Sal Da Vinci all’Eurovision, si scatenano i commenti razzisti degli italiani. Dall’estero solo applausi

Sal Da Vinci all'Eurovision


C’era da aspettarselo. Sal Da Vinci sale sul palco della Wiener Stadthalle di Vienna, porta “Per sempre sì” davanti all’Europa intera con una vocalità potente e una presenza scenica d’impatto, e il pubblico lo accoglie con un’ovazione. I commenti degli ascoltatori stranieri sono stati incredibilmente positivi, le testate internazionali dedicano spazio all’artista partenopeo, Vienna trema. E mentre il resto del continente applaude, una parte d’Italia — quella solita, quella che conosce bene chiunque sia nato a sud del Garigliano — si riversa sui social a insultare. Non la canzone. Non l’esibizione. Napoli. I napoletani. La cultura di un popolo intero.

Il copione è identico a quello di qualche mese fa. Identico, perché questo Paese non impara mai.

Il precedente Cazzullo: il pregiudizio travestito da critica musicale

Tutto era già successo a febbraio, quando Sal Da Vinci vinse il Festival di Sanremo 2026 con “Per sempre sì”. Sul Corriere della Sera, Aldo Cazzullo scrisse che “Per sempre sì potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra”. Tre parole, camorra, matrimonio, Napoli: il solito triangolo del pregiudizio che si autoalimenta da decenni nel discorso pubblico italiano. Un critico musicale può non amare una canzone — è suo diritto inalienabile. Ma il meccanismo con cui Cazzullo ha espresso la sua opinione ha svelato qualcosa di più profondo e più antico di una semplice stroncatura.

Il problema era strutturale: il salto dall’opinione musicale all’evocazione della camorra. Quella frase non è stata ritirata, non è stata spiegata, non è stata contestualizzata. È rimasta lì, come se fosse normale. Come se associare un artista napoletano alla criminalità organizzata fosse una cosa che può capitare, un incidente di percorso, non il sintomo di un pregiudizio sedimentato. Con ironia, i napoletani hanno chiesto a Cazzullo a quanti matrimoni di camorristi avesse partecipato per poter descrivere con tale sicurezza le loro colonne sonore.

Il paternalismo culturale: ti amo, ma solo se sei come voglio io

Dopo le polemiche, Cazzullo ha replicato sostenendo di amare Napoli e i napoletani, ma aggiungendo che “Sal Da Vinci è la Napoli che pensano e che vorrebbero coloro che la detestano. Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci”. Una frase che rivela molto di più di quanto vorrebbe dire. È il classico meccanismo paternalistico: ti amo, ma a condizione che tu corrisponda all’immagine che mi sono fatto di te. Pino Daniele va bene. Sal Da Vinci no. La Napoli popolare, casereccia, festante, quella che esiste davvero nelle case e nei vicoli, solo a determinate condizioni.

Chi ha il diritto di tracciare questo confine? In base a quale criterio chiunque può avere la pretesa di decidere cosa rappresenta genuinamente la cultura partenopea e cosa invece ne è una degenerazione? È un potere che nessuno ha assegnato, eppure viene esercitato con naturalezza quando qualcuno da Milano, Torino, Venezia e quant’altro si arroga il diritto di spiegare ai napoletani quale Napoli è autentica e quale è stereotipo. È colonialismo culturale allo stato puro, anche quando è in buona fede.

All’Eurovision l’Europa capisce, l’Italia no

E così ci ritroviamo qui, a maggio 2026. Sal Da Vinci, con la sua “Per sempre sì”, ha fatto bella figura alla prima semifinale dell’Eurovision Song Contest di Vienna, conquistando un pubblico che non ha filtri identitari da applicare, che sa poco o nulla della camorra e non si sogna neanche di cercarne il collegamento con una canzone d’amore. Sui social ci sono stati come sempre commenti piuttosto cattivi nei suoi confronti — ovviamente tutti degli hater italiani — ma la reazione del pubblico in sala è sempre stata molto positiva.

Questo dettaglio dovrebbe fare riflettere. Gli stranieri ascoltano e applaudono. Gli italiani — o meglio, quella quota di italiani che porta con sé un sentimento antico e irrisolto verso il Sud — trovano il modo di trasformare un momento di orgoglio nazionale in un’occasione per ribadire la loro gerarchia culturale. Come se il successo di Sal Da Vinci li infastidisse. Come se preferissero un’Italia che non includa Napoli, o che la includa solo a patto che Napoli stia al suo posto.

Il razzismo antimeridionale non è una metafora

Chiamarlo con il suo nome è necessario. Quello che si abbatte su Sal Da Vinci non è critica musicale. Non è nemmeno campanilismo, quella forma di rivalità tutto sommato innocua tra tifoserie di province contigue. È razzismo antimeridionale: la convinzione, radicata e trasmessa di generazione in generazione, che i meridionali siano culturalmente inferiori, che la loro arte sia folklore di serie B, che il loro successo abbia sempre bisogno di una spiegazione alternativa — il voto popolare come anomalia, la vittoria come errore del sistema.

Il problema non è Sal Da Vinci. Non è mai stato Sal Da Vinci. Il problema è un Paese che fa ancora fatica a fare i conti con il proprio razzismo interno, che preferisce travestirlo da critica estetica piuttosto che guardarlo in faccia. Noi lo guardiamo in faccia. E lo chiamiamo con il suo nome.

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