Tregua, l’Iran fa calare la testa a Trump e USA. Ma Israele continua a volere la guerra
Apr 08, 2026 - Francesco Pipitone
L'Iran fa abbassare la testa agli USA ma Israele vuole la guerra
Dopo quaranta giorni di guerra, una tregua fragile ma significativa ha fermato i bombardamenti americani e israeliani sull’Iran, e le risposte di quest’ultimo che ha colpito pesantemente gli obiettivi nemici in tutta l’Asia occidentale. Accordo raggiunto in extremis, un’ora e 28 minuti prima della scadenza dell’ultimatum di Donald Trump, che aveva minacciato la distruzione di un’intera civiltà qualora Teheran non fosse scesa a patti. Un finale che dice molto su chi, in questa crisi, ha retto il confronto con più determinazione.
Teheran detta le condizioni
Teheran ha esultato, affermando che gli Stati Uniti hanno accolto in toto il piano in 10 punti presentato dalla Repubblica Islamica per porre fine al conflitto. Una lettura che Washington non ha smentito ufficialmente, e che i vertici iraniani stanno amplificando sul piano interno. La televisione di Stato iraniana ha elencato i punti del piano: tra le altre cose, la fine dei combattimenti nell’intera regione, la riparazione dei danni causati dai bombardamenti sull’Iran, l’eliminazione delle sanzioni, e l’impegno di Teheran a non produrre un’arma nucleare in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. Il Post
Venerdì a Islamabad si terrà un round di negoziati tra Stati Uniti e Iran. Sul tavolo c’è la proposta iraniana in dieci punti, che Trump ha definito “una base praticabile su cui negoziare”. Decisivo è stato il ruolo della mediazione pakistana: il primo ministro Shehbaz Sharif aveva fatto appello a una tregua di due settimane osservata da entrambe le parti, durante la quale la Repubblica Islamica avrebbe consentito il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz.
Anche sul piano simbolico, il saldo è sfavorevole a Washington. Trump ha fatto un passo indietro notevole: in passato aveva preteso “la resa incondizionata” dell’Iran. Adesso accetta di sedersi a un tavolo partendo dal piano avversario. La guida suprema Mojtaba Khamenei ha dato il via libera all’accordo, e la narrazione interna iraniana è quella di una resistenza premiata.
Hormuz: pedaggio e ricostruzione
Uno degli elementi più simbolicamente rilevanti dell’accordo riguarda lo Stretto di Hormuz. La riapertura prevede che Iran e Oman riscuotano un pedaggio sulle navi in transito, il cui ricavato sarà destinato alla ricostruzione del paese. Un passaggio che segna un cambio strutturale: Teheran non rinuncia al controllo dello stretto, lo monetizza.
Israele vuole la guerra, non la pace
Mentre si apre uno spiraglio diplomatico, Israele dimostra ancora una volta la propria allergia a qualunque processo di pacificazione regionale. L’ufficio del premier Netanyahu ha comunicato che il cessate il fuoco di due settimane non include il Libano, e che le forze israeliane continueranno le operazioni di combattimento e terrestri contro Hezbollah.
Una posizione che ha provocato la reazione di Parigi. Il presidente Emmanuel Macron ha accolto positivamente la tregua, ma ha avvertito che la situazione in Libano è critica e che il cessate il fuoco deve includere pienamente anche quel paese. La Spagna è andata oltre: il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha dichiarato che l’umanità è stata “pericolosamente vicina al disastro”, definendo l’ultimatum di Trump contro l’Iran “assolutamente inaccettabile per l’umanità”.
Gaza: il genocidio non si ferma
Mentre i riflettori del mondo erano puntati sullo Stretto di Hormuz, a Gaza il massacro è continuato senza interruzione. All’1 marzo 2026 si registrano, tra Gaza e Cisgiordania, oltre 73.216 morti palestinesi complessivi e 183.552 feriti, tra cui almeno 753 operatori sanitari uccisi dall’ottobre 2023, uno dei bilanci più gravi mai documentati per il personale medico in un singolo conflitto contemporaneo.
Un rapporto dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani denuncia che “gli attacchi intensificati, la distruzione metodica di interi quartieri e il diniego di assistenza umanitaria sembravano mirare a un cambiamento demografico permanente” nella Striscia di Gaza.
In Cisgiordania la situazione non è migliore. Il numero di colonie illegali ai sensi del diritto internazionale è cresciuto a dismisura, superando la quota dei 700mila coloni dislocati in centinaia di insediamenti. Nel pieno del genocidio a Gaza, il governo Netanyahu ha annunciato nuovi progetti coloniali come il piano E1, che dividerà definitivamente la Cisgiordania in due tronconi. Il rapporto ONU descrive in Cisgiordania un uso sistematico e illegale della forza da parte dell’IDF, la diffusa detenzione arbitraria, la tortura e l’estesa demolizione illegale di case palestinesi, usati per discriminare, opprimere, controllare e dominare sistematicamente il popolo palestinese.
Il gas crolla del 20%
La risposta dei mercati all’accordo è stata immediata. Con la notizia del cessate il fuoco, il petrolio è sceso del 15 per cento, e l’effetto si è trasmesso al gas naturale liquefatto, con riduzioni che hanno superato il 20% nelle contrattazioni internazionali. La reazione dei mercati è stata immediata, con il greggio West Texas Intermediate sceso di oltre il 9%. Un segnale che la crisi energetica innescata dalla chiusura di Hormuz aveva già gonfiato artificialmente i prezzi nelle settimane precedenti.
