‘A scala, ‘o specchio e gli altri oggetti della disgrazia nella superstizione napoletana

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La paura fa 90” : concetto piuttosto caro ai napoletani che hanno fatto della “superstizione” una filosofia di vita, un peculiare modo di approcciare alla quotidianità che li rende, nonostante il passare dei secoli e l’avanzare della modernità materialista, grandi esperti della scaramanzia e dell’occulto, portatori sani di una intramontabile saggezza popolare fagocitata dal cinismo scientifico che, nel mondo contemporaneo, lascia sempre meno spazio all’illusione e alla magia.

Ogni napoletano che si rispetti può recitare ad occhi chiusi i numeri della smorfia, libro indispensabile per l’ interpretazione dei sogni e il conseguente gioco d’è zitelle comunemente conosciuto come il gioco del lotto, : Undici “’E suricille“. Due “ ‘A Piccerella”. Quarantotto? “ ‘O muorto che pparla”.

Un complesso sistema fatto di leggi non scritte, leggende e codici: “Di venere e di marte non si sposa e non si parte” e ancora “Chi ride ‘o viernarì chiagne ‘a dummeneca”. Celebre la frase oramai divenuta di uso comune “Non è vero ma ci credo!” coniata a Napoli da Peppino De Filippo che nel 1942 scelse di farne il titolo di una commedia o la laconica espressione di suo fratello Eduardo che, in merito alla scaramanzia dichiarò: “Essere superstiziosi è da ignoranti, non esserlo, porta male!”

Nel complesso mondo delle credenze partenopee non è difficile trovare oggetti “sacri” o “proibiti” investiti di particolari “poteri” soprannaturali, dotati, per inspiegabile volere del destino, di un’energia misteriosa.

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‘O Specchio

Anticamente a questo oggetto oramai di largo uso, veniva attribuita la capacità di imprigionare l’anima dei defunti. L’abilità di riflettere l’immagine veniva considerata cosa magica fin dalla preistoria e, nella sua magia, pericolosa per gli uomini. Fino agli anni ’60/ ’70 si pensava infatti che una volta morti, gli spiriti vagassero in casa alla ricerca della porta dell’aldilà, per tale motivo in seguito a un lutto, ogni specchio veniva coperto o capovolto per impedire all’anima del morto di restarne impigliata all’interno potenzialmente per l’eternità. Da qui anche la diffusa credenza che rompere uno specchio portasse 7 anni di disgrazia. La rottura di questo infatti, “infrangerebbe anche l’anima” di chi si sta specchiando ma soprattutto, libererebbe tutte le anime che nel corso degli anni sono state imprigionate all’interno di esso.

‘A Scala

Tutti sanno che passare sotto una scala porta sfortuna ed ognuno, perfino i fautori del più sfrenato razionalismo, hanno evitato almeno una volta di oltrepassare il misterioso confine che si profila tra il muro e i gradini. Perché attraversare una scala porterebbe sfortuna? Stando alle teorie contenute nel libro di Antonio Emanuele Pimonte “Nella terra delle Janare”, tale credenza troverebbe due diverse spiegazioni. La prima ha a che fare con il gran numero di incidenti domestici. In passato infatti, le scale a pioli, meno robuste e stabili di quelle attuali, rappresentavano un vero pericolo, pertanto passandoci sotto si correva il rischio di urtarle e far precipitare chi vi era arrampicato. Esisterebbe però una spiegazione ben più filosofica e lugubre legata alla simbologia della scala, intesa come ponte tra il terreno e l’ultraterreno. Nella Genesi infatti, Giacobbe narra della strana visione di una scala sulla quale gli angeli scendevano e salivano raggiungendo il cielo. Non da sottovalutare altresì l’idea secondo la quale, la scala appoggiata al muro, nella tradizione esoterica rappresenterebbe il triangolo usato, da sempre, a simbolo della divina Trinità. Oltrepassarla perciò rappresenterebbe un oltraggio oltre che, un gesto “diabolico”.

‘O Sale e l’ Uoglio

Versare sale o olio da sempre viene considerato peccato oltre che cattivo presagio. Pare che tale leggenda nasca in realtà dall’indiscusso valore degli alimenti. In passato infatti, entrambi gli ingredienti, venivano considerati beni preziosi visto l’elevato costo. Sperperarlo perciò rappresentava uno spreco giudicato inammissibile. Anche in questo caso però esistono teorie basate sulla valenza simbolica di entrambi. Nella religione cattolica infatti, Gesù viene descritto come “l’unto” dal Signore, mentre nella Bibbia si legge “A ogni offerta al tuo Dio unirai un pugno di sale”. Ci sarebbe perciò una connessione divina di questi alimenti al mondo religioso e divino, che li renderebbe pertanto “sacri”.

‘O Mbrell e ‘O Cappiello

Mai aprire un ombrello in casa e mai appoggiare un cappello sul letto. Anche in questo caso la spiegazione di entrambe i veti ha in realtà origini molto antiche. Al tempo dei greci e dei romani pare che gli ombrelli, di forma molto diversa dai nostri, venissero considerati oggetti da maneggiare con gran cura perché in grado di oscurare il sole, percepito come divinità indiscussa da numerose tribù e culture. Ma questa non sembra essere l’unica motivazione, pare infatti che gli anziani considerassero l’apertura in casa dell’ombrello portatrice di cattivo presagio perché, simbolicamente, rappresentava l’esigenza di coprirsi dalla pioggia che cadeva dal tetto. Non era raro ai tempi trovare appartamenti malridotti in cui l’acqua veniva giù dalle tegole, in tal caso perciò, veniva considerato come sinonimo di sventura per l’intera casa. Esisterebbe però anche una inquietante connessione che lega questi due innocui oggetti da passeggio. In passato infatti, quando qualcuno moriva, il prete era solito recarsi in casa del defunto per l’estrema unzione. Tale pratica richiedeva l’ausilio di un “baldacchino” portato in spalla da un chierico, che ricordava appunto la forma dell’ombrello, una volta entrato in camera il prete, con chierico e baldacchino a seguito, era solito togliersi il cappello in rispetto del defunto poggiandolo ai piedi del letto. Da qui la visione secondo secondo cui, questi due semplici gesti, richiamino in casa “la nera signora” ovvero, la morte!

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