La tragedia dimenticata di Torre Annunziata: il porto scoppiò e uccise 54 persone

La seconda guerra mondiale era finita da pochi mesi e tutte le forze del paese stavano operando affinché l’Italia potesse ripartire dopo il disastro bellico. A tutte le latitudini della penisola si procedeva a rilento, si era ancora increduli, non pienamente consapevoli di cosa fosse realmente accaduto, ed anche un centro di modeste dimensioni come Torre Annunziata tentava di destarsi dall’orribile incubo che aveva cambiato per sempre la storia dell’umanità.

La fame, le morti e le distruzioni erano ancora vivide nei ricordi dei cittadini torresi che si sforzavano di andare avanti con le loro vite nonostante tutto. Il 21 gennaio del 1946 la loro quotidianità venne scossa dal terribile, ed ancora troppo familiare, boato di una deflagrazione proveniente dal porto cittadino. L’esplosione di un convoglio costituito da 27 carri scoperti carichi di tritolo e bombe per aeroplano scaraventò di nuovo Torre Annunziata nell’inferno di una tragedia collettiva.

Il primo tremendo scoppio ebbe luogo alle ore 18, ne seguirono altri tre. Fiamme e detriti attentarono nuovamente al cuore di una città sfinita e satura di morti e sciagure che, evidentemente, non aveva ancora finito di fare i conti con quello che sembrava il vero e proprio capriccio di una divinità ostile.

Solo nella mattinata successiva ci si rese conto della gravità della situazione. Le abitazioni del quartiere dei pescatori e quelle ubicate nella zona portuale erano state completamente rase al suolo, la stessa Chiesa dell’Annunziata subì dei danni tali che si temette per lo stato dell’immagine sacra della Vergine, patrona della città, la quale però ne uscì miracolosamente indenne.

L’indomani, nel tentativo di ricostruire le dinamiche del disastro, furono avanzate le prime ipotesi. Qualcuno volle scaricare la responsabilità su dei ragazzi che giocavano a ridosso dei vagoni, rei di aver accidentalmente innescato i razzi di segnalazione “Very” che avrebbero così originato la serie di esplosioni. Ci fu anche chi pensò ad un’azione di sabotaggio giustificata dalle nuove ideologie anticapitaliste che stavano sorgendo nei territori occupati dagli alleati. Col tempo nessuna di queste congetture si rivelò veritiera.

Il Genio Civile stimò i danni per circa un miliardo e mezzo di lire, gli sfollati erano oltre diecimila; 54 i morti ed oltre 500 feriti “invasero” l’ospedale civile locale che, nonostante l’isteria generale, seppe fronteggiare al meglio la calamità. Il governo De Gasperi stanziò 7 milioni di lire per i soccorsi, furono distribuite oltre trentamila razioni di viveri e i senzatetto vennero accolti nei comuni limitrofi. Il nome di coloro i quali persero la vita furono impressi su una lapide, ancora oggi ben visibile, su una facciata della Basilica Ave Gratia Plena.

Nonostante la gravità dell’evento, che andò ad accanirsi su un tessuto umano già provato dagli orrori del secondo conflitto mondiale, Torre Annunziata seppe rialzarsi. Tragedie simili non devono mai essere dimenticate ed anzi, devono fungere da monito nei confronti di chi, a causa di logiche affaristiche e tornaconti personali, rischia di mettere a repentaglio la salute e la sopravvivenza del popolo, perché se quella del 1946 fu una tragedia imponderabile, è giusto stroncare sul nascere cause e presupposti che possano determinarne di nuove.

Fonti
– Fioravante Meo, Salvatore Russo, Torre Annunziata Oplonti (dalle origini ai giorni nostri).

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