Video. Il Femminiello: storia di principesse napoletane che vivono da donna

femminiello

“I femminielli sono uomini che ‘vivono’ e ‘sentono’ da donna: abbigliati e truccati da donna. Spesso ‘prostitute’ ma non necessariamente: ogni vicolo ha il suo femminiello accettato dalla comunità. Questi può vivere nella famiglia d’origine, attende alle occupazioni tradizionalmente riservate alle donne: cucinare, cucire, lavare la biancheria, fare le pulizie”.

Questa era la descrizione che una rivista francese dava, negli anni Ottanta, dei femminielli che vivevano a Napoli. Ciò per spiegare che, dall’esterno, il rapporto tra la cultura partenopea e i femminielli è sempre stato visto in maniera particolare. I quartieri popolari partenopei, soprattutto quelli del centro storico, li hanno sempre integrati nel proprio tessuto sociale. Qui sono sempre stati accolti con benevolenza e la maggior parte di loro godeva di una certa popolarità, al punto che era esplicitamente richiesta la loro partecipazione ad alcune manifestazioni folcloristiche e religiose. A differenza di altre città, dove si pensava che fossero posseduti da spiriti maligni e dove venivano gettati su di loro pezzi di finocchio, da qui il termine dispregiativo che alcuni usano per indicarli, a Napoli i femminielli sono sempre stati accettati.

processione verso Montevergine

In particolare la loro figura era legata al culto della Madonna nera ossia la Madonna di Montevergine, definita anche “Mamma schiavona” per il manto nero che indossa e che ricorda il colore degli schiavi portati dalle colonie. Il connubio tra femminielli e la Vergine è antico e precede la creazione del Santuario. Risale al 1256, anno in cui si racconta che due omosessuali furono cacciati dalle mura della città per atti osceni e furono portati sul monte Partenio, come era chiamato Montevergine, per farli morire di fame e freddo. La leggenda narra che nei giorni successivi, un sole squarciò le nubi riscaldandoli e salvando loro la vita. Da qui la devozione dei femminielli nei confronti della Madonna di quel luogo. Nel passato erano soliti esprimere la propria adorazione nella ricorrenza dalla Candelora in cui iniziavano una processione dal centro di Napoli fino al Santuario allietando gli altri pellegrini con canti e balli tradizionali come la “Tammuriata”.

Un alto evento che lega il femminiello alle tradizioni popolari campane è la “figliata”, una cerimonia derivante dall’antico rito della fecondità che si svolgeva alla pendici del Vesuvio, nella città di Torre del Greco. Curzio Malaparte nel suo romanzo “La pelle” lo descrive così: “Era un uomo, senza dubbio, un giovane di non più di vent’anni. Si lamentava cantando a bocca aperta, e dondolava la testa qua e là sul guanciale, agitava fuor dei lenzuoli le braccia muscolose strette nelle maniche di una femminile camicia da notte, come se non potesse più sostenere il morso di qualche sua crudele doglia”.

l’arriffatore

Le tradizioni non terminano qui. Ancora oggi nei quartieri popolari di Napoli c’é l’usanza di organizzare nei periodi natalizi alcune tombolate a cui possono partecipare solo donne e femminielli che hanno il compito di pescare e commentare i numeri. Questa tradizione trae le sue origini dalla riffa, cioè sorteggio, antico gioco che risale al periodo borbonico, in cui l’arriffatore era proprio un femminiello. Icona spregiudicata e divertente, questa figura raccontava, ieri come oggi, storie e aneddoti in cui fondeva sacro e profano, tradizione e trasgressione.

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Fonti: Marino Niola, “Il purgatorio a Napoli”, Roma, Meltemi, 2003

Pino Simonelli e Giorgio Carrano, “Le mariage des femminielli à Naples”, in «Masques. Revue des Homosexualités» n. 18, 1983

Mariano D’Amora, “La figura del Femminiello”, Cahiers d’études italiennes n.16, 2013

Curzio Malaparte, “La pelle”, Milano, Mondadori, 1991

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