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Astori

AstoriDue medici indagati per la morte di Davide Astori. La Procura di Firenze, che ha avviato le indagini in seguito alla morte del calciatore, ha emesso due avvisi di garanzia nei confronti di altrettanti medici. Sono entrambi indagati per omicidio colposo.

Dalle prime notizie emerse, si tratterebbe di due professionisti che lavorano in strutture pubbliche di Firenze e Cagliari. È in quelle strutture che Davide Astori era stato giudicato idoneo all’attività agonistica.

Astori è stato trovato morto il 7 marzo 2018 a Udine, nella sua camera di albergo. Il capitano della Fiorentina si trovava lì, insieme ai compagni, perché dovevano affrontare l’Udinese in trasferta.

Foto di repertorio

I cori razzisti contro i napoletani prodotti dai tifosi di Juventus, Udinese e Roma, nello scorso turno di campionato, sono stati puniti soltanto con delle ammende. Lascia perplessi la decisione del giudice sportivo Gerardo Mastandrea che, invece di chiudere le curve incriminate, ha solo comminato una serie di multe. La decisione è giustificata dal fatto che al giudice sia pervenuta la segnalazione per “un solo coro insultante di matrice territoriale“, come riporta un comunicato della Lega di Serie A. La chiusura delle curve, invece, scatta nel momento in cui i cori sono ripetuti e numerosi.

Proprio il numero dei cori, quindi, sembra la discriminante che ha portato il giudice a graziare le tifoserie citate, tra l’altro anche recidive. Davanti a tutto ciò sorge una domanda: ma un solo coro razzista non è grave quanto una serie di cori? Eppure, i napoletani si aspettavano altro, soprattutto dopo le dure parole di condanna, che Gabriele Gravina, presidente Figc, ha pronunciato contro i cori discriminatori: “Ci sarà l’esatta applicazione di quanto prevedono le norme. Ho parlato con il presidente Aia Nicchi e il designatore di A Rizzoli invitandoli all’applicazione rigida del protocollo previsto. Le norme sono chiare: c’è il primo annuncio, nel secondo si riuniscono le squadre a centrocampo. Se si continua si va nello spogliatoio e poi si annuncia la sospensione“.


Hanno decisamente lasciato il segno le dichiarazioni rilasciate da Gianluca Vialli al Corriere della Sera. L’ex attaccante di Samp e Juve ha spiazzato tutti, rivelando di essere malato di cancro, contro il quale combatte da circa un anno. In vista dell’uscita del suo nuovo libro, Vialli ha raccontato alcuni retroscena della sua vita, da calciatore e da uomo.

Nel corso dell’intervista, si è parlato anche di alcune pagine poco chiare della storia bianconera: lo scandalo di Calciopoli e l’uso di doping da parte dei calciatori bianconeri. “Quella Juve avrebbe potuto vincere 6 o 7 scudetti su 10, rispettando le regole. Ma poi la gola spiega Vialli – ha fatto sì che tentasse di vincerli tutti, non rispettando le regole“.

Favoritismi arbitrali all’epoca dello scandalo? l’ex bianconero nega: “No. Ne ho anche discusso con i colleghi. Vede, un calciatore tende sempre a pensare che gli arbitri stiano complottando contro la sua squadra. A volte diventa uno sprone a reagire e dare il meglio“.

Sull’uso di farmaci: “Posso parlare per me. Avrei potuto vivere più serenamente quella vicenda, come altri colleghi. Non ce l’ho fatta. Fu un’ingiustizia. Se prendevamo la creatina? Per qualche mese. Come tutti. Lecitamente“.

Inter Juve espulsione Vecino

Inter Juve espulsione Vecino
Il rapporto fra Juventus ed arbitri è una delle questioni più discusse del calcio italiano. Anche volendo escludere il baratro “Calciopoli” e considerare solo gli ultimi anni sono tante le volte in cui decisioni arbitrali hanno aiutato il team bianconero. Alcuni sostengono addirittura che il Campionato risulti falsato da tali decisioni e che, spesso, queste risultino ingiuste o “di parte”. Tutto questo, ovviamente, è solo speculazione non essendo avvalorato da prove o indagini concrete.

Per questo motivo fa stupore la pubblicazione di un libro che evidenzia e denuncia tutti questi episodi. “Campionato di calcio e stato di diritto” è un testo che raccoglie tutti gli interventi del convegno tenutosi l’11 giugno scorso all’università Luigi Vanvitelli. L’argomento del convegno erano proprio gli errori arbitrali in favore della Juve, il maggior “peso” delle squadre del nord Italia e l’utilizzo improprio del var che avrebbe falsato lo scorso Campionato.

Il libro verrà presentato a Napoli all’Università Suor Orsola Benincasa. L’appuntamento è venerdì 23, alle 15:30. Alla presentazione parteciperanno anche il presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, del presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, docenti di diritto e lo scrittore Maurizio De Giovanni.

Davanti a certe storie, anche la fede calcistica e i colori che da sempre infuocano i cuori dei tifosi si devono piegare e zittire.

Un ragazzino di 14 anni non sta bene, da mesi vive in un letto di ospedale a causa di una diagnosi abbastanza grave al cuore, che attualmente non gli permette di vivere come “un ragazzino della sua età”. La sua vita si svolge nelle quattro mura della sua stanza d’ospedale, perché è in attesa di un cuore. Solo un trapianto potrà riaprire le speranze del ragazzo e staccarlo dal cuore meccanico che lo tiene in via.

Per tale motivo e in occasione della sfida di stasera contro il PSG, il ragazzino ha scritto una breve ma emozionante lettera al suo idolo Gigi Buffon. Lui da sempre tifoso della Juventus ha espresso il desiderio di incontrarlo, con lui altri “due amici di viaggio” che ha incontrato in ospedale.

Un desiderio, un piccolo sogno che conferma quanto il calcio non è solo un gioco. Sperando che l’attuale portiere del PSG, che ha scritto in passato la storia della Juve, possa realizzare il suo sogno.

In bocca al lupo.

La lettera sta facendo il giro del web grazie al suo medico che lo cura al Monaldi, il dottor Andrea Petraio.

Ieri è andata in onda la seconda puntata di Report, incentrata sul caso Juventus e dei rapporti controversi tra la società bianconera e tifosi legati alla ‘Ndrangheta. La redazione del programma in onda su Rai 3 ha deciso di ritornare sulla vicenda, dopo le dichiarazioni di Andrea Agnelli sul primo servizio andato in onda. Il presidente ha cercato di difendere non solo il suo security manager Alessandro D’Angelo, burattinaio di diverse contorte vicende illegali, essendo l’uomo l’unico gancio con i tifosi, ma ha voluto sottolineare la piena estraneità riguardo “gli striscioni canaglia” che inneggiavano alla strage di Superga, esposta dalla tifoseria bianconera durante il derby contro il Torino del 2014.

Così, nella puntata di ieri Report ha mostrato ben tre prove e testimonianze schiaccianti che lasciano davvero poco, o addirittura nullo, margine di dubbio.

In primo luogo la testimonianza dell’ex compagna di Raffaello Bucci, ha dichiarato ai microfoni di Report che non solo il suo ex compagno aveva realizzato uno striscione, ma che era certo che nessuno gli avrebbe fatto problemi in quanto aveva l’appoggio di Alessandro D’angelo: “Che come al solito gli avrebbe fatto entrare anche quello striscione lì”.

Seconda conferma della piena colpevolezza e complicità di D’Angelo, nella triste vicenda degli striscioni di Superga, sono le intercettazioni telefoniche. Un lungo scambio di battute tra il security manager e il Bucci, in cui discutono sul come fare entrare questi striscioni all’interno dello stadio (dando già per scontato che si trattassero di striscioni già di per se illegali e antisportivi, che i dovuti controlli all’esterno dello stadio, avrebbero vietato l’ingresso). Eppure nonostante il rischio, D’Angelo ha aiutato la tifoseria a far entrare gli striscioni, azione confermata anche dalle immagine delle telecamere in cui si vede D’Angelo che consegna lo zaino. E Agnelli? Sapeva. Infatti come confermato da un’ intercettazione telefonica con Bucci, D’angelo dirà: “Sono arrivato su dal Presidente, m’han detto Ale sei un ciuccio t’hann beccato, c’era il Direttore allo stadio, gli ho detto Francesco non te la prendere. Lui mi ha detto no a me va benissimo, tu puoi fare il c…che vuoi, se me lo dici ti aiuto. Io non volevo coinvolgere nessuno visto che è una porcheria assurda quella che ho fatto”.

In ultimo, cosa ancora più sconcertante, sono gli atti della sentenza della Corte di Appello, incompleti in quanto non hanno tenuto conto né dei video né delle varie intercettazioni. Infatti anche ammettendo la complicità di D’Angelo, vengono condannati solo tre ultras. Quindi non solo la Procura non ha tenuto conto del video che incastra D’Angelo durante la consegna dello zaino contenete gli striscioni, ma fa passare per vero che un ultras condannato al Daspo, fosse stato capace di far entrare 10 metri di striscione nascondendolo sotto la felpa. Ed è possibile che gli uomini addetti ai controlli non avessero notato tutto questo?

Tutti elementi che lasciano pensare quanto questa vicenda continui ad essere avvolta dal mistero e che troppe prove schiaccianti non siano state tenute conto.

Ecco gli atti incompleti della Procura, mostrati da Report:

La testimonianza dell’ex compagna di Bucci:

La puntata di Report, programma in onda su Rai 3, incentrato sui rapporti tra Juventus, tifosi e ‘Ndrangheta, andata in onda lo scorso lunedì aveva mostrato delle verità scomode e che hanno sconvolto e inasprito l’opinione pubblica. Un rapporto malato, illegale e a tratti violento, se si pensa al suicidio de Raffaello Bucci, ultras legato a gruppi di delinquenza calabrese, che sembra non aver ancora esaurito testimonianze che confermano la concreta esistenza di questa realtà malavitosa legata al club bianconero.

Così stasera andrà in onda una seconda puntata incentrata su questo argomento, soprattutto dopo le dichiarazioni di Andrea Agnelli che aveva difeso a spada tratta il suo security manager Alessandro D’Angelo, affermando che l’uomo era estraneo alla vicenda che nel derby contro il Torino del 2014, aveva visto i tifosi della Juventus esporre striscioni che inneggiavano alla strage di Superga.

Per tale motivo, dopo che il presidente aveva messo in dubbio la veridicità dell’inchiesta condotta, si è deciso di mandare in onda ulteriori intercettazioni telefoniche tra D’Angelo e ultras che confermano la complicità del security manager, sostenute anche dalla testimonianza dell’ex moglie di Raffaello Bucci. E proprio nelle intercettazioni telefoniche che andranno in onda stasera non solo si confermerà che anche D’Angelo aveva richiesto di: “zittiri i bovini”, i tifosi del Toro ma soprattutto conferma la sua disponibilità: “se hai bisogno io sono qua”.

Ecco il video anticipazione di Report:

Non si placa il botta e risposta tra la Juventus e la redazione di Report, dopo lo scandaloso servizio inchiesta incentrato sui rapporti tra la società bianconera e ‘Ndrangheta. Un servizio che ha svelato tante verità scomode sia sulla morte del tifoso Raffaello Bucci che sui rapporti insani tra gruppi di tifosi e società.

Agnelli proprio questa mattina ha rilasciato alcune dichiarazioni nella quale, riassumendo, ha voluto sottolineare che la Juventus ha già pagato le sue colpe con la giustizia sportiva e che alcune cose rivelate non sono reali.

E a rispondere a queste ultime battute è stato proprio Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione Report, su Radio RMC Sport:

Agnelli ha tutto il diritto di dire quello che vuole. Noi mostreremo ulteriori elementi su questa vicenda, avremmo evitato volentieri ma visto che ci hanno accusato faremo ulteriore chiarezza con testimonianze. Gli striscioni su Superga erano due. I due ragazzi accusati sono stati fermati all’ingresso, perquisiti dalle forze dell’ordine e non avevano questi striscioni”.

Per quanto concerne la figura di Alessandro D’Angelo, ha espresso il suo giudizio: “Security manager? D’Angelo è una persona onesta, ascoltando le intercettazioni è l’unica persona della Juventus che ha provato vero dolore per la morte di Bucci. Credo sia una persona sensibile”

Il servizio di Report, andato in onda lunedì scorso, ha svelato delle verità scomode quanto atroci sui rapporti esistenti tra Juventus e ‘Ndrangheta, approfondendo anche il caso della misteriosa morte del tifoso Raffaello Bucci e mandando in onda delle intercettazioni telefoniche, le quali hanno svelato la complicità della Vecchia Signora nell’introdurre nello stadio degli striscioni che inneggiavano alla tragedia di Superga.

Argomenti scottanti che hanno toccato la sensibilità di tutti, non risparmiando critiche verso la società bianconera. Per tale motivo il presidente Andrea Agnelli, durante l’assemblea dedicata agli azionisti dello Juventus Stadium, ha deciso di chiarire alcuni punti che, a suo dire, Report ha enfatizzato in maniera errata, riportati da Sport Mediaset.

Sul caso Superga ha detto:Alessandro D’Angelo non ha favorito l’ingresso di striscioni canaglia su Superga, come già li avevo definiti. Non lo dico io, lo prova la sentenza della Corte Federale d’Appello e gli autori di quello striscione furono individuati grazie alle tecnologie messe a disposizione della Juventus, consegnati alla giustizia e sono rei confessi. Ogni altra affermazione è falsa e infondata e sarebbe ora che chi si esprime su questi fatti tenesse conto dei fatti, delle prove e delle sentenze”.

Sul bagarinaggio perpetrato dai tifosi legati ad associazioni malavitosi: “È doveroso un chiarimento: dopo i fatti in questione, oggi la Juventus rispetta alla lettera le procedure di vendita previste e non può consentire che si insinui ancora il dubbio che la nostra società possa essere associata al fenomeno del bagarinaggio. Basta insinuazioni sul bagarinaggio, la Juve è stata sanzionata dalla giustizia sportiva per aver venduto biglietti in numero superiore rispetto a quanto previsto dalla legge Pisanu, che ne prevede un massimo di quattro a persona”.

Gaffe o provocazione? Questo non è chiaro. Resta certo solo il fatto che sul sito del Manchester United, stasera rivale in Champions League contro la Juventus, è comparso il termine “Rubentus”. All’Old Trafford è di casa quel Josè Mourinho che tanto bene conosce le vicende di Calciopoli che hanno coinvolto la società bianconera, a discapito (tra le altre) della sua ex Inter. Ma questa volta il portoghese “lingua lunga” non c’entra e la colpa sembra ricadere tutta sui curatori del sito che tra i tanti soprannomi hanno scelto proprio di approfondire quello che crea più polemiche. La questione, però, è stata prontamente risolta, qualcuno ha cancellato la pagina, ma la notizia ha fatto in poco tempo il giro del mondo, mettendo ulteriore pepe sulla sfida di stasera.

Uno dei soprannomi più dispregiativi dati alla Vecchia Signora – si poteva leggere sul sito dei Red Devils – dai tifosi delle squadre italiane avversarie, come Fiorentina, Inter e Napoli, è ‘Rubentus’. Deriva dall’italiano rubare e dalla torbida reputazione dei bianconeri, culminata nello scandalo di Calciopoli che punì la Juventus con la revoca dello scudetto e la retrocessione in Serie B. Prima che il canale Football Italia desse alla Serie A un nuovo look negli anni ’90 – rimodellando il Paese come un paesaggio da sogno felliniano di incantevoli piazze e accoglienti caffè, dove il gelato non si scioglie mai – i tifosi inglesi guardavano con sospetto le squadre italiane. La loro abilità non veniva mai messa in questione, ma alcune delle loro altre tattiche lo erano, eccome.

Ieri nell’attesissima puntata di Report, sul triangolo tra Juventus- Ndrangheta e ultras, sono emerse delle presunte verità sconvolgenti. Una società, quella della Juventus, ostaggio e complice di una parte della tifoseria mafiosa, che è riuscita da sempre non solo a dettare legge ma a spuntarla sempre per ogni capriccio e per ogni personale imposizione. E anche se i dirigenti dei piani alti non trattavano direttamente con questi tifosi, sarebbero stati a conoscenza delle loro subdole, meschine e sporche magagne e non avrebbe mai fatto niente né per mettere freno a tutto questo, né per denunciare una situazione ormai incontrollabile.

Tra i tanti argomenti emersi ieri, dalla tifoseria macchiata e infiltrata da gruppi di tifosi legali alla malavita, alla misteriosa morte dell’ultras, il cui suicidio è stato presentato, con sostegno di prove, come o un’istigazione o una “copertura” di un vero omicidio, si è parlato anche di uno degli atti più spregevoli e inumani che la tifoseria bianconera si sia macchiata: l’esposizione di striscioni indegni che inneggiavano alla strage di Superga, durante il derby contro il Torino del 23 febbraio 2014.

Ma come è possibile che questi striscioni vergogna sia riusciti ad entrare nello stadio? Report ha spiegato come è stato possibile tutto ciò.

Figura di spicco che appare nelle trattative è il manager della security Alessandro D’Angelo, il quale era a conoscenza dell’affronto che gli ultras stavano pianificando di compiere con quegli striscioni vergognosi. E lo ha permesso, anzi li ha agevolati.

Il tutto emerge da alcune intercettazioni telefoniche tra il manager e il tifoso morto, Raffaello Bucci. Il manager palesa la sua disponibilità ad aiutare la tifoseria e anche a pagare la sicura multa per quegli striscioni offensivi, anche se durante la chiamata dice: “No ti prego, no Superga”. Ma il capo della sicurezza è così sotto scacco che non può trattare. E alla fine Superga fu. Con due striscioni: “Quando volo penso al Toro” e “Solo uno schianto”

E come riescono a  svincolarsi dalla sicurezza? Facendo entrare gli striscioni, chiusi in due zaini, attraverso il camion del cibo e delle bevande, che non venne controllato dalla sicurezza. E per evitare problemi è il capo della sicurezza che si assicura anche la complicità del capo del ristoro.

Andrea Agnelli, solo successivamente, ne venne a conoscenza. Anche se non si è sporcato le mani direttamente nella trattativa, il presidente della Juventus seppe chi fece entrare striscioni non leciti allo stadio. Eppure nonostante le telecamere di sicurezza avessero immortalato il capo della sicurezza che contrattava con gli ultras, Andrea Agnelli non denunciò. Fece solo un blando rimprovero a D’Angelo.

Per poi, il giorno dopo il derby, criticare quello scempio con un tweet: “No agli striscioni canaglia”.

Bene, in quella tragedia sono morti 31 giocatori innocenti. Giocatori del “Grande Torino” che con le loro imprese calcistiche avevano portato all’apice il nome dell’Italia calcistica. In quella tragedia sono morti 31 padri, figli, fratelli di famiglie inconsolabili. E a prescindere dall’orrore mafioso che c’è dietro, questi tifosi hanno giocato con la sensibilità, il cuore di tante persone, sbeffeggiando la morte. Un atto atroce. Un gesto insano e malato.

Ecco il servizio di Report:

La morte di Raffaello Bucci è il più grande mistero dell’inchiesta sui rapporti tra ultras, ‘ndrangheta e Juventus. Nell’ultima puntata di Report andata in onda ieri sera si è parlato delle prove misteriosamente scomparse dall’auto dell’ultras bianconero al momento del suicidio. All’interno del veicolo, infatti, gli agenti della polizia stradale trovarono poco o nulla.

Il 13 luglio del 2015, però, Alessandro d’Angelo – capo della security, amico di Andrea Agnelli e con lui deferito alla procura federale per l’inchiesta sportiva sui presunti favori della società agli ultrà -, consegnò alla ex compagna di Bucci le chiavi di casa ed un borsello dove l’ultras conservava documenti importanti. “Secondo la squadra mobile di Torino – dice Report – sull’auto di Bucci, dopo il suicidio, hanno messo le mani tre dipendenti della Juventus“. Il primo a perquisire la vettura fu Matteo Stasi, autista di Andrea Agnelli che disse di non aver trovato nulla.

Poi, è il turno di Daniele Boggione. E’ lui che disse di aver trovato chiavi e borsello sulla pedana del passeggero dell’auto. Nella foto scattata dagli inquirenti al momento del suicidio, però, nel posto indicato da Boggione non c’erano gli effetti personali di Bucci. E’ questo, forse, il più grande mistero di questa oscura vicenda. Jacopo Ricca, giornalista di Repubblica che si è occupato dell’inchiesta, spiega: “Questo ci fa pensare che né le chiavi né il borsello fossero con Bucci al momento del suicidio. L’ipotesi più forte è che chi era in possesso di questi oggetti fosse la persona che ha incontrato Bucci prima che si suicidasse“.

Di seguito, il video:

Ieri sera è andata finalmente in onda, su Rai Tre, l’attesa puntata di Report che parlava dei rapporti tra Juventus e ‘Ndrangheta. È l’ennesimo scandalo con cui la società controllata dagli Agnelli deve fare i conti, dopo quelli su doping e Calciopoli.

Ad emergere, ieri sera, un quadro inquietante che coinvolge anche i dirigenti e scuote ancora una volta l’immagine dei bianconeri non solo in Italia, ma in tutta Europa.

Da Andrea Agnelli che ha coperto il security manager dello Juventus Stadium, che fece entrare i vergognosi striscioni inneggianti a Superga; al bagarinaggio sui biglietti regalati agli ultras dalla società, che avrebbe chiuso non uno ma entrambi gli occhi; gli intrecci con la ‘Ndrangheta e il presunto tentativo di scalata di Lapo Elkann; la misteriosa morte di Raffaello Bucci, ultrà diventato dipendente della Juventus e morto dopo un volo di 30 metri.

Tutto questo, se ve lo siete perso ieri, potete guardarlo gratuitamente su Rai Play cliccando qui. Il sito richiede la registrazione, che potete effettuare anche mediante Facebook.

Stasera andrà finalmente in onda il servizio di Report, programma di approfondimento di Rai 3, che proverà a spiegare non solo quanto la società sportiva della Juventus, e in particolare i suoi dirigenti, c’entrino con la misteriosa morte-suicidio di un ultras della Juventus, ma anche quanto la criminalità organizzata abbia messo lo zampino nella costruzione del nuovo stadio e nell’illegale vendita di alcuni biglietti.

Infatti secondo le ultime anticipazioni, stasera si spiegherà quella che era la figura dell’ultras Raffaello “Ciccio” Bucci, morto suicida nel 2017, il quale sembrerebbe essere stato istigato a compiere questo gesto estremo perché minacciato. Secondo le indagini il tifoso non solo era immischiato in attività illecite ma era anche protetto dalla stessa società.

Ma dopo che gli inquirenti avevano scoperto questa magagna, l’uomo era stato minacciato. E a rivelare il tutto sarebbe stato un boss di spicco della ‘Ndrangheta che ha dichiarato che: “Bucci era stato menato perché volevano i soldi indietro e lo avevano intimidato dicendo che gli avrebbero preso il figlio”.

Un giro d’affari illecito è quello che avrebbe perpetrato la società sportiva della Juventus. Infatti stasera si svelerà come gli ultras, sostenuti dalla società e dai dirigenti, avrebbero venduto alcuni biglietti, in particolare quelli della sfida Champions del 2017 Tottenham- Juventus, con prezzi venti volte superiori a quello originale.

Un vero polverone quello che si è alzato ieri. Protagonista di questa vicenda è Titty Astarita, calciatrice dell’Afro-Napoli United esclusa perché candidata in una lista civica di Marano che sostiene la Lega di Matteo Salvini. Può una calciatrice che gioca per una squadra simbolo dell’integrazione poter, al tempo stesso, sostenere un partito xenofobo e razzista come la Lega?

La capitana della squadra femminile dell’Afro-Napoli è stata subissata dalle critiche, oltre ad essere stata messa fuori rosa dalla società. Dopo 24 ore di caos mediatico, Titty Astarita ha deciso di parlare, e lo ha fatto rilasciando una lunga intervista al Corriere del Mezzogiorno.

Astarita spiega come abbia dovuto rendere momentaneamente invisibile il suo profilo Facebook a causa degli insulti ricevuti, “da quelli più teneri, del tipo ‘sai cosa era Afro-Napoli e non dovevi candidarti’, ad altri più biechi, tipo ‘stai facendo tutto questo casino solo per raccattare voti’“.

La 27enne spiega di non essere “Salviniana, non sposo le politiche del vicepremier e se la vuol sapere tutta, mai farei un selfie con Salvini”. Le idee politiche, secondo la calciatrice, non collidono con gli ideali dell’Afro-Napoli: “Io ho le mie idee, che sono di centrodestra. Sì, sono di centrodestra, così come molte mie compagne di squadra sono di centrosinistra o di estrema sinistra. Ognuno può avere le idee che vuole. Non pensavo che il colore politico potesse collidere con la voglia di fare sport. Non sono razzista e sposo in pieno gli ideali di AfroNapoli“.

Nonostante l’esclusione, Titty Astarita vuole continuare a giocare a calcio: “Stiamo ipotizzando di comporre una squadra tutta nostra, autofinanziata, con un nuovo nome. Abbiamo chiesto alla Lega una deroga sui tempi di iscrizione. Aspettiamo. Poi, anche altre società ci hanno già chiamato per prenderci in blocco“.

In un’intervista rilasciata al Mattino, invece, la giovane spiega di aver “subìto un’autentica discriminazione“, non credendo che la “passione per il calcio fosse messa in discussione da un candidatura con una lista civica che condivide con la Lega un progetto politico“. “Anche se fossi stata con la Lega – spiega ancora – non comprendo dove sia il problema. Salvini non è il demonio“.

Emergono ulteriori retroscena sull’inchiesta che vede coinvolta la Juventus per la cessione di biglietti a gruppi ultras legati alla ‘ndrangheta. A rivelarli è IlNapolista, con un pezzo di Guido Ruotolo che riporta alcune intercettazioni tra l’ex amministratore delegato della Juventus Giuseppe Marotta ed alcuni giornalisti della Gazzetta dello Sport.

I fatti risalgono ad agosto 2016. La Squadra mobile della questura di Torino chiede alla Procura della Repubblica di poter continuare a intercettare i vertici della Juventus, compreso il direttore generale e amministratore delegato Giuseppe Marotta. Poche settimane prima, ad aprile, si era suicidato Raffaello Bucci, ex ultras bianconero.

Nel frattempo, continuano ad uscire articoli sul bagarinaggio. Marotta è preoccupato: “Oggi abbiamo un altro casino, che si è buttato un altro dal ponte… guarda non hai idea. […] Un altro dal ponte, ponte, un nostro collaboratore che, che si occupava dei biglietti, tutto quel casino che c’è dei biglietti che ti avevo accennato la settimana scorsa. […] No, non è stato inquisito però..boh? Non lo so! Quindi, non ho notizie. Si è buttato da un ponte. Ha detto che va a Fossano dove si è ammazzato il figlio di Agnelli“.

Nell’informativa della Squadra Mobile, si cita una telefonata tra Marotta e tal Claudio (presumibilmente Claudio Albanese, che cura i rapporti con la stampa della Juventus). Il dg viene a sapere che La Gazzetta dello Sport stava preparando un articolo di 50/60 righe sull’inchiesta. IlNapolista riporta una ricostruzione dell’intercettazione tra Marotta e Matteo, che dovrebbe essere l’inviato della Rosea Matteo Dalla Vite.

Il dg bianconero è arrabbiato per un articolo già uscito in cui compariva la sua foto assieme a due soggetti arrestati. Così, intima al giornalista di “trattarlo bene altrimenti si arrabbia veramente”, perché “ha dato due biglietti omaggio a una persona, ha fatto fare un provino, quando di provini se ne fanno tremila in un anno”. Si lamenta con Matteo del fatto che “lo stanno trattando come il peggior nemico, che lo stanno sputtanando, che gli stanno facendo del male a lui e alla sua famiglia e che si comporterà di conseguenza”.

Dopo queste pressioni, il giornalista della Rosea “rivede” l’articolo, che passa da 50 a 10 righe. Non compare nemmeno la foto di Marotta. Diventa un piccolo trafiletto nel quale si ribadisce che “non è inquisito e lo ribadiranno nella maniera più indolore possibile”.

La società Afro-Napoli United ha risposto alle polemiche che in queste ore l’hanno coinvolta. A tenere banco è la questione di Titty Astarita, capitano della squadra femminile, che è stata messa fuori rosa perché candidata in sostegno della Lega Nord.

Ieri le sue compagne non sono scese in campo in segno di solidarietà, ma la società resta sulle proprie posizioni. Su Facebook ha esposto meglio e in maniera ampia le proprie motivazioni:

L’Afro-Napoli United non è una squadra come le altre, non ne abbiamo mai fatto mistero. Nasce come progetto di inclusione e integrazione per dare voce a un’Italia multietnica che già esiste e che quotidianamente è oggetto di discriminazioni e razzismo, vedendosi negare diritti, uguaglianza, opportunità. Ci vediamo perciò costretti a comunicare che, in seguito alla scelta della capitana della nostra squadra femminile, Titty Astarita, di candidarsi alle elezioni comunali di Marano con una lista civica alleata a Noi con Salvini, non formalizzeremo l’iscrizione al campionato C1 regionale campano di calcio a 11.

Che compatibilità può esistere fra l’Italia dell’amministrazione leghista di Lodi che nega la mensa scolastica ai figli degli immigrati più poveri e l’Afro-Napoli? Quale terreno d’incontro e di dialogo, fra chi sta provando ad annientare il modello d’integrazione virtuosa di Riace e i valori che abbiamo messo insieme al pallone a centrocampo dalla nostra prima partita? Quanto è conciliabile il razzismo dei colpi di arma di fuoco contro migranti e rifugiati, legittimato istituzionalmente dall’alto e fattosi senso comune al punto di spingere dei ragazzini baresi a ricoprire di schiuma un loro coetaneo di origini straniere “così diventa bianco”, con il progetto di inclusione che ci vede in campo dal 2009?

La scelta di Titty Astarita ci ha lasciato perciò esterrefatti. Ci addolora la sua perseveranza nel rifiutare il passo indietro da noi richiestole, soprattutto perché dopo un anno di partecipazione alle vicende dell’Afro-Napoli, in un ruolo chiave di rappresentanza, le dovrebbe essere stato chiaro che quella candidatura la poneva automaticamente fuori dal perimetro dell’idee-guida che sono alla base del nostro sodalizio.

Lo sport è da sempre terreno d’inclusione. Un suprematista bianco non sarebbe compatibile con una squadra che si batte per i diritti civili. Lo sport è l’afroamericano Jesse Owens che conquista quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, facendo non solo infuriare Adolf Hitler, ma denunciando in numerose interviste la condizione di segregazione che la sua gente viveva negli Stati Uniti del tempo, alla quale lo stesso Owens non faceva eccezione, costretto a entrare dalla porta di servizio negli hotel in cui soggiornavano invece gli altri atleti. Lo sport è il pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri alle Olimpiadi a Città del Messico nel 1968, fedeli al motto «Perché dovremmo correre in Messico solo per strisciare a casa?», dell’Olympic Project for Human Rights.

L’Afro-Napoli United ha scelto di non strisciare, di non prestare il fianco a chi ha fatto dello straniero il capro espiatorio di un paese che ha ben altri colpevoli da condannare per la sua decadenza. Questo è il nostro progetto: dimostrare sul campo, con quattro promozioni in cinque anni, che il passaporto, il colore della pelle, la cittadinanza, sono solo dettagli marginali. Che l’unica razza di cui ha senso parlare è quella umana. Che l’Italia, storicamente tuttora paese di emigranti, non può sottrarsi alla sua responsabilità storica di considerare suoi figli e cittadini tutti i suoi abitanti, si chiamino Gennaro, Ambrogio, Mohamed o Igor.

Lo diciamo con chiarezza ai soloni immemori della lezione di Karl Popper, a quelli che elevano paradossalmente il razzismo a libertà di parola, a chi derubrica quotidianamente le manifestazioni xenofobe a goliardia: noi saremo sempre intolleranti nei confronti degli intolleranti. Senza un solo passo indietro nei confronti di chi sta provando a scaraventare di nuovo questo paese nell’incubo che credevamo aver consegnato alla storia e all’oblio del tempo nel secolo scorso.

#maiconsalvini

Napoli – È un tema che sta suscitando molte discussioni, quello dell’Afro-Napoli che ha cacciato il capitano della squadra femminile, Titty Astarita. La colpa della Astarita è quella di essersi candidata alle elezioni comunali di Marano sostenendo Rosario Pezzella, aspirante sindaco supportato da MCM (la lista in cui è iscritta la calciatrice) e dalla Lega Nord di Matteo Salvini.

I dirigenti hanno spiegato che la candidatura politica di Titty Astarita è in aperto contrasto con i princìpi ispiratori della società, che fa dell’accoglienza degli ultimi e degli emarginati il suo cavallo di battaglia. L’Afro-Napoli, infatti, si dichiara antirazzista ed è nata proprio per utilizzare il calcio come mezzo di integrazione, accogliendo molti ragazzi extra comunitari. Una linea decisamente opposta a quella più volte palesata da esponenti della Lega Nord, come è noto.

Le calciatrici hanno manifestato solidarietà al loro capitano rifiutandosi di scendere in campo, ieri, nella gara di Coppa Campania. Dal canto suo, la società rimane sulle proprie posizioni, come confermato dal dirigente Pietro Spaccaforno in diretta su Canale21.

Un caso di cui si potrebbe a lungo e che potrebbe anche attirare le attenzioni di tutta Italia, non solo quella calcistica. Titty Astarita non aveva mai nascosto la sua vocazione politica tendente alla destra, anzi, in passato si era candidata con Forza Italia e riteniamo improbabile che l’Afro-Napoli non lo sapesse. La carriera politica del capitano, quindi, non era mai stata un problema, situazione tuttavia mutata per il sostegno alla Lega Nord, per quanto indiretto.

Il calcio italiano, inteso come movimento nazionale, non vive di certo uno dei suoi migliori momenti, come confermato dall’esclusione dai recenti Mondiali di calcio in Russia. Il motivo principale è stato sintetizzato dall’attuale CT Roberto Mancini “Mai così pochi italiani in campo”, un allarme più che giustificato dal momento che il campionato italiano di Serie A 2018-2019  vive una cronica penuria di titolari italiani in campo.

Si pensi che le rose ufficiali delle 20 squadre di serie A hanno il 57,7% di stranieri effettivi, mentre gli italiani  in totale sono solo 203. Nei maggiori campionati europei solo la Premier League sta peggio con più del 60% di stranieri, mentre il dato cala vistosamente se riferito alla Bundesliga (55%), alla Ligue 1 Francese (49%) e alla Liga (41%).  La statistica, oltretutto diventa ancora più sconfortante se poi si guarda alle formazioni titolari che scendono in campo; nelle prime otto giornate di Serie A difficilmente i titolari italiani hanno superato le 80 unità sulle 220 previste.

Insomma il movimento calcistico italiano ancora non deve superare quel torpore post 2006 che ha evidenziato un cambio generazionale non all’altezza della sua storia. Se il calcio italiano vive un periodo di crisi come difficilmente ce ne sono stati in passato lo stesso non si può dire del movimento calcistico campano, che da qualche stagione si attesta su posizioni di assoluta eccellenza nel panorama nazionale.

Il campionato 2018/2019 vede ai nastri di partenza ben 27 calciatori di origine campana ai quali si sommano due elementi cresciuti nel vivaio del Napoli (Luperto e Dezi). Ciò significa che circa il 14 % dei calciatori italiani presenti in Serie A è composto da campani. Non è un record perché nella stagione 2016-2017 la serie A aveva ben 30 calciatori campani nelle sue fila, ma il dato che salta più all’occhio, invece, è la percentuale di calciatori campani in base alla rosa dei titolari fissi, allargata anche ai cambi più frequenti: su circa 79 titolari italiani in media presenti nelle prime 8 giornate di Serie A 18 sono campani, ovvero più del 22%.

Un dato molto significativo, che deve essere letto insieme alla qualità assoluta di alcuni calciatori poiché, nella penuria di nomi eccellenti, spiccano certamente i vari Insigne, Immobile e Donnarumma, in un certo senso il presente e il futuro della Serie A. Sono pochi i nomi che attualmente si possono affiancare a loro come visibilità internazionale, su tutti se vogliamo i vari Bonucci, Verratti e Balotelli  (l’ultimo più per la popolarità internazionale del nome che per l’effettiva qualità), considerato che  Buffon e De Rossi sono nella parabola discendete della loro meravigliosa carriera. La qualità alta del movimento calcistico campano può essere confermata, inoltre, da una ipotetica Nazionale della Campania che potrebbe schierare un 11 titolare di tutto rispetto. Volendo ipotizzare un 4-3-3 la formazione in campo potrebbe essere:  Donnarumma del Milan come portiere con a difesa una coppia centrale formata daBocchetti dello Spartak  (o Izzo del Torino) e Criscito del Genoa. I terzini potrebbero essere D’Ambrosio dell’Inter e Pezzella dell’Udinese (o Molinaro del Frosinone). A centrocampo un mix di qualità e corsa con Mandragora dell’Udinese, Schiattarella dello Spal e Soriano del Torino (nato in Germania ma Irpino a tutti gli effetti). Davanti un “tridente delle meraviglie” con un Insigne trequartista dietro al bomber laziale Ciro Immobile ed il sempreverde Fabio Quagliarella.

Altra curiosità; salgono a quattro (dato record) i calciatori originari di Caserta e provincia: Terracciano, portiere dell’ Empoli, le punte del Sassuolo Brignola e Trotta e il fantasista Ciano del Frosinone, ai quali,  in prospettiva  potrebbe sommarsi la  giovane punta Davide Merola, classe 2000 in forza alla primavera dell’Inter, uno dei prospetti italiani più promettenti cresciuto nel florido vivaio della S.S.C Capua. Insomma la Campania attualmente ha un rigoglioso movimento calcistico, e a differenza di quanto succede nel panorama nazionale il ricambio generazionale con i vari Cannavaro, Di Natale, Nocerino, Palladino, e Maresca della situazione è stato più che indolore sicché il futuro in Serie A sembra parlare ancora campano. L’unico dato negativo, se si vuole cercare il pelo nell’uovo, riguarda la fuga di “giovani promesse” dalla Campania, difatti di tutti i calciatori campani i soli Insigne, Sepe, Maiello, Izzo e Ciano, ai quali si sommano Dezi e Luperto sono cresciuti nel vivaio del Napoli, tutti gli altri si sono fatti le ossa in giro per la penisola.

I calciatori campani in Serie A
Atalanta: Masiello ( padre campano ex calciatore)
Bologna: Mattiello
Cagliari: Pisacane
Chievo: Sorrentino, Rigione
Empoli: Terracciano
Fiorentina: nessuno
Frosinone: Sportiello ( seconda generazione), Molinaro, Masiello, Ciano
Genoa:  Criscito
Juventus: nessuno
Lazio: Immobile
Inter:  D’Ambrosio
Milan: Donnarumma, Donnarumma, Abate
Napoli: Insigne,( Luperto cresciuto nel vivaio del Napoli)
Parma Sepe,( Dezi cresciuto nel vivaio del Napoli)
Roma: Mirante
Sampdoria: Quagliarella
Sassuolo: Trotta, Brignola
Spal: Schiattarella
Torino: Izzo, Soriano ( nato in Germania da genitori irpini)
Udinese Pezzella, Mandragora

La Juventus ha presentato ricorso contro la decisione del giudice sportivo di chiudere la curva bianconera per una partita. La sanzione è stata comminata in seguito agli ennesimi cori discriminatori rivolti ai napoletani e un coro razzista intonato ai danni di Koulibaly, in occasione del match di Campionato del 29 settembre scorso allo Stadium.

Una decisione incredibile che si pone come atto di difesa di comportamenti razzisti. Dal club bianconero, per bocca del legale Chiappero che ha scritto il ricorso, fanno sapere che non si può colpire tutti per colpa di pochi. Peccato, però, che ormai allo Stadium i cori contro i napoletani sembrino essere diventati la colonna sonora ufficiale delle partite casalinghe, con migliaia di persone che giulive accompagnano con i già citati cori le prestazioni dei loro beniamini. Cori che hanno così abituato l’ambiente bianconero tanto da spingere Allegri a dichiarare, nel post gara contro il Napoli, di non aver sentito nulla.

Ma facciamo un salto indietro nel tempo, in uno dei rari casi in cui anche il giudice sportivo si è accorto dei cori juventini contro i napoletani. Siamo nel novembre 2013 e durante la partita valida per la 12a giornata di Serie A i tifosi bianconeri si resero protagonisti di cori beceri, proprio contro il Napoli. Per i fatti, il giudice sportivo, “scongelando” una revoca precedentemente conquistata, decise di chiudere per due partite le curve dello Stadium.

La società bianconera, per l’occasione, decise di aprire contro l’Udinese la curva Nord ai bambini delle scuole (cosa invocata da molti anche in questo caso). Ottima iniziativa, lodata da tutti. Ma forse dice bene il proverbio “tale padre, tale figlio“. Infatti, durante la sfida con i friulani le “voci bianche” assiepate nella Curva, con tanto di professori a seguito, oltre ad intonare i soliti cori, presero di mira il portiere Zeljko Brkic. Risultato? I cori dei giovanissimi, età massima 14 anni, costarono alla Juventus 5mila euro di multa e una figuraccia interplanetaria.

A Torino si dissero indignati allora come oggi, ma è evidente che la difesa “sono solo quei pochi” non regge e che più di una ragazzata o “rivalità sportiva” si tratti di un serio problema culturale.