Capodimonte, da borgo rurale a paradiso borbonico

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Bosco di Capodimonte dall’alto

Li casali di Napoli sono al numero 37, i quali fanno un corpo con la città, godendo anch’essi l’immunitadi, privilegi e prerogative di lei, havendo anche luogo in esse casali le Consuetudini napoletane compilate di Carlo II”. È Giovanni Antonio Summonte, uno dei primi storici partenopei, a descrivere in questo modo il Regno di Napoli alla fine del Seicento. Napoli era costituita da diversi villaggi che dipendevano amministrativamente dal potere centrale. Fra questi, erano considerati casali anche il Vomero, Antignano, Arenella, Posillipo e CapodimonteQuest’ultimo, un piccolo borgo rurale, iniziò a svilupparsi intorno al XVI secolo in seguito alla costruzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie.

La struttura fu fatta realizzare dal marchese Innocenzo Mazza proprio per creare un luogo di culto per i pochi contadini locali. Il nobile decise di far costruire la chiesa in un luogo strategico poiché aveva da un lato l’unica strada che collegava il villaggio ad alcuni paesi limitrofi, e dall’altro vi era una piccola edicola religiosa, dedicata proprio alla Madonna delle Grazie. Grazie alla posizione dominante sull’intero golfo, nel Settecento, Capodimonte fu scelto da Carlo III di Borbone come luogo in cui promuovere la costruzione della celebre manifattura di porcellane e della Reggia destinata ad accogliere le collezioni d’arte della madre Elisabetta Farnese. Nel 1739 fece costruire la fabbrica, e, un anno prima, iniziò a far edificare il Palazzo Reale che ancora oggi ospita il celebre Museo. A completare la struttura lo splendido Parco, realizzato nel 1734 dall’architetto Ferdinando Sanfelice, per fungere da riserva di caccia di Carlo III. Il Bosco è formato da cinque viali principali che lo collegano con il Casino dei Principi, Palazzo Palazzotti, le scuderie, la chiesa di San Gennaro e il Museo di Capodimonte. L’aspetto attuale risale ai lavori realizzati dal botanico Ritter Friedrich Dehnhardt, coadiuvato per le opere in muratura dall’architetto Tommaso Giordano.

In origine il Palazzo Reale e il Parco erano però due luoghi separati. Divennero un unico complesso solo durante il decennio francese quando fu costruito un muro di cinta lungo il quale furono aperte la Porta Grande sulla strada dei Ponti Rossi e la Porta Piccola su quella per Miano.

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Reggia di Capodimonte

L’innovazione più importante fu però corso Napoleone, attuale via Amedeo di Savoia. La nuova strada, progettata dall’ingegnere Romualdo De Tommaso e inaugurata nel 1809, congiungeva la zona di Capodimonte con il centro città. Inoltre fu proprio durante il decennio francese che Gioacchino Murat fondò l’osservatorio astronomico facendolo costruire, a Capodimonte, sulla cosiddetta collina Miradois, dallo spagnolo “mira a todos” e cioè “guarda tutto”. Durante il Settecento e l’Ottocento Capodimonte diventò luogo di interesse al punto da essere prediletto dai nobili cittadini per costruire le proprie ville e residenze di villeggiatura.

Capodimonte

Nel XX secolo la zona di Capodimonte fu protagonista di una forte espansione edilizia che però non ha portato a un’ulteriore costruzione di mezzi o strade che collegassero maggiormente l’area al centro di Napoli. Il problema fu in parte risolto con le tranvie che collegavano Napoli a comuni limitrofi passando per la stessa Capodimonte, ma anche queste furono poi abolite a metà degni anni Cinquanta in seguito all’avvento della metropolitana. Nonostante il parzialmente isolamento, però, Capodimonte può essere considerato ancora oggi uno dei luoghi più affascinanti e ricchi di storia di tutto il capoluogo campano. 

Fonti: Stella Casiello, “Verso una storia del restauro”, Firenze, Alinea, 2008

Carla Russo, “Chiesa e comunità nella diocesi di Napoli tra Cinque e Settecento”, Napoli, Guida, 1984

Touring club italiano, “Napoli e dintorni”, Milano, Touring Editore, 2001

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