Napoletana laureata a 21 anni: “In Germania studiano il Napoletano, qui non vogliono farci studiare”

Laureata NapoletanaUn sogno nel cassetto o forse più di uno. A 21 anni l’orizzonte è luminoso e infinito, la voglia di riempire quel solco tra realtà ed immaginazione non ha eguali. Ivana Ginevra, napoletana di Cavalleggeri, si è laureata alla Federico II in Lingue, Culture e Letterature Moderne con 110 e lode.  Tre anni esatti conditi dall’esperienza Erasmus a Berlino, durata 6 mesi.

Una studentessa modello che ha discusso una tesi tanto interessante quanto complicata sulla lingua tedesca e quella napoletana. In particolare la giovane di Fuorigrotta, ha documentato quanto l’arrivo dei Longobardi in Italia e in particolar modo in Campania, abbia influenzato la nostra lingua (quella napoletana), molto di più di quanto ci si possa aspettare sia avvenuto nel Nord Italia, dove della presenza germanica è rimasto, invece, ben poco riguardo ovviamente all’aspetto linguistico. Il motivo – ce lo spiega Ivana – è il frutto di una maggiore integrazione dei Longobardi con le popolazioni già esistenti: non fu una invasione, come al Nord, ma una fusione tra popoli.

La contaminazione della lingua germanica la ritroviamo in tante cose. Pensiamo ai toponimi ad esempio: la città di Atripalda (provincia di Avellino, ndr) significa “tutti valorosi” ed è un chiaro richiamo a quei tempi, così come Sant’Angelo dei Lombardi“. Ma esiste una parola che più delle altre sintetizza quanto analizzato da Ivana, la definizione di”Pizza”. Diverse sono le ipotesi sulle origini etimologiche del termine, tra queste la parola greca “pita”: “I germani cominciarono ad articolare la lettera “t” con “z”, da qui si passa facilmente da pita a pizza.  Altri termini utilizzati hanno origini germaniche: “arraffare” da “Raffen”, “spruoccolo” da “Spross”, “zizza” da “Zitze” e così altre definizioni”.

Da tempo si legge che il napoletano è una lingua e non può essere considerato alla stregua di un dialetto: “Il Napoletano è a tutti gli effetti una lingua, perché ha una sua sintassi, un vocabolario ed un numero corposo di persone che lo parlano. Il problema per il napoletano, così come per altri cosiddetti dialetti, è il mancato riconoscimento sociale”.

Eppure in molti, soprattutto stranieri, quando mettono piede nella nostra città si sforzano subito di pronunciare qualche parolina napoletana. Sarà anche un modo per ingraziarsi un popolo, ma se il Papa prova subito a parlare napoletano, questo può essere considerato un forte riconoscimento determinando un solco tra dialetto e lingua.

E una testimonianza di quanta sia grossa l’attenzione verso il nostro modo di parlare è proprio Ivana a raccontarcelo: “Quando sono stata a Berlino per l’Erasmus c’erano due corsi di Italianistica e si studiava il napoletano e non il toscano o il barese. Ho trovato biblioteche con interi scaffali dedicati alla nostra città e tale realtà credo sia la conseguenza naturale dei viaggi degli intellettuali del passato a Napoli ma anche le recenti visite di turisti che una volta arrivati qui se ne innamorano. Trovano una città simile a Berlino: grande, caotica, multiculturale e non proprio pulitissima. Il mio viaggio in Germania, così come quello ad Edimburgo, mi ha svelato le differenze del sistema italiano rispetto a quello estero. Qui già mantenersi gli studi diventa una spesa economica non da poco, diversamente quando sono stata fuori dall’Italia, dai trasporti alle spese di cancelleria, è stato lo Stato a pagarle. Il nostro Paese non vuole farci studiare, altrimenti capiamo e ci ribelliamo. Il sistema italiano è tutto da modificare”.

Nel suo futuro c’è l’idea di proseguire gli studi. Con ogni probabilità si specializzerà all’Orientale di Napoli, perché nonostante la voglia di esplorare il mondo, di conoscere nuove e diverse culture, Ivana desidera rimanere a Napoli, oggi, così come in futuro: “Ogni volta che sono andata via, anche se piacevolmente all’estero, mi è sempre venuta voglia di ritornare. Non credo che Napoli offra meno possibilità di altre città italiane, ma penso che all’estero ce ne siano di più, questo sì. Ma io proverò a mettere in piedi qualcosa dove ho piantato le mie radici, magari qualcosa per i turisti. Sono aperta a viaggiare, a nuove esperienze che potrebbero arricchirmi, sogno di lavorare in un’ambasciata italiana o come traduttrice al Parlamento Europeo ma ripeto anche se dovessi partire, tornerò sempre qui a Napoli”.

 

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