È già il mondiale della vergogna: umiliati arbitri, staff e calciatori. La FIFA se ne lava le mani

Discriminazioni e umiliazioni al Mondiale 2026: è una vergogna ancor prima di cominciare


Il Mondiale 2026 non è ancora cominciato e ha già scritto alcune delle sue pagine più buie. Non sui campi di gioco, ma negli aeroporti, alle frontiere, negli uffici visti dell’amministrazione Trump. Una sequenza di episodi che, letti uno dopo l’altro, disegnano un quadro inequivocabile: questa Coppa del Mondo si svolge in un Paese che decide chi merita di entrarci e chi no, sulla base di nazionalità, passaporti e sospetti politici. E la FIFA, quella stessa FIFA che per anni ha predicato l’universalità del calcio, assiste in silenzio.

Non è una questione di burocrazia o di protocolli di sicurezza. È una questione di dignità. E di ipocrisia istituzionale.

Omar Artan: il miglior arbitro d’Africa respinto a Miami

Il caso più eclatante porta il nome di Omar Abdulkadir Artan, 34 anni, somalo, miglior arbitro africano del 2025. Era stato selezionato dalla FIFA come uno dei 52 direttori di gara del torneo, primo somalo nella storia a raggiungere una Coppa del Mondo. Arrivato a Miami su un volo proveniente da Istanbul, con visto valido e documenti della FIFA in mano, è stato sottoposto a controlli aggiuntivi, interrogato per undici ore, rinchiuso in una cella di detenzione e poi rimpatriato. Nessuna spiegazione formale, nessuna motivazione ufficiale.

«Sono davvero molto deluso. Sono semplicemente un arbitro che cerca di realizzare il suo sogno più grande. Avevo i documenti giusti. Ma credo che abbiano un problema con il mio Paese», ha detto al New York Times. Il governo somalo ha protestato con fermezza, sottolineando che impedirgli l’ingresso «mina l’impegno del calcio per l’equità, il merito e lo spirito del fair play». La FIFA ha confermato la sua esclusione dal torneo con un comunicato agghiacciante: «Non siamo coinvolti nei processi di immigrazione del Paese ospitante». Fine della storia. Fine del sogno di Artan.

Iran: staff bloccato, tifosi esclusi, calciatori ammessi solo il giorno della partita

La vicenda della nazionale iraniana è la più lunga e complessa, e quella che meglio fotografa la natura politica di questo Mondiale. L’ambasciata iraniana in Turchia ha denunciato apertamente un «trattamento deliberatamente discriminatorio»: i visti sono stati negati a gran parte dello staff dirigenziale, ai consulenti tecnici e ai membri amministrativi della delegazione. «Perché non dite che i visti sono stati negati a gran parte dello staff? Avete portato il trattamento discriminatorio contro la nazionale iraniana al suo massimo livello», ha scritto in una nota ufficiale.

I calciatori hanno ottenuto il via libera, ma in condizioni umilianti: potranno entrare e uscire dagli Stati Uniti esclusivamente il giorno della partita, entro le 24 ore. La base operativa è stata spostata da Tucson, in Arizona, a Tijuana, in Messico, al di là del confine. Almeno 15 membri della delegazione sono stati respinti. I biglietti per i tifosi iraniani sono stati bloccati. Tutto questo mentre gli Stati Uniti, nelle stesse ore in cui concedevano i visti ai giocatori, annunciavano nuovi attacchi militari contro l’Iran.

Cannavaro perquisito, la star dell’Iraq interrogata 7 ore, Mané e Koulibaly a piedi scalzi

I casi non si fermano all’Iran e alla Somalia. Fabio Cannavaro, campione del mondo 2006 e oggi commissario tecnico dell’Uzbekistan, è stato perquisito all’arrivo negli Stati Uniti con metal detector e cani antidroga. I video sono diventati virali: un Pallone d’Oro trattato come un sospettato. Con lui, tutta la delegazione uzbeka ha subito la stessa sorte.

Aymen Hussein, attaccante simbolo dell’Iraq con 93 presenze e 34 gol, è rimasto bloccato per oltre sette ore all’aeroporto O’Hare di Chicago tra interrogatori e la confisca temporanea del telefono. Tala Salah, fotografo ufficiale della nazionale irachena, è stato trattenuto per più di dieci ore e alla fine si è visto negare l’ingresso. Il Senegal non è stato risparmiato: stelle come Sadio Mané e Kalidou Koulibaly sono state costrette a sedersi appena scesi dall’aereo e a togliersi le scarpe per le ispezioni. Persino il Belgio di Kevin De Bruyne ha dovuto fare i conti con i metal detector sotto i piedi.

La FIFA e Infantino: anni di promesse, un silenzio assordante

C’è una data che vale la pena ricordare. Era il 2017, e Gianni Infantino, nel promuovere la candidatura congiunta di Stati Uniti, Messico e Canada per ospitare il Mondiale, fu categorico: «Se una squadra si qualifica a una competizione FIFA, i suoi tifosi e ufficiali devono avere accesso al Paese ospitante. Altrimenti non esiste il Mondiale. È ovvio». Nove anni dopo, il Mondiale c’è. E quelle promesse sono carta straccia.

Di fronte alla cascata di episodi che ha preceduto il calcio d’inizio, la risposta della FIFA è stata una sola: non è affar nostro. «La FIFA non è coinvolta nei processi di immigrazione del Paese ospitante», recita il comunicato sul caso Artan. «È il governo ospitante a determinare in ultima istanza chi riceve un visto e chi viene ammesso nel loro Paese». Una dichiarazione che vale come resa. Infantino, che intrattiene rapporti notoriamente amichevoli con l’amministrazione Trump, ha scelto di non battere un colpo, consegnando de facto le chiavi del Mondiale alla Casa Bianca.

Un torneo che inizia già nel disonore

Quello che sta emergendo in questi giorni non è un incidente diplomatico isolato. È il ritratto di un Mondiale costruito su una contraddizione insanabile: un evento che si proclama festa universale del calcio ma si svolge in un Paese che applica filtri politici, razziali e nazionali all’ingresso dei suoi ospiti. Arbitri africani respinti. Delegazioni mediorientali smembrate. Campioni mondiali perquisiti come criminali. Tifosi esclusi per il passaporto che portano in tasca.

La FIFA avrebbe potuto — e dovuto — imporre garanzie di accesso come condizione sine qua non per l’assegnazione del torneo. Non lo ha fatto. E ora, mentre il mondo si prepara a guardare le partite, qualcuno guarda il torneo dalla parte sbagliata di un confine. Il Mondiale 2026 è già, ancora prima del primo fischio, un Mondiale della vergogna.


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