Da Bergamo una lettera al Sud: “Mi sento in colpa per i miei antenati. Chiedo perdono!”

Unità d'Italia

La storia che insegnano tra i banchi di scuola, alcune volte può rivelarsi letale. Imparare solo quello che c’è scritto su determinati libri, è un modo come un altro per conoscere solo in parte la realtà dei fatti, un po’ come dire “ti faccio conoscere solo quello che voglio”. La storia però non è questa, la storia è fatta di avvenimenti, di persone, di pensieri contrapposti, tutte cose che i libri di scuola difficilmente e quasi mai raccontano.

Sarebbe bello parlare con chi c’è stato in determinate epoche, chiedere spiegazioni delucidazioni in merito, ma purtroppo lo scorrere del tempo non aiuta in questo caso, ma cosa succederebbe se improvvisamente vi rendeste conto che tutto quello che avete studiato tra i banchi di scuola, non corrisponde pienamente alla realtà?

Questo è quello che è successo ad una donna originaria di Bergamo, che dopo tanti anni ha visto crollare quelle certezze su cui aveva costruito la sua memoria storica, dopo anni ha dovuto guardare alla realtà e si è sentita in dovere di chiedere scusa a tutto il popolo del Sud. La donna lo ha fatto con una bellissima lettera inviata alla pagina Briganti e riproposta da NapoliStyle.it.

“Mi permetto di scriverVi per un viscerale bisogno di chiedere perdono.
Sono originaria di Bergamo, Città dei Mille (e purtroppo anche della Lega, oggi), cresciuta nella più salda convinzione che qualche mio antenato, 150 anni fa, avesse forse potuto aver contribuito a liberare il Sud dalla tirannia dei Borbone. Era una favola fatta di eroi e di alti valori morali, qualcosa di cui andare fiero, in cui essere portati a riconoscersi. Mi dispiace. Mi dispiace da più profondo del cuore. Ora so cosa c’è dietro quella favola, ora che mi hanno aperto gli occhi e che mi sono documentata su come andarono veramente le cose, mi sento male. Mi sento in colpa per quello che quei miei antenati potrebbero aver fatto, ora, mi sento in colpa per aver creduto alla storia che mi hanno insegnato sui banchi di scuola, mi sento in colpa per non essermi fatta mai delle domande prima, mi sento in colpa perché oltre ad aver fatto del male a 9 milioni di persone 150 anni fa, si continua a farne oggi negando la realtà storica di quegli avvenimenti, condannandoli al silenzio per chi sarà meno fortunato di me e non avrà un amico napoletano pronto a prestargli dei libri ed a confrontarsi su questi argomenti.
Lo so che non serve a niente chiedere perdono, ora, ma mi dispiace davvero. Dal più profondo del cuore. M.F.”.

Sulle parole di chi si sente pentito e ferito da quella verità distorta e raccontata tra i banchi di scuola, c’è chi gioisce, il popolo del Sud. Da questa lettera le cose forse non cambieranno, e tutti i settentrionali, continueranno a pensare di aver salvato noi “poveri meridionali” dai Borbone, ma ci consola sapere che almeno qualcuno ha aperto gli occhi, ci fa sperare che col tempo più persone possano documentarsi su quella che è la nostra vera storia.

La donna, autrice della commovente lettera di scuse, ad un certo punto sottolinea di aver avuto la fortuna di conoscere la realtà dei fatti grazie ad un amico napoletano. Che dire? Noi napoletani la nostra storia la conosciamo, siamo un popolo abituato a non dover dire grazie a nessuno, e non per superbia, forse proprio per un fattore storico, perché le cose le sudiamo ogni giorno senza l’aiuto di terzi, quindi perché dovremmo pensare di dire grazie per qualcosa che non è mai successo?

Nessuno ha liberato il meridione, nessuno ha salvato il Sud. Basta con la solita storiella che si insegna, quella in cui il meridione è la piaga salvata dai condottieri settentrionali. Le scuse di quella donna, arrivano come la più dolce delle sinfonie, la musica della verità. Eccoci, questo è davvero il Sud, e se qualcuno vuole documentarsi sui fatti “realmente” accaduti, noi siamo pronti ad accoglierli a braccia aperte.

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