22 ottobre 1822: il Vesuvio eruttò come quando distrusse Pompei

Tutti ricordiamo come eruzione più devastante del Vesuvio quella che nel 79 d.C. distrusse le cittadine di Pompei ed Ercolano. Tuttavia, in questi due millenni, il nostro vulcano non ha riposato e spesso ha dato altre prove della sua pericolosità. In pochi sanno, ad esempio, che il 22 ottobre del 1822 poteva ripetersi la tragedia che avvenne in epoca romana.

Da settimane, prima di quel giorno, i cittadini dei comuni vesuviani sentivano il terreno muoversi letteralmente sotto i loro piedi e vedevano fumarole alzarsi dalle pendici del vulcano. Queste avvisaglie non allarmarono particolarmente la popolazione: in quel periodo il Vesuvio era attivo da decenni e l’ultima eruzione era avvenuta solo cinque anni prima senza causare particolari disagi.

La mattina del 22 ottobre, però, la situazione divenne allarmante quando il cielo divenne completamente nero. Una colonna di fumo alta almeno 7 km si innalzava dal cratere del vulcano, fiotti di lava discendevano lungo le pendici e terrificanti fulmini discendevano da quella nube insieme a lapilli e cenere.

Si trattava a tutti gli effetti di un’eruzione pliniana, caratterizzata da una forte pressione che fa esplodere il “tappo” nel cratere generando la colonna di fumo simile ad un pino. Insomma, in tutto e per tutto simile a quella del 79 d.C.. Il Vesuvio continuò ad eruttare fino al 10 novembre: 19 giorni di fumo e lava che, fortunatamente, non causarono danni gravi a cittadine e popolazione.

L’unico rischio fu per il piccolo paesino, allora, di Boscotrecase, lambito dalla lava. Fu in quell’occasione che iniziò la devozione dei cittadini di Torre Annunziata per la Madonna della Neve: quando videro la colonna di fumo ed il cielo oscurarsi pregarono l’effige sacra che ancora oggi viene venerata e celebrata di proteggere la città.

L’eruzione del 1822, però, ebbe un’enorme importanza dal punto di vista artistico e, soprattutto, da quello scientifico. Nel lungo periodo di attività vulcanica tantissimi artisti riuscirono ad immortalare nelle loro tele quello spettacolo terribile ed affascinante. Visto dall’altra parte del Golfo, il Vesuvio circondato da lampi, fumo e fiamme che si specchiava nel mare era un’immagine unica che, fortunatamente, ci è stata tramandata.

Eruzione del Vesuvio del 1794

La somiglianza incredibile con l’eruzione del 79 d.C. attirò moltissimi scienziati che, negli anni successivi e anche durante l’eruzione, riuscirono a raccogliere tantissime informazioni sul vulcano ed, in generale, sui fenomeni vulcanici. Nicola Covelli, negli anni successivi, analizzò le fumarole e scoprì un nuovo minerale: il bisolfuro di rame, chiamato poi Covellite in suo onore.

Furono proprio queste ricerche ad avviare e favorire il processo che portò alla nascita dell’Osservatorio Meteorologico vulcanico sul Vesuvio col duplice compito di studiare e raccogliere informazioni da un vulcano tanto attivo e di poter monitorarlo per evitare possibili catastrofi.

Fonti: Il Vesuvio – Negli studi di Luigi Palmieri

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