L’acquedotto Carolino, un capolavoro a cielo aperto

foto reggia Caserta

Ci fu un tempo in cui il prestigio del potere e il centro di rappresentanza di tale potere doveva essere espresso nel più grande dei modi. Nacquero così nel settecento le grandi dimore residenziali dedicati e voluti dalle famiglie reali per vivere e dedicarsi ai piaceri e agli sport come fu per i grandi palazzi di Versailles e Caserta. La reggia di Caserta fu commissionata dal re Carlo di Borbone al grande architetto dell’epoca, Luigi Vanvitelli, sullo stile di Versailles ma con una funzione diversa: la reggia di Caserta doveva rappresentare non solo una residenza reale ma la capitale del regno di Napoli. Fu scelta Caserta poiché in un periodo sconvolto dalle guerre di successione e dai delicati momenti politici che stava vivendo l’Europa, Napoli poteva essere facilmente soggetta ad attacchi da mare a differenza dell’entroterra Campano, che risultava difficilmente raggiungibile, nonostante sia in una posizione strategia e ben collegato alle altre province Campane.

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I lavori per la costruzione della reggia iniziano nel 1752: 1200 stanze e una grande area che sfiora il volume totale di oltre due milioni di metri cubi. Considerata tra le più grandi residenze reali al mondo, il gran palazzo comprende una grande area verde composta dal giardino all’italiana con le bellissime fontane e la cascata e dal cosiddetto giardino all’inglese costituito da boschi.

A portare acqua alle meravigliose fontane del giardini all’italiana, e quindi alla reggia, oltre al complesso di San Leucio, era l’acquedotto Carolino, dall’omonimo nome del re. Una grande costruzione ingegneristica che per l’approvvigionamento idrico sfruttava le sorgenti alle falde del Taburno, a 254 metri sul mare. Lungo 38 chilometri, l’acquedotto Carolino era costituito da un condotto largo 1,20, alto 1,30 con 67 torrini a pianta quadrata per gli sfiatatoi e per accedere all’acquedotto per eventuali controlli.

Nihat Karabiber Foto

I lavori iniziarono nel 1753  tra lo scetticismo generale delle maestranze dell’epoca che vedevano l’opera come qualcosa di tecnicamente impossibile da realizzare. Non per Vanvitelli. Iniziano tutta la serie di trafori nei monti e il ritrovamento delle relative sorgenti, ma il vero ingegno dell’architetto fu quello di superarsi e superare anche l’antica grandiosità romana con “I ponti delle valli”, ossia un ponte lungo più di 500 metri per collegare il monte Longano al Garzano. Si tratta di una grande e lunga struttura che attraversava la valle di Maddaloni, il più grande e  il primo in Europa, costruito sul modello degli acquedotti romani,  si compone di triplici arcate alte fino a 55 metri.

Il lavoro si divise in tre grandi blocchi: dal monte Fizzo al monte Ciesco, un secondo blocco dal monte Ciesco  al Garzano e dal Garzano fino alla reggia. Terminato finalmente dopo 17 anni di lavoro per un’opera che fu considerata tra le grandi opere ingegneristiche del XVIII secolo, l’acquedotto, insieme al Palazzo Reale e al complesso di San Leucio rientrano nel patrimonio Unesco dal 1997.

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