Il fallimento dell’Italia è lo specchio di un Paese corrotto e coloniale nei confronti del Sud
Apr 01, 2026 - Francesco Pipitone
Pio Esposito ha sbagliato uno dei rigori in Bosnia-Italia
Per la terza edizione di fila, l’Italia non prenderà parte ai Mondiali. Nel 2026, gli Azzurri guarderanno da casa la manifestazione in Canada, Stati Uniti e Messico dopo il ko ai rigori contro la Bosnia: una solenne e meritata bastonatura che mette a nudo (come se ce fosse ancora bisogno) un sistema calcio malato, avvezzo a scandali e preferenze, a decisioni prese nell’interesse delle élites e non del calcio italiano né dei tifosi, depositari usurpati dello sport nazionale.Tre edizioni consecutive fuori dalla Coppa del Mondo. Svezia, Macedonia, Bosnia. Tre eliminazioni che non sono incidenti di percorso.
E noi, da Napoli, non possiamo fingere di essere sorpresi.
La lezione della Bosnia
Prima di tutto, chapeau. La Bosnia, reduce da un’altra partita terminata ai rigori nel turno precedente contro il Galles, ha dimostrato carattere, coesione e mentalità. Una nazionale costruita con pochi mezzi, un paese piccolo, una storia recente segnata da una guerra, che ha saputo qualificarsi alla sua seconda Coppa del Mondo di sempre con personalità assoluta. Una lezione di sport che gli italiani avrebbero dovuto studiare in anticipo, invece di esultare.
Già, l’esultanza. È diventato virale il video in cui diversi giocatori dell’Italia — Dimarco, Pio Esposito, Vicario e Meret — hanno guardato assieme l’esito di Galles-Bosnia, lasciandosi andare all’esultanza per il passaggio del turno dei bosniaci, evidentemente convinti di trovare un avversario più malleabile. Una reazione che in Bosnia non è passata inosservata: sui social bosniaci l’episodio è diventato immediatamente virale, con i tifosi che scrivevano “Guardate che mancanza di rispetto e che arroganza. Ne terremo conto a Zenica”.
Hanno tenuto conto. Eccome.
Il sistema FIGC e i “brand” protetti
Ma sarebbe riduttivo fermarsi all’episodio della vigilia. Il problema è strutturale, radicato, sistemico. Da anni il calcio italiano è gestito come un feudo dove certi club — quelli con più potere economico, più visibilità mediatica, più connessioni nei salotti federali — vengono trattati come intoccabili. Si proteggono i “brand”, si tutelano le “strisciate”, si ammorbidiscono le sanzioni per chi ha i conti in rosso e le relazioni giuste. E intanto il movimento complessivo arranca, i vivai si svuotano, i calciatori italiani nei ruoli chiave diminuiscono ogni anno.
Quando da una federazione calcistica non si prendono decisioni nell’interesse del calcio italiano ma nell’interesse dei club più potenti, il risultato si vede in campo. Lo si vede a Zenica, con l’Italia che segna, rimane in dieci per l’ingenuità di Bastoni, spreca tre occasioni clamorose con Kean, Esposito e Dimarco, e poi si fa eliminare ai rigori da una nazione che ha un PIL nettamente inferiore a quello della città metropolitana di Milano.
Lo specchio di un’Italia che non cambia
Il calcio, in questo paese, è sempre stato lo specchio della società. E quella che si riflette nel calcio italiano è la stessa Italia che conosciamo bene da Sud: un paese dove contano le rendite di posizione, le clientele, il nome che hai sulla maglia. Dove chi grida più forte nei salotti romani ottiene tutele, dove le riforme vere non si fanno perché disturberebbero gli equilibri di potere consolidati. Dove i cori razzisti contro Napoli — “Vesuvio lavali col fuoco”, “colerosi”, “napoletani terroni” — risuonano negli stadi da decenni senza che la FIGC abbia mai trovato il coraggio di punire davvero chi li intona. Perché punire certi stadi significherebbe punire certi club. E certi club, si sa, non si toccano.
Il calcio del Nord che insulta Napoli è lo stesso calcio del Nord che gestisce la federazione, assegna i diritti tv, decide chi merita i ripescaggi e chi no. È lo stesso sistema che considera il meridione periferia da sfruttare e non risorsa da valorizzare.
Benvenuti all’ennesimo fallimento annunciato
Lo stesso presidente federale Gravina, dopo la sconfitta, ha chiesto una “riflessione anche della politica italiana”, dimenticando di essere lui il primo ad avere responsabilità politiche in questo disastro. Gattuso, dal canto suo, si è scusato con l’Italia intera con parole sincere che fanno quasi dispiacere per lui, l’unico che in questa storia sembra aver messo il cuore davvero.
Il problema non è Gattuso. Il problema non è Bastoni che si fa espellere. Il problema non è nemmeno Esposito che calcia fuori il rigore decisivo. Il problema è un sistema che premia chi ha il marchio giusto, che protegge chi ha i soldi giusti, che punisce chi non si inginocchia davanti ai poteri giusti.
E finché non si cambia questo sistema, non cambierà nulla.
