“Micromed”: partirà per Marte la nuova creazione scientifica made in Napoli

Foto Facebook-INAF Osservatorio Astronomico di Capodimonte

Un pezzo di Napoli su Marte: il connubio tra competenze, passione e tecnologia ha colpito ancora dando vita a “MicroMed”. Questo strumento scientifico innovativo il prossimo luglio partirà insieme alla sonda europea dell’Esa ExoMars 2020 per giungere su Marte, sperando non ci siano intoppi, nel marzo del 2021.

Ad aver realizzato lo strumento sono stati dei giovani scienziati dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte. Qui di seguito la storia di “MicroMed” e dei giovani scienziati che lo hanno pensato e creato.

La responsabile scientifica del progetto è Francesca Esposito, proveniente dall’Istituto Nazionale di Astrofisica, originaria di Portici, laureata in Fisica e con un dottorato in Ingegneria Aerospaziale. Fa parte, inoltre, del gruppo di Fisica Cosmica e Planetologia dell’Osservatorio di Capodimonte.

È stata proprio Francesca a spiegare al Corriere Del Mezzogiorno cos’è e a cosa serve MicroMed: “È uno strumento che studia le polveri marziane al livello della superficie. Marte è un pianeta desertico dove la polvere è ovunque e quando viene sollevata dal vento può creare vasti fenomeni come le tempeste globali che avvolgono il pianeta anche per lunghi periodi, influenzandone il clima.

“Ma c’è anche un altro fenomeno. Lo sfregamento delle particelle sollevate dal vento genera cariche elettriche che possono innescare scariche in atmosfera: un serio pericolo per gli uomini e le strumentazioni delle future missioni.

Francesca spiega che è proprio qui a Napoli che è nato questo studio delle polveri: MicroMed è una creatura completamente napoletana che deriva da strumenti precedenti come “Giada” che doveva studiare le polveri cometarie e “Medusa”, il papà di “MicroMed”, pensato per una missione poi cancellata […]

Chiaramente tutto questo è stato possibile solo grazie al grande lavoro di squadra che abbiamo fatto, anche in collaborazione con il Politecnico di Milano e altri istituti coinvolti, a Madrid e Mosca.  Ma la vera forza motrice è stata qui, a Napoli, dove il gruppo di ricercatori tutti meridionali, giovani ed estremamente motivati, ha lavorato e pensato come una squadra in cui ognuno ha dato il suo apporto.”

Francesca ha, inoltre, parlato di quanto il progetto sia stato realizzato in tempi record:Abbiamo avuto solo poco più di un anno per fare un lavoro per il quale, in questo settore, servono almeno cinque anni, ma ce l’abbiamo fatta. In effetti quello che i ragazzi sono riusciti a fare è straordinario e sono davvero fiera di loro e dell’incredibile generosità con cui hanno affrontato questa sfida.

Nessuno si è risparmiato spendendo tutte le energie fino allo sfinimento e dedicando al progetto tutto il proprio tempo, anche a scapito delle famiglie. Per mesi non sono esistiti orari né domeniche o vacanze; si stava in laboratorio fino a tarda notte provando e riprovando a risolvere i problemi che si presentavano.

“Serate passate tutti insieme in videoconferenza da Napoli con Firenze, Milano o Madrid, quando c’era un problema da risolvere. Tutti hanno dato il massimo, anche le piccole imprese locali come la Marotta di Cercola per i componenti meccanici di precisione, la TransTech di Napoli per la camera termica per i test o la Gestione Silo di Firenze per le ottiche dedicate.

Le numerose peripezie del team fanno indubbiamente pensare “chissà se altrove le cose sarebbero andate allo stesso modo”. Francesca Esposito ha risposto anche a questo: “No. Diciamo che è un modo di affrontare le cose un po’ italiano ma anche napoletano.

“Il bello è che tutti si sono impegnati facendosi carico anche dei problemi altrui, perché il progetto era di tutti. Alla fine oltre che un’avventura scientifica è stata un’esperienza umana bellissima e incredibile”.

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