‘A monaca d’ ‘e Camaldoli: muscio nun le piaceva e tuosto le faceva male

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In qualunque epoca, in ogni paese ed sotto tutte le morali, il sesso è sempre stato il modo più semplice ed immediato per far comprendere un concetto. L’argomento, considerato un tabù in quasi tutte le culture, persino oggi, attira facilmente l’attenzione, è chiaro e conosciuto da tutti ed, infine, stuzzica l’immaginazione e, quindi, la comprensione. Non stupisce, quindi, che in tantissimi detti e proverbi ci siano allusioni sessuali. Visto lo scopo dei proverbi, cioè quello di riassumere in poche parole un concetto complesso, riferirsi ad argomenti di questo tipo è il modo più immediato per trasmettere un messaggio.

La lingua napoletana è piena di queste espressioni spinte, vuoi per il calore tipico del nostro popolo, vuoi per l’apertura mentale da sempre dimostrata. Uno dei più spassosi è questo: “‘A monaca d’ ‘e Camaldoli: muscio nun le piaceva e tuosto le faceva male. Il significato, a conferma di quanto detto prima, è comprensibile da tutti e non crediamo necessiti di troppe spiegazioni: cosa, generalmente, non piace moscio e tosto può far male? Tantissime cose, in effetti, ma il primo pensiero di tutti è molto più specifico.

Comunque, il proverbio viene usato per definire una donna incontentabile e lunatica, alla quale non va mai bene niente ed ha sempre da ridire su tutto. Insomma, la versione al femminile di “Pare San Pietro Mmurmuliatore”. Ora, la parte sul “muscio” sul “tuosto” è abbastanza chiara. Rimane da capire chi sia questa particolare monaca dei Camaldoli. Iniziamo col considerare che, solitamente, i personaggi religiosi sono spesso protagonisti di questi detti spinti: il contrasto fra sacro e profano, castità e libidine, purezza e perversione, da all’affermazione un carattere grottesco e comico; un esempio è l’onnipresente “preveto ricchione”.

C’è da ammettere, inoltre, che la vita delle monache di clausura ha sempre scatenato curiosità maliziose sin dall’inizio della loro vocazione: lo stesso Boccaccio, nel Decamerone, ha dedicato un’intera novella alle abitudini poco caste di un convento toscano e la stessa figura, molto più seria, della Monaca di Monza del Manzoni mostra le contraddizioni di quel mondo tanto oscuro ed esclusivo. Resta solo da capire perchè questa monaca ambigua provenisse proprio dai Camaldoli.

Solitamente, nei detti napoletani si cerca sempre di dare al soggetto un nome qualunque, “Pasqualino” ad esempio, o la provenienza da un luogo conosciuto. Questo serve per dare maggior impatto al messaggio: “la monaca dei Camaldoli” ha molto più effetto di “una monaca…”. In realtà, però, sui Camaldoli, a Napoli, c’è davvero un monastero: l’Eremo dei Camaldoli. Risalente al XVI secolo ospita ancora oggi le suore devote a Santa Brigida, le Brigidine. Magari, con un po’ di mala fede, si potrebbe pensare che tanto tempo fa nell’Eremo vivesse davvero una monaca dai gusti molto singolari.

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