“Il Racconto dei Racconti”, le fiabe napoletane spopolano a Cannes

Il Racconto dei Racconti

Per tutti gli appassionati di cinema, la categoria “Fantasy” riporta alla mente mostri sacri di Holliwood come “Il Signore degli Anelli” o “Harry Potter”. I produttori italiani sono sempre stati timidi nei confronti di tale genere sia per l’enorme budget richiesto da costumi ed effetti speciali, sia per una scarsa produzione letteraria nostrana in tale categoria. Eppure il regista romano Matteo Garrone, celebre sopratutto per “Gomorra” e “Reality”, ha deciso di credere in questo genere traendo ispirazione proprio dalla letteratura napoletana. “Il Racconto dei Racconti” altro non è, infatti, che una trasposizione in chiave cinematografica di alcune favole de “Lo Cunto de li cunti” di Giambattista Basile, celeberrima raccolta del 600 da cui presero ispirazioni i più grandi scrittori del mondo.

Vincent Cassel,
Vincent Cassel, Salma Hayek e Matteo Garrone a Cannes

Un progetto ambizioso, sviluppato in collaborazione con la Francia, che è già valso a Garrone la partecipazione al festival di Cannes come terzo italiano insieme a Sorrentino e Moretti. Oggi l’attesissimo debutto dell’opera sia nelle sale italiane che al Festival d’oltralpe e la critica già grida al capolavoro. Dalla pare del “Racconto dei Racconti” un cast holliwoodiano che vanta nomi come Vincent Cassell e Salma Hayek, una regia calzante e intelligente e una sceneggiatura da ritratto per immagini che, difficilmente, lasceranno indifferenti.

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Le fiabe di Basile sono state scelte da Garrone per creare un fantasy dalle tinte nere, un mondo fiabesco in cui, però, si muovono personaggi torbidi, decadenti, perversi e logorati dalle proprie passioni e dalle proprie paure. Dimenticatevi cavalieri e principesse e preparatevi a sangue, prostitute e regnanti egoisti e perversi, ma in grado, nella loro umanità distorta, di affrontare temi sociali spinosi ed attualissimi. Insomma Garrone non solo sfida il cinema mondiale e i colossal blasonati, ma da anche uno schiaffo a tutti quelli che limitano la grandezza del cinema nostrano a monologhi e immagini da cartolina delle nostre bellezze.

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