comportamenti da verificare dalle rivendicazioni economiche, le eventuali infiltrazioni dalla condizione di chi non riesce più a sostenere i costi della propria attività. Quando questa distinzione viene meno, il rischio è che la denuncia di una possibile presenza criminale finisca per oscurare la crisi che ha portato migliaia di persone a protestare.

Musumeci, Tajani e il peso delle parole

Le dichiarazioni politiche contribuiscono a orientare il modo in cui una vicenda viene percepita. In questi giorni il dibattito sulle proteste meridionali è stato accompagnato da richiami al rischio di infiltrazioni mafiose. Il ministro Nello Musumeci, rispondendo alle domande sul tema, ha dichiarato: «Non siamo a Bolzano», aggiungendo che la criminalità si dirige dove ritiene di poter trovare denaro o opportunità. Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha parlato di una «forte probabilità» di strumentalizzazione e infiltrazione.

Parole che meritano di essere discusse non perché il rischio criminale debba essere escluso dal dibattito, ma perché ogni dichiarazione proveniente da un rappresentante delle istituzioni ha un peso particolare. Accostare immediatamente una protesta meridionale alla mafia significa richiamare un immaginario sedimentato da decenni: quello di un Sud incapace di organizzarsi autonomamente, di esprimere conflitto sociale senza essere condizionato da poteri occulti, di rivendicare diritti senza che qualcuno sospetti un interesse criminale alle sue spalle. Un immaginario che esiste proprio perché creato nel momento stesso in cui fu realizzata l’Unità d’Italia, un momento in cui doveva – in qualche modo – essere affermata la superiorità morale del Nord in contrapposizione ad un Sud da liberare. L’obiettivo vero era, tuttavia, quello di legittimare l’occupazione e la repressione nel sangue di migliaia di cittadini e soldati rimasti fedeli ai Borbone, tacciati come briganti.

Il richiamo al Nord, utilizzato per sottolineare la specificità del contesto meridionale, non è neutrale. Dire «non siamo a Bolzano» significa suggerire che una protesta nel Mezzogiorno debba essere interpretata alla luce di un rischio criminale che, implicitamente, viene considerato meno caratteristico di altre aree del Paese. È un’affermazione che merita una domanda: perché la geografia dovrebbe influire sul giudizio preventivo sulle ragioni di chi protesta?

Ieri briganti, oggi mafiosi: il Sud diffamato e delegittimato

Il parallelismo storico è inevitabile. Dopo l’unificazione del 1861, una parte consistente del dissenso meridionale fu ricondotta alla categoria del brigantaggio e affrontata con strumenti repressivi. Il fenomeno aveva cause diverse e comprendeva criminalità, violenza politica, resistenze all’annessione e conflitti sociali: non può essere descritto in maniera uniforme come una lotta popolare, ma neppure compreso ignorando il contesto nel quale si sviluppò.

La risposta del nuovo Stato fu durissima. La legge Pica del 15 agosto 1863 introdusse misure eccezionali contro il brigantaggio, tra cui il ricorso ai tribunali militari e il domicilio coatto. Le operazioni dell’esercito, gli arresti, le esecuzioni e le violenze contro le popolazioni coinvolte o sospettate di sostenere i briganti segnarono profondamente le regioni meridionali. La stessa documentazione istituzionale ricorda come la repressione fosse parte del processo con cui il nuovo Stato cercava di consolidare la propria autorità sul territorio.

L’unificazione fu anche e principalmente conquista militare, repressione del dissenso e imposizione di un nuovo ordinamento a territori con storie, interessi e strutture economiche differenti. Le stragi e gli eccidi avvenuti durante la repressione postunitaria, insieme alle distruzioni e alle punizioni collettive documentate in diverse aree del Mezzogiorno, appartengono a questa storia controversa. Ricordarli significa rifiutare una memoria selettiva nella quale le vittime meridionali scompaiono dietro la celebrazione dei vincitori e ogni resistenza viene raccontata soltanto come criminalità.

Da allora sono cambiate le parole, le istituzioni e le forme del conflitto. Ma il meccanismo che si ripropone nel dibattito pubblico è riconoscibile: prima di ascoltare le ragioni del Sud, si cerca una categoria attraverso cui ridimensionarle. Ieri il brigante, oggi il mafioso. Non perché le due figure siano storicamente equivalenti, ma perché entrambe possono diventare etichette capaci di cancellare, quando usate indiscriminatamente, il contesto sociale e politico di una protesta.

L’unità d’Italia e la questione meridionale: il costo di un mercato nazionale

Le scelte economiche e politiche del nuovo Stato non produssero benefici distribuiti in maniera uniforme e, in diverse fasi, favorirono la concentrazione dello sviluppo industriale nel Settentrione. A partire dall’abbandono graduale delle officine di Pietrarsa, nettamente più sviluppate e con più operai, per favorire l’Ansaldo di Genova, o la chiusura del complesso siderurgico della Mongiana, che dava lavoro a 1500 operai prima dell’Unità d’Italia, ma che in appena un decennio furono ridotti a 6.

Il mercato nazionale nel frattempo divenne un’opportunità per le imprese delle aree che disponevano di maggiori capacità produttive, infrastrutture e capitali: aree tutte localizzate al Settentrione. Il risultato di lungo periodo è sotto gli occhi di tutti: la questione meridionale è da 160 anni la grande incompiuta della storia unitaria, e lo è per precisa volontà politica.

Uno studio del 2010, condotto da Unicredit, lo dice chiaramente: “Se molte regioni del Nord hanno un saldo positivo in fatto di export lo devono al Mezzogiorno dove esportano moltissimo. Dall’analisi presentata oggi, Campania, Puglia, Calabria e Basilicata, risultano infatti caratterizzate da una forte propensione all’importazione di beni da altre aree del Paese e da un interscambio regionale prevalentemente orientato all’interno”.

Colonia interna: una condizione che si riproduce

Che cosa significa appartenere allo stesso Stato se le opportunità di lavoro, i servizi, le infrastrutture e le prospettive di sviluppo restano distribuiti in modo profondamente diseguale? Che cosa significa soprattutto se, in oltre un secolo e mezzo, le divergenze si sono accentuate sempre di più? La Germania riunificata, dopo la caduta del muro di Berlino, nel giro di un paio di decenni ha riavvicinato Ovest ed Est: ad oggi permangono delle differenze, ma in tanti settori è l’Est ad essere più sviluppato, come per quanto riguarda il tasso di occupazione femminile e la diffusione di asili pubblici.

Il colonialismo, nella sua accezione storica, comporta rapporti di dominio specifici che non possono essere trasferiti automaticamente al rapporto tra Nord e Sud italiani, ma lo stato reale delle cose fa emergere proprio questo rapporto di netta subordinazione: risorse e competenze che si spostano verso altre aree, giovani costretti a partire, servizi essenziali insufficienti e decisioni strategiche assunte senza un’effettiva partecipazione dei territori interessati.

In questa prospettiva, la questione non è soltanto quanto il Sud produca, quanto riceva o quanto contribuisca al bilancio nazionale. È anche chi decide, dove si concentrano gli investimenti, quali interessi vengono considerati prioritari e quali sacrifici vengono presentati come inevitabili. È la differenza tra essere parte di un progetto nazionale condiviso ed essere trattati come un’area da amministrare, contenere o utilizzare in funzione di obiettivi stabiliti altrove.

Il problema emerge anche nel linguaggio politico. Al Nord la protesta viene spesso associata alla difesa della produzione, della competitività, dell’occupazione e dei diritti di una comunità economica. Quando la protesta parte dal Sud, il racconto si sposta automaticamente sulla criminalità, sull’ordine pubblico, sull’arretratezza, sulla presunta incapacità organizzativa. Una disparità di trattamento percepita nettamente dai meridionali, ai quali spesso manca però la lucidità di mettere insieme tutti i fattori per trarne un sunto. Un sillogismo conclusivo che corrisponda alla presa di coscienza del colonialismo interno del Mezzogiorno.


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