Suicidio di Tiziana Cantone: le responsabilità dell’informazione sono immense

tiziana-cantone-morta-suicidaIeri sera abbiamo appreso del suicidio di Tiziana Cantone, la ragazza originaria di Mugnano diventata celebre grazie a un video hard girato con il suo amante. Stai facendo il video? Bravo sono alcune parole da lei pronunciate davanti alla fotocamera che la riprendeva, e che è diventato un tormentone del web grazie ai tanti siti e quotidiani, locali e non, che hanno dato amplissimo respiro a una vicenda il cui interesse per il pubblico era pari a zero.

Che due amanti si riprendano in intimità, infatti, secondo l’opinione di chi scrive non dovrebbe essere materiale sul quale montare un caso giornalistico, un equivoco nel quale sono cascate perfino le edizioni online di blasonati e antichi giornali. Perfino se, come affermano alcune voci, Tiziana si fosse fatta riprendere di proposito perché voleva intraprendere una carriera nel mondo del porno, ugualmente non si riesce a comprendere perché il suo volto e il suo nome siano dovuti uscire sui quotidiani.

Che l’informazione italiana, tra cui quella napoletana, non godano di buona salute è un dato ormai accettato e condiviso da gran parte dei cittadini, tuttavia non si può essere indifferenti alla tristezza che si prova nel constatare la presenza, rilevante, di articoli dal gusto ben lontano anche dal tipico gossip all’italiana. È la regola del clic a qualsiasi costo, proprio qualunque, al quale costringono editori il cui mestiere reale (quello che gli ha “fatto fare soldi”, per intenderci) non ha niente a che vedere con l’informazione, di cui spesso si servono con doppi fini di matrice economica, politica e sociale. Per tale motivo il giornale non può essere una borsa che perde soldi, e allora ogni metodo per immagazzinare quattrini va bene: se al giornalista la cosa non sta bene lì è la porta, tanto un altro che fa precisamente ciò che il padrone vuole si trova agilmente.

In un modo o in un altro, insomma, il fatto è sfuggito di mano a tutti: ai giornalisti, ai lettori assetati di scandali ridotti ad automi privi di pensiero critico, alla povera Tiziana che mai si sarebbe aspettata tutto questo rumore. Derisa, insultata, costretta a lasciare il lavoro e a decidere di cambiare identità, la depressione, i tentativi di suicidio e la tragedia ormai consumata. Se il giornalista avesse fatto il proprio mestiere, se avesse pensato a servire i lettori invece di stuzzicarli, forse la vicenda sarebbe passata inosservata o non avrebbe assunto contorni così clamorosi.

Attenzione, però, a non crocifiggere soltanto la categoria che fa informazione, costituita da esseri umani che possono commettere errori, pure enormi. Dall’altra parte c’erano milioni di persone che quegli articoli li hanno aperti e letti, avidamente. Il ritratto preciso e spiccicato di una società in veloce decomposizione, addestrata alle brutture e alle bassezze, per cui non esiste un progetto politico e pedagogico serio. Perché, si sa, una testa che pensa è più pericolosa di un milione di corpi senza testa.

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