Il lavoro non rende liberi: la storia degli operai di Melito sottopagati e nascosti per ore

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Due minorenni, una donna incinta e altre 40 persone sono state ‘segregate’ per sei ore in un deposito senza finestre e servizi igienici. Nascoste dal proprio datore di lavoro per sfuggire ai controlli dei Carabinieri e dell’Ispettorato del Lavoro.

LA STORIA – Sabato mattina alla nove i Carabinieri del Nas di Melito hanno ispezionato la fabbrica di un imprenditore tessile. Nella sua azienda di pellame si confezionano scarpe e borse per importanti marchi di moda. L’indagine, coordinata dal comandante Vincenzo Maresca e dal maggiore Gennaro Tiano, era nata per effettuare alcune verifiche sulla mensa. Mensa che poi non è stata trovata all’interno della struttura.

Da un primo controllo su 35 persone presenti è emerso che 14 non avevano un contratto regolarmente registrato. Dopo ben sei ore, verso le 15, i militari hanno poi visto una porta blindata sospetta. Una volta aperta i carabinieri hanno trovato oltre che al materiale di magazzino, anche 43 persone, tutte italiane.

Gli operai erano stati nascosti dall’imprenditore per sfuggire ai controlli e rinchiusi in un luogo privo di finestre e servizi igienici. Tra questi anche una donna incinta e due minori, di 16 e 17 anni. I dipendenti hanno accettato di essere ‘segregati’ per non perdere il proprio posto di lavoro. Nove ore al giorno per una paga di 2,5 euro all’ora, per un totale di 22,5 euro. Una paga misera che contrasta con il prezzo delle merci da loro realizzate e che finivano nei negozi di importanti marchi.

“Ho sbagliato”: sono le uniche parole che l’imprenditore è riuscito a dire. L’uomo è stato arrestato con l’accusa di sfruttamento del lavoro, sequestro di persona e intermediazione illecita. I carabinieri del Nas, della Compagnia di Marano e dei nuclei ispettorato del lavoro ed elicotteri di Pontecagnano, hanno sequestrato il laboratorio. Al suo interno c’erano attrezzature molto costose per un totale di circa 2,5 milioni di euro.

IL LAVORO RENDE LIBERI – Questa frase è stato il motto scelto dai nazisti che campeggiava all’ingresso di diversi campi di concentramento. Un ossimoro che in certo senso prendeva in giro chi era rinchiuso nei campi. Perché il lavoro li rendeva schiavi, non uomini liberi.

Così come adesso, la storia degli operai di Melito rinchiusi in bunker porta alla luce come sia difficile trovare un lavoro in Campania. E come, anche se per un paga di appena 2,5 euro all’ora, si accettino condizioni disumane. Sfruttamento e lavoro nero: una nuova forma di schiavitù, quella del terzo millennio.

 

 

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