Disastro Napoli, senza identità si arrende all’Atalanta. Colpevole non è solo Gattuso

Non c’è molto da dire sulla sconfitta di ieri sera del Napoli. Gli azzurri hanno praticamente consegnato sé stessi all’Atalanta, che con il risultato di 3 a 1 vola in finale di Coppa Italia, trofeo vinto lo scorso anno dai partenopei con Gennaro Gattuso in panchina dopo l’addio di Carlo Ancelotti.

Una resa evidente nelle parole dello stesso allenatore, che nell’intervista post partita ha affermato che “un’altra squadra avrebbe preso 4 o 5 gol, abbiamo tenuto bene”. Parole assurde, visti i valori delle rose in campo, almeno sulla carta. La Dea negli ultimi anni ha sì dimostrato di essere una squadra forte, eppure il Napoli doveva fare qualcosa in più. Perdere ci può stare – il bello dello sport risiede proprio nell’imprevedibilità – ma non in questo modo.

Colpe che però non devono cadere tutte su Gennaro Gattuso: ai risultati di una squadra concorrono decine di uomini, dal Presidente all’ultimo dei magazzinieri. Ringhio – è cosa nota – non ha più la fiducia incondizionata della società, che sembra avere proprio il vizio di destabilizzare ulteriormente la squadra quando le cose non vanno bene: non è stata una buona mossa sedersi al tavolo con altri allenatori. È un Napoli, insomma, che deve ripensare a se stesso e soprattutto decidere cosa vuole in futuro: galleggiare in zona Champions o tentare veramente di vincere il campionato? E in Europa, qual è l’obiettivo da oggi a cinque o dieci anni?

Se lo scopo è prenderla come viene sperando di fare il meglio possibile, che venga detto in modo da adeguare le ambizioni dei tifosi alla dimensione del Napoli imposta dalla dirigenza. Alla luce di questa mancanza di chiarezza, non ha tutti i torti Gattuso a dire che non vuole dimettersi, perché è concettualmente impossibile il fallimento in assenza di obiettivi dichiarati.

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