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Architetto napoletano: “Ho lasciato lo studio più importante al mondo per Napoli”

La storia che vi raccontiamo oggi è quella di un giovane architetto napoletano che arriva a realizzare il suo sogno più grande, quello di lavorare con il più importante architetto del mondo, trasferendosi in una delle città più ambite dai giovani che vogliono lavorare all’estero.

È la storia del giovane architetto Mario Coppola che, a soli 23 anni, con una laurea in architettura e tanta voglia di farcela parte da Napoli per trasferirsi a Londra presso lo studio dell’architetto Zaha Hadid. Dopo due anni dalla partenza per la capitale del Regno Unito, matura la scelta di ritornate a Napoli: non è di certo fare un passo indietro, anzi, forse è fare un passo avanti verso un nuovi orizzonti in una delle città più affascinanti del mondo.

Architetto sono tanti i giovani come lei che scelgono di andare via per cercare un lavoro all’estero: cosa spinge a di solito a partire? E nel suo caso?
Nel mio caso – posso parlare solo di questo – la voglia di fare un’esperienza fantastica: la prima volta che sono partito avevo 23 anni e il mio sogno era quello di lavorare per Hadid. Avesse avuto lo studio dall’altra parte del mondo sarei salito su un aereo e l’avrei raggiunta.

Link House in costruzione nel Sannio – Architetto Mario Coppola

Arriva addirittura a lavorare presso lo studio londinese di Zaha Hadid, archistar tra i più importanti al mondo: quali emozioni ha provato quando è stato chiamato per questa straordinaria esperienza?
Era il sogno di una giovane vita che si realizza: la notizia più bella che potessi avere, all’epoca (si parla esattamente di 10 anni fa).

È passato più di un anno dalla morte dell’architetto, che ricordo ha di lei?
Splendido. Era una donna eccezionale, coraggiosa, geniale. Ha avuto la forza di rivoluzionare il mondo dell’architettura, aprendo le porte al linguaggio del mondo naturale, che poi è lo stesso del corpo: una dimensione persino tattile dell’architettura. Una cosa che avevano provato a fare tanti prima di lei, ma nessuno era riuscito a farlo in maniera così potente, così mainstream.

Perché la scelta di tornare a Napoli?
Perché, una volta raggiunto l’obiettivo che mi ero posto, ho cominciato a stare male, a capire che non era quello l’obiettivo della mia vita e che, anche se era così che me l’ero raccontata, non ero partito solo per quello. Sentivo che non ero tagliato né per essere dipendente di uno studio né per vivere lontano da Napoli: mi sentivo fuori posto e ogni giorno ero più triste, più demotivato. Lavoravo e desideravo solo di tornare a casa.

Ecosistema da parete – Architetto Mario Coppola

Cosa le mancava della città partenopea?
Faremmo prima a dire cosa non mi mancava. Mi mancava l’approccio alla vita, l’amore per le piccole cose che fanno la felicità. Mi mancava il paesaggio, le stradine del centro storico, ma soprattutto mi mancava la mia fidanzata, i miei amici, i miei parenti. Mi sentivo come se guardassi Napoli-Juve in differita.

C’è qualcosa che le manca di Londra?
Certamente. Mi manca la dimensione cosmopolita, la velocità, le luci notturne… quella sensazione di stare in cima al mondo. Anche se adesso so che è un ritmo insostenibile, che devi scegliere: o quello o la tua vita.

All’epoca era fidanzato? Ha dovuto sperimentare una relazione a distanza quindi?
Sì. È stato una delle ragioni principali del mio tormento: non si può amare via skype. È una bella metafora: l’amore, sempre, ha a che fare con la vicinanza, con il contatto, che si tratti dell’amore tra due persone ma anche, con le dovute differenze, dell’amore tra un napoletano e il mare della Campania.

Living Wall parete attrezzata – Architetto Mario Coppola

È pentito di essere partito per Londra e/o di essere tornato a Napoli?
Nessuna delle due. Semmai sono pentito di essere partito con l’idea folle di non tornare: avessi vissuto la mia esperienza senza questo pensiero! Sarei stato infinitamente meglio, me la sarei goduta infinitamente di più sapendo che un giorno non troppo lontano avrei rifatto armi e bagagli e sarei tornato a casa.

Consiglia l’esperienza di andare all’estero?
Assolutamente. Vivere un periodo della vita lontano da casa è un ottimo catalizzatore: impari cose che non potresti mai imparare restando a casa, conosci persone diverse, entri in contatto con culture diverse. Vivi una dimensione di autonomia che ti fa crescere, che ti stimola, che ti arricchisce. Fare un erasmus o lavorare un anno all’estero credo siano esperienze praticamente indispensabili, ormai.

Cosa consiglia ai giovani napoletani e non solo, che vogliono andare all’estero o che vogliono lasciare la propria città, per trovare lavoro anche restando in Italia?
Di chiedersi in entrambi i casi quali sono i veri motivi del loro desiderio. I motivi profondi, non quelli di cui parla chi dice: andatevene se volete fare carriera e diventare ricchi. Perché, anche se spesso ce lo dimentichiamo, la felicità ha molto poco a che fare sia con la carriera che con il portafogli.

La sua storia è raccontata nel libro autobiografico “In cima al mondo, in fondo al cuore” edito da Giunti Editore. Come mai la scelta di raccontare la sua esperienza in questa autobiografia?
Ho sentito l’urgenza di scrivere la mia storia, il libro è nato così. Credo volessi provare a raccontare quali erano davvero i motivi per cui, dieci anni fa, diedi inizio alla mia avventura, scendendo in profondità, non fermandomi alla questione professionale. In questi anni c’è tanta cura per gli aspetti superficiali della vita e si tende invece a negare gli aspetti più profondi, quelli che hanno a che fare con la nostra identità, con la nostra umanità. Il libro parla di questo, delle paure, della fragilità, del senso di inadeguatezza di fronte a un mondo sempre più difficile, sempre più violento. La mia generazione, nata con il disastro di Chernobyl, con la consapevolezza di un’epoca di ricchezza che finiva, si è dovuta confrontare con le generazioni precedenti che venivano da un periodo del tutto diverso, un periodo di benessere in cui tutto sembrava possibile: negli anni ’70 costruivano le Torri Gemelle, in Italia si compravano macchine come caramelle e nessuno si preoccupava degli effetti “collaterali”. Fare i conti con queste contraddizioni, con questo conflitto generazionale, è la missione difficile e dolorosa della mia generazione e il mio libro, in fondo, racconta di questo.

Progetti per il futuro?
Il 14 ottobre inauguro la mia prima mostra di sculture presso la Fondazione Plart, è il traguardo più importante dei miei 33 anni. Nel frattempo progetto una casa nel Sannio, un territorio splendido, e produco una linea di oggetti di design ecologici, stampati in 3D in amido di mais, in vendita sul sito www.ecosistemadesign.com.

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