“La scortecata”, Emma Dante interpreta Giambattista Basile al Teatro Bellini

La prima cosa che salta all’occhio de “La scortecata” di Emma Dante, in replica al Teatro Bellini fino al 3 febbraio, è la corposità dello spazio scenico, la cui densità sembra esigere dallo spettatore, più che suggerire, un’immediata complicità fisica. Strana constatazione, data l’estrema nudità del palco, costituito da un semplice fondale nero e da poco più di sei oggetti scenici: un castello in miniatura poggiato su un piccolo sgabello, due seggiole di legno, un baule e una porta. Essenzialità smunta, che si rivela allo sguardo del pubblico ancor prima dell’inizio della pièce, a sipario aperto, mentre gli spettatori raggiungono le poltrone.

Una delicata quanto improvvisa oscurità dà inizio ad una violenta dislocazione scenica. Le luci si riaccendono subito dopo, illuminando i due protagonisti: gli incappucciati Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola, seduti sulle piccole seggiole intenti nell’atto furioso di succhiarsi i rispettivi mignoli. Basta l’inaudita semplicità di un gesto così “infantile” (osceno, dunque, come tutto ciò che richiama all’infanzia), a trasfigurare l’anonima scena fin lì contemplata in una esplosione di viscerale fisicità, concedendo al palco, poc’anzi smunto, una densità del tutto diversa.

Presentato per la prima volta nel 2017 in occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, la pièce è ispirata alla fiaba seicentesca “La vecchia scorticata” di Giambattista Basile, il decimo racconto della prima giornata de “Lo cunto de li cunti”. Della miracolosa sintesi di commedia e tragedia concepita dal letterato napoletano, Emma Dante ne intensifica la drammaticità, disfacendosi della cornice narrativa dell’opera di Basile e riscrivendone, in parte, il contenuto. L’opera originaria narra la storia di due anziane sorelle, «reassunto de le disgrazie», talmente brutte e sgraziate da vivere isolate in un basso nel giardino del re di Roccaforte. Un giorno, udendo il canto di una delle due sorelle, il regnante si convince che quella voce appartenga ad una vergine bellissima. Desideroso di conoscerla, le dedica dei versi amorosi, senza ricevere risposta.

Adirato, il re sancisce un ultimatum: se entro otto giorni la giovane non si fosse rivelata, egli stesso si sarebbe presentato al suo basso per conoscerla. Udito il progetto del regnante, le due sorelle escogitano un piano: chi delle due, all’alba dell’ottavo giorno, avrebbe presentato il mignolo più liscio, si sarebbe mostrata al re. Giunto il giorno stabilito, la più vecchia, mostrando il dito più bello attraverso il buco della serratura, suscita l’interesse del re, che la implora di lasciarsi ammirare nella sua interezza. Ella, consapevole di non potersi mostrare, lo convince ad accoglierlo di notte: «senza cannela, perché non me sopporta lo core d’essere vista nuda». Il re acconsente, trascorrendo con lei una notte di passione.

Ma subito dopo l’amplesso, accendendo un lumino, il regnante si accorge dell’incedibile bruttezza della donna e, furibondo, scaraventa la vecchia dalla finestra, che resta impigliata nei rami di un albero. Passano lì sette fate, che vedendo un essere così brutto scoppiano a ridere e in segno di compenso per il divertimento suscitato, trasfigurano la vecchia nella giovane più bella del regno. Trasformatasi, la donna si ripresenta al re, il quale, folgorato dalla sua bellezza, la prende in sposa. Al matrimonio è invitata la sorella minore della vecchia che, invidiosa della sua trasformazione, le chiede com’è riuscita a diventare così bella. «Me so’ scortecata, sore mia», risponde lei, convincendola a fare lo stesso, in modo da far uscire la pelle nuova dalla pelle vecchia. La sorella accondiscende: raggiunge un barbiere, gli offre 50 ducati per farsi scorticare e muore dissanguata.

“La scortecata” di Emma Dante s’innesta nell’attesa del fatidico ottavo giorno, in una sospensione estenuante, metafora di un indugio ben più angosciante: quella della morte, della quale l’incontro con il re altro non è che un pretesto atto a stimare l’inconsistenza di giornate tutte uguali. Ore monotone, in cui «’o tiempo nun passà pìù», e sembra aver indossato «’e stanfelle, ‘e scarpe e chiummo per ritardare lo momento che aspetto per mostrale allo re lo dito mio!». La drammaturgia conserva il registro linguistico di Basile e dà un nome alle due vecchie, Rusinella (la maggiore) e Carolina (la minore), affidando i due ruoli femminili ad attori di sesso maschile, rispettivamente, D’Onofrio e Maringola. Tale scelta, prezioso eco alla commedia dell’arte, funge anzitutto da felice espediente per consolidare la narrazione della grottesca esistenza delle due vecchie, la cui regressione ai capricci dell’infantilità, tipica della vecchiaia, viene esasperata nella sua tragicomicità proprio perché affidata, nell’interpretazione, a due maschi.

La pièce s’insinua efficacemente nella favola di Basile, individuandone un’ottima cornice per esibire l’orrore della vecchiaia. Difatti, è la pesantezza della vita giunta al tramonto ciò che Emma Dante porta in scena: l’arrogante e codarda ricerca di una illusione, seppur grottesca, che dia sostegno alla senilità. Ed è proprio in tale necessità che va rintracciata la ragione della densa “fisicità” della rappresentazione, in cui i corpi dei due protagonisti diventano i veicoli essenziali di un dramma preciso: la collisione funesta tra la crudeltà del reale (la vecchiaia) e il conforto dell’illusione (l’attesa del re). I mignoli costantemente succhiati, i movimenti sgraziati delle due sorelle, la mimesi dell’amplesso con il re e l’incontro soave con la fata: sono i corpi gli autentici protagonisti della pièce. La scena deve essere scarna, perché a riempirla è la drammatica intensità fisica di D’Onofrio e Maringola, in grado di rappresentare, simultaneamente, due realtà distinte: quella reale (la vecchiaia delle due sorelle) e quella onirica (l’amplesso con il re e l’incontro con la fata), che condividono il medesimo epilogo: la morte.

Ed è proprio nel compiersi nella morte che si comprende la profonda poesia della scena in cui Carolina, appena trasformata dalla fata, si sveste del suo abito bianco e, rivolgendosi alla sorella, dà sfogo alla propria straziante rivelazione: «io non ci credo più alle favole, Rusinella, mi sono stancata di essere vecchia, non sento più, mi piscio sotto». Ecco il cortocircuito: l’illusione si rivela a se stessa, senza filtri, in tutta la sua drammaticità. Deposto l’abito (o meglio, la maschera) della giovane bella, Carolina comprende l’inevitabile tragedia che si cela dietro il manto dell’illusione. E così il re, il castello, l’amplesso, la fata, la giovinezza, si mostrano per ciò che sono: una bugia, nient’altro che una frivola bugia.

Giunta a tale consapevolezza, Carolina non può che inscenare l’ultimo atto della propria esistenza. Prende per mano Rusinella, si avvicinano al baule e, una volta apertolo, ne cacciano un coltello. «Scorticami da capo a piedi» implora dolcemente Carolina a Rusinella: «così sotto la pelle vecchia esce la pelle nuova». Ecco le ultime parole dell’illusione: la morte, per compiersi, necessita di un’ultima bugia; scorticarsi per far uscire dal corpo vecchio quello nuovo. L’implorazione di Carolina non può non ricordare il celebre monito di Nietzsche: «Dammi una maschera, ti prego, una maschera ancora», a testimonianza dell’impossibilità, per l’uomo, di tollerare la verità.

Rusinella impugna il coltello, lentamente lo innalza al cielo come un prezioso strumento sacrificale e scortica Carolina. Finale di rara ed intensa emotività, suggellato dalle fatidiche note di “Cammina cammina” di Pino Daniele, amarissima poesia sulla vecchiaia, nei cui versi si rivela il dramma essenziale de “La scortecata”: «e cammina, cammina vicino ‘o puorto /e rirenno pensa a’ morte / se venisse mò fosse cchiù cuntento / tanto io parlo e nisciuno me sente». Il pubblico applaude commosso, non potendo fare altro per via della compiuta complicità con la scena.

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