I Romani e il trucco “ingannatore”: come le donne riuscivano a cambiarsi i connotati

Ancora oggi i Romani non smettono di stupirci! E non solo in campo architettonico, ingegneristico o urbanistico, questo popolo ci stupisce anche in quelli che sono i gesti e le abitudini di tutti i giorni. E noi che stiamo facendo un viaggio nella bellezza scopriamo che i Romani si affidavano non solo alla famosa “ars ornatrix” per la cura terapeutica della pelle ma anche allaars fucatrix che era il trucco in senso stretto, che rappresentava una sorta di arte ingannatoria in quanto alcune donne grazie al trucco riuscivano a cambiare di continuo i connotati.

A questa arte ingannatoria Ovidio compose, addirittura, un manuale il “De medicamine faciei femineae”. In questo manuale erano elencate una miriade di maschere di bellezza a cui potevano sottoporsi le donne e una serie di “rituali” da compiere per apparire impeccabili! Il manuale conteneva i giusti consigli e i rimedi qualora il colorito della pelle appariva poco salutare o se le sopracciglia erano sottili e rade. Veniva suggerito di realizzare un neo finto per abbellire gote bianche, ad ombreggiare la palpebra con la fuliggine o a colorarle di giallo con un estratto dello zafferano, il croco.

Ovidio inoltre consigliava di dedicarsi a queste cure di bellezza lontano da occhi indiscreti, primi fra tutti quelli dei propri mariti, in quanto si riteneva che la pratica per abbellirsi e quindi l’applicazione dei cosmetici era poco piacevole da guardare e dunque queste operazioni erano effettuate in piccole stanze dedicate: “[…]che il vostro amante, tuttavia, non vi sorprenda con i vasetti delle creme in mostra sul tavolo[…]. Chi non proverebbe fastidio per un volto tutto cosparso di feccia, mentre per il peso gocciola e scorre tra i tiepidi seni […]? […]Molte cose è meglio che l’uomo non le sappia.” I prodotti cosmetici che utilizzavano le donne romane erano molto costosi e venivano realizzati dagli unguentari nelle proprie botteghe vicino al Velabro. Le tecniche utilizzate da questi maestri erano la macerazione o la spremitura e spesso la preparazioni delle pozioni era demandata agli schiavi.

Alla base di molti preparati cosmetici vi era l’olio d’oliva o il succo d’uva matura, in cui venivano fatte macerare sostanze odorose e aggiunti, laddove necessitava, i pigmenti. Il prodotto finito era conservato nelle pissidi di alabastro, terracotta o vetro dalle fogge e dimensioni variegate. Il trucco, o make up come diremmo oggi, delle donne romane aveva stili e intensità differenti, ovviamente questo era il risultato di contaminazioni con i vari popoli europei. Truccarsi al tempo era un segno distintivo di distinzione sociale, va da se che un trucco particolarmente eccessivo era sconsigliato, in quanto prerogativa delle prostitute. Così come rappresentava una distinzione sociale anche il possedere gli strumenti, i cosmetici e il personale addetto alla toeletta, le famose cosmetae.

Queste addette alla bellezza della domina avevano dimestichezza con le creme e i vari belletti, che prelevavano dai contenitori con spatole e cucchiaini di vario materiale, ma lo strumento più famoso resta la ligula, un cucchiaio di forma allungata che risale al I-III secolo d.C. Altro strumento utilizzato dai Romani era lo specchio, che di solito aveva una forma tonda decorata sul retro. Questi specchi erano realizzati in bronzo accuratamente levigati e solo a partire dal III secolo d.C. fu aggiunto uno strato di vetro ricoperto di piombo sulla faccia riflettente. Il nécessaire per toeletta era custodito nella capsa o alabastrotheca ossia dei beauty-case. Per le donne romane la bellezza e la cura del corpo e della pelle era importante e chiuse nei loro piccoli regni lontano dagli sguardi degli uomini queste donne si lasciavano coccolare e abbellire delle loro cosmetae e queste operazioni si protraevano dalle due alle sei ore addirittura! Ed ecco spiegato il perché quando le donne devono accingersi a prepararsi per un evento speciale passano ore davanti allo specchio…

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