Scompare Antonio Mastroberardino, il papà dell’Aglianico e di tutti i vini campani

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Antonio Mastroberardino, il papà del vino campano, è scomparso ieri sera a 86 anni dopo aver trascorso l’ultima giornata di lavoro. Un uomo laborioso, dalla vista lunga, una vita dedicata all’azienda fondata dagli avi: entra subito in azienda e si trova ad affrontare uno dei momenti più terribili: la crisi della fillossera, giunta in Irpinia negli anni ’30 e la guerra.

Si combatté aspramente e nella cantina di Atripalda ci sono ancora i segni delle pallottole sparate dai tedeschi in fuga.Nel 1945 praticamente non esisteva più nulla del grande distretto vitivnicolo irpino che aveva dissetato l’Italia negli anni ’20. Insieme ai fratelli Angelo e Walter ripartì, ma fu lui a decidere i contenuti: fiano, greco e aglianico.

Sono stati questi tre grandi vitigni irpini l’ossessione di Antonio, Cavaliere del Lavoro nominato da Ciampi nel 1994.

La scelta testarda, montanara, tutta irpina, di restare fedeli alle uve dei propri avi sembrava quasi demodé negli anni ’60, quando gli ispettorati agrari iniziarono a spingere vitigni nazionali più prolifici: trebbiano, montepulciano, sangiovese, persibno barbera.

E lo sembrò ancora di più dopo la crisi del metanolo, quando spuntarono gli internazionali. Ma Antonio è sempre andato avanti per la sua strada senza dubbi e i fatti gli hanno dato ragione: la Campania è oggi trendy proprio grazie a questi vitigni.

Mastroberardino ha scritto personalmente i disciplinari del Taurasi, del Greco, del Fiano e del Lacryma Christi: grazie a lui la viticoltura del Vesuvio ha resistito nel momento più buio, quello dell’assalto ai suoli agricoli del cemento e della perdita di coscienza della ricchezza ampelografica del vulcano, per fortuna oggi recuperata.

I finerali si svolgono domani, giovedì 30 gennaio.Il feretro parte da casa alle 10, l’ultimo saluto nella Chiesa Madre di Atripalda

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