Tommaso Primo e il suo “3103”: il superman napoletano canta la crisi globale

Tommaso Primo, già dal precedente album “Fate, Sirene e Samurai”, era entrato di diritto nella schiera di quella nuova leva di cantori partenopei capace di suggestionare e raccontare l’anima passionale di questa città , ma lo aveva già fatto in modo atipico, nella sua scrittura e fantasia narrativa.

Oggi torna con “3103”, disco prodotto da Full Heads e Area Live che porta nel mondo incantato dell’artista un album assai ambizioso. Oltre a proseguire sulla scia del racconto “nerd”, tra immagini utopiche, anime ed elementi fantasy, stavolta lancia il suo personale allarme all’umanità, indicando , come nel titolo del disco, il fatidico anno astrale dell’esodo terrestre verso altri luoghi dopo un fatidico scontro tra uomini e natura.

L’album si suddivide infatti in due corpi, di cui fa da spartiacque il brano “Cassiopea” balland che divide il “corpo” ambientato sulla Terra, fatto di supereroi nostrani, bombe, di un temibile Godzilla fino al Big Bang e al successivo corpo nello spazio.

Oltre ad una certa critica alla società moderna, fatta tra l’altro di “zombie e alieni”, nei suoi aspetti più futili, fragili ed insensibili, il disco del “superman napoletano” vede anche un viaggio dal punto di vista sonoro, come a ricalcare un po’ la storia del giovane cantante napoletano, dal tropicalismo dal gusto retrò, condito di funk si passa al soul e al folk più passionale fino alle spruzzate dance.

Concept album di ardua comprensione, ma di suggestivi viaggi e sentite riflessioni che speriamo possa segnare i cuori di un vasto pubblico senza lasciare indifferenza per quella che è una delle rivelazioni artistiche, non soltanto del panorama nostrano ma speriamo nazionale. Di seguito l’intervista a Vesuvio Live prima del debutto alla presentazione ufficiale del disco alla Feltrinelli di Napoli.

Con la premessa che trovo molto bella l’ambientazione dell’album, in cui ci trovo “seconda stella a destra questo è il cammino” di Bennato e un po’ Space Oddity di Bowie, da quello che abbiamo capito è un album diviso in “due corpi”, uno terrestre e uno celeste, ci parli di questi due corpi? Già precedentemente, nel secondo album con la canzone “Flavia e il samurai “ ci parlavi di un’astronave che ci viene a prendere, era legata?

“Questo è un disco che ho nella testa da un po’ di tempo, però non ho mai avuto opportunità di produrlo, quando pensi a un concept album, nel 2018, che parla di spazio e di supereroi ti prendono quasi per matto, non è forse questa l’epoca. Poi con una serie di provini e spiegando il mood che avevo, siamo riusciti a far nascere questo disco. Come nel precedente album, usa la fantascienza, parla del quotidiano e di quello che potrebbe essere, ad esempio in “Cassiopea” c’è il tema dell’esodo, dell’immigrazione, però in questo caso è l’esodo di tutta l’umanità, quindi prima o poi saremo tutti nella stessa condizione”.

Rispetto alla questione dei due corpi, non soltanto da un punto di vista narrativo ma anche da un punto di vista sonoro, ho notato nella prima parte del disco delle ambientazioni retrò nella sua ricerca, anche un po’ dance e un arrangiamento diverso nella seconda parte, forse più modernizzato. Giusta impressione? 

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“Se ascolti il disco c’è anche un po’ la mia storia, inizia con tutto ciò che appartiene alle mie passate sonorità “Alpha Centauri 081” o “La leggenda del superman napoletano” poi arriva a “Madre Natura” o “Kabul” più recenti, quindi anche un viaggio mio personale, dentro me stesso, per quello che sarebbe potuto diventare l’universo, ci metto anche il concetto del microcosmo e quindi di tutte la parti dell’universo in piccolissime parti”.

Chi sono per te gli zombie e gli alieni che citi all’interno del disco?

“Gli zombie sono un po’ gli addormentati, tra svegli e dormienti e sono quelli di oggi, una critica alla società odierna, un paese che impazzisce, tutto ciò che dovrebbe combattere questo atteggiamento invece si adatta”.

Nel pezzo del Superman napoletano il messaggio è che il napoletano è capace di salvarsi partendo da se stesso o la città ha bisogno di supereroi che riempiano gli occhi mascherati come Liberato?

“In realtà la canzone è innanzitutto una presa in giro a tutti i luoghi comuni della città, quelli veri e non veri. È l’unico brano ambientato a Napoli e non c’è un’ osannazione degli ultimi che invece sono quelli che mandano avanti il paese. Non c’è attenzione verso la classe operaia, di tutta la gente pronta a essere adepti dei social. Napoli ha sempre bisogno un po’ di effigi. Siamo importanti ma non dobbiamo considerarci superiori e al centro del mondo. Partire da noi per andare oltre, non bisogna soffermarsi sulle stesse cose, bisogna cominciare a parlare di altro.
Cito una frase “Parigi cos’ha? La rivoluzione” quella sentita, di classe, c’è ancora una questione meridionale sopita, posso dire che per me lo stato italiano se ne frega del sud, visto che ci sono ancora dei problemi nonostante i miracoli di resistenza”.

Rispetto invece al tema difficile della convivenza multirazziale e multietnica, tu cantavi “Gioia” in duetto con il poeta africano Ismael o “Preyer for Kumbaya” nello scorso disco, ti è quindi caro come tema?

“In questo disco dico ‘Ego ha travolto Ecos modesta idea di felicità, tutta colpa dell’eros ca’ troppo spesso ce fa sbaglià’ è la frase di uno dei brani, l’umanità una volta su “Kepler” chiederà scusa per aver messo IO davanti a ogni cosa, per l’eterno arrivismo che ha distrutto tutto ciò che fosse comunità, un male incredibile, non c’è più concetto di comune e di ambiente, questo è “Godzilla” (altro brano del disco). Il problema ambientale è enorme, anche perchè non se ne parla, manca il senso civico ed è un grande allarme per noi che abbiamo avuto diverse esigenze ma io parlo di una situazione a livello mondiale, ad esempio le risorse ambientali dello scorso anno sono finite a Marzo, dovremmo fare i conti con i grandi mostri ambientali. Non sarà facile capire il mio disco, ma spero possa creare piccole porte e piccoli ponti, io ci metto tutto me stesso anche per trovare persone come me che mettano la protesta al centro del cambiamento”.

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