Achille Lauro, l’uomo che si fece da solo: dai debiti all’impero economico

Achille Lauro

Quinto di sei figli, tre maschi e tre femmine, Achille Lauro (16 giugno 1887 – 15 novembre 1982) scoprì i segreti del mare grazie al padre Gioacchino, armatore di velieri. Nato a Piano di Sorrento nel 1887, fin dall’adolescenza mostrò la sua indole particolare e a tratti ribelle. Dato che i suoi risultati scolastici non erano degni di nota, i genitori decisero di imbarcarlo quando aveva appena quattordici anni su una delle loro unità più piccole, il Navigatore. Il primo dei tanti lunghi viaggi che Lauro intraprese e che instillarono in lui l’amore per l’avventura e la vita di mare. Eppure già questa prima esperienza fu particolarmente forte e significativa per il giovane, poiché il comandante del veliero morì soffocato da una lisca di pesce. Al ritorno riprese gli studi e prese il diploma come capitano di lungo corso. Intanto il padre si era addentrato in imprese marittime più grandi di lui che si dimostrano fallimentari e che lesero gli interessi di alcune compagnie più potenti. Morì quando Achille aveva solo venti anni lasciandolo a capo di una famiglia piena di debiti.

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Achille Lauro con il figlio Gioacchino ed Andrea Torino

Fino alla Prima Guerra Mondiale, ormai divenuto armatore in proprio, Lauro partecipò a diverse imprese, alcune trionfali, altre disastrose. Il vero successo arrivò nel primo dopoguerra quando mentre la maggior parte degli armatori annunciavano bancarotta, il sorrentino iniziò la propria ascesa imprenditoriale. Nel 1934 arrivò a possedere ben ventinove navi per oltre duecentomila tonnellate e ordinò ai cantieri altre due nuove unità che chiamò Fede e Lavoro. Il suo maggior profitto arrivò dalla richiesta di trasporti per la guerra in Etiopia (1935-36). Due anni dopo fu nominato Cavaliere del lavoro per meriti industriali. Nonostante gli ottimi rapporti con Mussolini, durante la Seconda Guerra Mondiale la sua flotta fu quasi interamente distrutta e forse quasi per risarcirlo di questa perdita il Duce nel 1942 gli consentì di comprare la metà del pacchetto azionario dei quotidiani napoletani “Il Mattino”, “Il Corriere di Napoli” e “Il Roma”. Nel 1943, quando gli Anglo-americani arrivarono a Napoli, Lauro fu portato in un campo di concentramento di Padula.

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Lapide in memoria di Achille Lauro

Rilasciato nell’immediato dopoguerra, la svendita delle vecchie Liberty americane, navi da trasporto, e una nuova politica amministrativa che favoriva l’armamento, portarono il Comandante, come era chiamato il sorrentino, a vivere una seconda rinascita. Dopo che la sua iscrizione alla Democrazia Cristiana fu rifiutata, si avvicinò al Partito Nazionale Monarchico dell’avellinese Alfredo Covelli dove fu accolto pagandone i debiti. Nel 1952 Lauro fu eletto sindaco di Napoli e durante il suo mandato ebbe inizio la speculazione edilizia descritta anche da Francesco Rosi nel suo film “Le mani sulla città”. Negli stessi anni fu anche editore de “Il Roma” e nuovamente presidente del Napoli Calcio. Nel 1954 fondò il Partito Monarchico Popolare che conquistò la maggioranza assoluta nelle amministrative di due anni dopo. Nell’agosto del 1957 gli ispettori inviati a Napoli dal ministro dell’Interno Tambroni, riscontrarono numerose gravi irregolarità commesse dalla giunta Lauro e qualche mese dopo il Consiglio comunale fu sciolto. Da questo momento iniziò il declino politico del Comandante. Nel 1972 aderì, insieme alla maggioranza del partito, al Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale con il quale fu eletto di nuovo alla Camera. Morì dieci anni dopo il 15 novembre.

Fonti: Achilleugenio Lauro, “Il navigatore. Achille Lauro una vita per mare”, Napoli, Mondadori Electa, 2015

Indro Montanelli, Mario Cervi, “L’Italia del miracolo”, Milano, Rizzoli, 1987

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