Architettura fascista a Napoli: vi spieghiamo perché va preservata

Palazzo delle Poste, Napoli.

Il fascismo è stato un male per l’Italia, dal punto di vista politico, economico e sociale; Questo è bene dirlo, perché non esiste discorso che non sia veicolato da un forte preambolo.

Negli anni Trenta e Quaranta a Napoli si ebbero degli stravolgimenti consistenti dovuti a numerosi interventi urbani ed architettonici voluti dal regime, che si rifaceva all’idea di “ripristino dei fasti dell’impero”.

Un po’ di tempo fa la stampa estera aveva sollevato un polverone sulla questione dell’architettura fascista in Italia e come questa fosse stata preservata invece che distrutta, onde cancellare la memoria delle atrocità perpetrate dal regime. Assodate le suddette atrocità, però, bisogna fare una riflessione e imparare a dividere l’arte (e in questo caso l’architettura) dalla politica, sebbene queste viaggino su binari paralleli (ma non incidenti) nella maggior parte dei casi.

Durante il Ventennio Fascista l’Italia attraversava un periodo rivoluzionario di “avanguardie” che aveva investito tutta l’Europa – artisti da tutta italia iniziarono a sperimentare nuove forme d’arte e di architettura, sfruttando la “ricostruzione dell’impero” a favore di una sempre più vivida sperimentazione.

A Napoli, che Mussolini aveva definito pomposamente “Regina del Mediterraneo” si decise con poca energia, anche a causa della sostanziale mancanza di fondi, di fare dei forti interventi urbanistici che marchiassero la città, attraverso l’Alto Commissariato per Napoli e per la provincia in cui veniva ufficialmente ceduta parte dell’autorità della città di Napoli ad un organo interno al partito fascista.

L’ex Casa del Mutilato, su Piazza Matteotti, opera di Camillo Guerra.

Durante quegli anni si inaugurò la stazione della cumana di Piazzale Tecchio (recentemente rinominato Piazzale Giorgio Ascarelli), si realizzò in gran parte Piazza Giacomo Matteotti e vennero innalzati imponenti edifici razionalisti come l’ex Casa del Mutilato, il Palazzo delle Poste e il Palazzo della Questura (tutti su Piazza Matteotti).

Le opere del regime, che possano piacere o meno, hanno tutt’ora funzioni al loro interno e “servono” alla città di Napoli non solo per un gusto prettamente funzionale, ma anche dal punto di vista estetico. Queste opere, nella loro integrità, rappresentano “cicatrici” di cui far vanto, memoriali di un passato ormai andato e scontato dalla città di Napoli (che, è bene ricordarlo, combatté come vera e propria comunità durante le quattro giornate), a Napoli lavorarono durante quel periodo architetti simbolo del razionalismo italiano, che tra l’altro non erano tutti fascisti, ma si limitarono a sfruttare il fascismo per realizzare le loro opere, che altrimenti sarebbero rimaste incompiute.

In ultima analisi, al di là dei percorsi ideologici e delle prese di posizione in campo politico, distruggere questi edifici sarebbe come cancellare (e quindi provare a “dimenticare”) la memoria di chi, a causa del fascismo e in estrema difesa contro di esso, perse la vita.

Fonti

– Antonella Basilico, Il Volto Decorato dell’Architettura – Napoli 1930-1949

– Paola Cislaghi, Il rione Carità, 1998

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