Dai piaceri della tavola a quelli del letto: 15 termini napoletani derivanti dal greco

“Bacco, Cerere e le Sirene Partenope, Igea e Leucosia con il dio Sebeto” – Paolo De Matteis

Non è l’Olimpo di Zeus e degli altri dei pagani, ma di certo Napoli è senza dubbio una città greca: storia, mito e leggenda si fondono e confermano questa eziologica certezza. Basti pensare, ad esempio, all’etimologia del nome stesso: Neapolis, in greco nuova città. E’ storia. In origine, però, il mito e la leggenda: Palepolis, la città vecchia. Ovvero Pathenope, figura anch’essa nata presso le genti d’Omero.

Per chi avesse ancora dubbi, comunque, un ampio, succulento e sensuale (per non dire erotico) elenco di termini napoletani che derivano proprio dalla lingua greca, in particolare da quella antica.

Nel dialetto napoletano, vera e propria lingua – poiché dotata di regole ben precise – non si può far a meno, infatti, di porre in rilievo l’etimologia di termini relativi a tutta una serie di aspetti diversi della nostra vita e del nostro modo di essere.

A partire dal carattere molto solare ma anche un po’ mutevole e malinconico del cittadino partenopeo. Troviamo così parole quali “pazziare”, che riproduce fedelmente il suono del verbo παίζω (paizo), il cui significato è “giocare, scherzare”; e “nzallanuto”, che deriva dal termine σεληνιάω (seleniào), letteralmente essere lunatico. Riferito sempre al modo di comportarsi è la parola “zimmaro”, che sta per caprone, nel senso di zotico, villano, uomo dalle maniere poco gentili ed eleganti e che proviene da “χιμμάρος” (xìmaros), indicante appunto il maschio della capra.

Vi sono poi parole che fanno riferimento all’economia: “accattare”, che foneticamente rimanda a κτάομαι (ktàomai), letteralmente “acquistare”; “putèca”, con cui oggi si intende negozio, ma la cui origine è da ricercarsi in ἀποθήκη (apothèke), in realtà una farmacia.

Se comunque l’acquisto fatto dovesse risultare sgradito, si potrà sempre definirlo una “ciofèca”, la cui provenienza è da attribuirsi a κωφός (kofòs), letteralmente “sgradevole”. I più rancorosi e violenti potrebbero addirittura passare alle manieri forti e cominciare a schiaffeggiare il malcapitato rivenditore: anche “pacchero”, costituito da πᾶς (pàs), tutto, e χείρ (chèir), mano, – infatti – deriva dal greco e vuol dire “tutta la mano”.

La Grecia, dunque, da culla della civiltà a culla del dialetto napoletano (benché molte altre siano le lingue che hanno influenzato la nostra, spagnolo e  francese su tutte). In effetti è proprio a letto che l’influenza greca sembra dare il meglio di sé. Proverbiale il termine “pucchiacca”, espressione che nasce dall’unione di πῦρ (pùr), fuoco e κοῖλος (koilos), antro, ergo “antro di fuoco”. Meno famoso ma di grande effetto il “rafaniello”, la cui genesi si deve al verbo ῥαφανιδόω (rafanidòo), indicante una perversa pratica con cui si punivano gli adulteri. Infatti il vocabolo sta per “infilare un ravanello nell’ano”. Chiunque fosse colto in flagrante nel tradire la propria consorte veniva pubblicamente umiliato proprio con questa penitenza.

Dai piaceri e dispiaceri del sesso a quelli della tavola. Diversi, in effetti, anche i termini napoletani derivanti dal greco per quel che riguarda gli alimenti. Termini specifici per la frutta, quali, “purtuallo”, o “cresommola”, ad esempio, hanno origine proprio dalla lingua ellenica. I greci chiamavano “portokalos” l’arancia, diventato poi purtuallo” in napoletano. Stessa cosa dicasi per “crisòmmola”, composto da χρυσός (krusòs) che si traduce con “oro” e μῆλον (mèlon), “frutto”, e quindi “frutto d’oro”. Dalla frutta alla verdura il passo è breve: “petrusino”, prezzemolo, deriva dal greco antico petroselinon (erba).

Da segnalare anche “cantèro”, da κάνθαρος (kàntharos), con cui si soleva indicare una bacinella a forma di vaso da notte; e o’ “mesale”, la tovaglia, derivante da misalion, antico fazzoletto di stoffa.

Tra le espressioni e non singole parole che ci hanno tramandato i nostri antenati greci anche il famoso “Piglià père”, ovvero prendere fuoco, dall’antico πῦρ (a fuoco).

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