La Comunità ebraica denuncia Mennella e Seme per l’altare: “È istigazione a delinquere”

Quattro Altari, l'installazione accusata di antisemitismo da parte della Comunità Ebraica


Arriva la querela da parte della Comunità ebraica di Napoli indirizzata al sindaco di Torre del Greco Luigi Mennella, al dirigente Gaetano Camarda e all’artista Salvatore Seme con l’accusa di propaganda ed istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa.

L’altare al centro della polemica: cosa era successo

Al centro dell’accusa l’altare “Fractio panis” che il maestro Seme, professionista del campo con un lungo curriculum di realizzazioni d’arte sacra in tutta Italia ed una grande preparazione sul messaggio evangelico, ha realizzato in largo Costantinopoli per la Festa dei Quattro Altari 2026.

L’opera era stata immediatamente contestata con una lettera della comunità ebraica che ne chiedeva l’immediata modifica poiché, a loro dire, conteneva un elemento che alimentava il pregiudizio antisemita nei confronti del popolo ebraico: in particolare, secondo la comunità, la presenza di un uomo rappresentato con occhiali, barba e cappello intento a contare una mazzetta di denaro.

L’immagine, sempre secondo la comunità ebraica, avrebbe alimentato il pregiudizio storico che vede gli ebrei legati al denaro e dediti all’usura.

Le risposte del sindaco Mennella e dell’artista

A smorzare la polemica ci avevano immediatamente pensato sia l’artista che il sindaco Mennella. Salvatore Seme ha più volte spiegato il senso religioso dell’opera che fa riferimento all’episodio del pubblicano Levi riportato dal Vangelo di Luca. Nessun intento discriminatorio, quindi, ma soltanto una rappresentazione artistica che richiama un messaggio di redenzione dai peccati.

Una nota storica è necessaria: i pubblicani erano esattori delle tasse per conto dell’Impero Romano che dominava la Palestina ai tempi di Cristo, ruolo che autorevolissime fonti bibliografiche (anche di area ebraica) attribuiscono ad ebrei dell’epoca.

Ad urlare un concetto che sembrava scontato, ma evidentemente non lo era, ci ha pensato il primo cittadino Luigi Mennella che dal palco centrale della Festa, prima dell’attesissimo concerto di Clementino, ha ribadito a chiare lettere: Torre del Greco non è una città antisemita, è una città aperta al mondo, città di mare che non discrimina nessuno, per nessuna ragione. Ieri, oggi e mai lo farà”.

Lo stesso concetto che ha ribadito per commentare la lettera giunta stamane dall’Avv. Pier Giacinto Di Fiore, difensore della Comunità ebraica, che ha messo nero su bianco l’accusa: “Propaganda ed istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa”, presentando denuncia querela alla Procura.

La comunità ebraica querela Mennella e Seme

Nessuna intenzione di smorzare, quindi, la polemica: la Comunità ebraica continua – inspiegabilmente ed incoerentemente – a puntare il dito contro un’opera d’arte che ha riscontrato (anche grazie al clamore seguito alla prima denuncia) un successo ed un’approvazione che ha superato di gran lunga i confini cittadini e nazionali, arrivando ad incantare e far riflettere milioni di persone nel mondo.

Inspiegabilmente perché risulta quantomeno fantasiosa l’idea che l’arte, espressione di libertà per eccellenza, possa istigare a delinquere. Tanto più che molti seguaci di pagine di area sionista come “Shalom” hanno immediatamente risposto non nel merito ma con accuse – queste sì, razziste – verso il popolo napoletano e torrese, invocando il Vesuvio e la lava (da cui Torre del Greco è stata distrutta ed è rinata più volte nei secoli) come il più banale dei ritornelli a cui siamo purtroppo tristemente abituati.

Incoerentemente perché, in uno scenario internazionale in cui Israele si sta rendendo responsabile, secondo l’ONU, di crimini di guerra prendendo deliberatamente di mira anche bambini e civili a Gaza e la guerra mossa dal governo di Tel Aviv ha causato solo negli ultimi 2 anni decine di migliaia di morti, milioni di sfollati ed una sistematica pulizia etnica in Medioriente, nessuna parola in merito è stata proferita dalla Comunità ebraica, così solerte a muovere avvocati, stampa e carte bollate per un’opera d’arte.

Nemmeno una presa di distanza nei confronti del governo di Netanyahu che ha più volte sostenuto l’importanza dell’azione anche militare per difendere gli ebrei in tutto il mondo (quindi anche in Italia).

Sotto le accuse sioniste tanta solidarietà verso Torre e la Palestina

A ben vedere, gli unici sentimenti di intolleranza espressi – civilmente, con l’uso della parola e senza armi alla mano – nei confronti dei sostenitori della causa ebraica sono stati fomentati proprio da queste polemiche sollevate per un dipinto da parte di chi si rispecchia in uno stato che sta deliberatamente bombardando ed uccidendo centinaia di famiglie inermi contro ogni convenzione internazionale.

Tantissime, infatti, sono state le critiche espresse sui social e le testimonianze di solidarietà nei confronti di Seme e del popolo palestinese sotto i post che parlano di questa assurda faccenda.

L’accusa della comunità: “L’opera rappresenta una mensa di solidarietà”. Ma che opera hanno visto?

Sconcertante, infine, che l’accusa oggi mossa a suon di querela sia totalmente sbagliata non solo nel merito ma anche nel metodo. Scrive infatti la Comunità ebraica nel proprio comunicato: “Quest’opera ritrae una mensa, in un contesto inequivocabilmente familiare e di assistenza ai deboli, di carità. Tutte le figure umane ritratte in quest’opera sono in abiti familiari, informali e sono legati tra loro da un evidente dialogo di serenità, di benessere e di carità cristiana. Al lato sinistro di chi vede l’opera emerge la figura di un uomo vestito di nero, con cappello nero, completamente privo di collegamento sintattico con il quadro incriminato, completamente estraneo al contesto della mensa e al dialogo di assistenza e felicità che dal quadro deriva”.

Ci si domanda: quale opera hanno veduto e descritto i rappresentanti della Comunità ebraica di Napoli? Di certo non “Fractio panis” di Salvatore Seme. L’altare di via Costantinopoli, sarà balzato all’occhio anche meno esperto dei milioni di persone che l’hanno osservato, comunica tutt’altro che benessere e contesto familiare di carità. Al tavolo, vicino al pubblicano, sono rappresentati un uomo in abiti formali che fuma un sigaro, probabile riferimento al mondo degli affari ed ulteriore richiamo all’avidità umana, ed una donna che ingoia una collana di perle, anche qui probabile richiamo all’avidità, alla lussuria, allo spreco, al disinteresse verso i sofferenti.

Esattamente come il Vangelo di Luca ricorda che Gesù è a tavola con pubblicani e peccatori perché sono essi ad aver bisogno di redenzione: “È il malato che ha bisogno delle cure”. Ai piedi del tavolo quattro bambini persi nel mondo della tecnologia, sospesi tra un futuro da scoprire grazie alla potenza di un display ed il rischio di diventare “merce”, come richiamano i codici a barre sulle loro braccia.

Solo in alto c’è un espressione di carità cristiana che passa, anche visivamente, attraverso la luce di Cristo e dell’Eucarestia, tema centrale dell’opera e dell’intera Festa dei Quattro Altari.

L’arte, certo, va letta dietro le immagini ed è soggetta ad interpretazioni: ma ben altra cosa è mistificare la realtà con il probabile scopo di accreditare la causa sionista sotto il termine-feticcio dell’antisemitismo che in questo caso pare francamente assente. Ma, forse, chi oggi sostiene impunemente le posizioni del governo israeliano si è abituato fin troppo bene a piegare la realtà ai propri interessi.


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI